La disoccupazione è in calo, «il #JobsAct funziona», twitta il premier Matteo Renzi di buon mattino, dopo che l’Istat certifica che nel secondo trimestre gli occupati sono aumentati di 189mila unità. Ma com’è possibile? Facile. I dati Istat sono «superati» da quelli usciti solo tre giorni fa dal ministero del Lavoro che invece certificava il fallimento della riforma del mercato del lavoro: le assunzioni – quindi i nuovi posti di lavoro – sono calate dell’8,9% rispetto al primo trimestre del 2015; i contratti avviati a tempo indeterminato si sono ridotti di circa 163mila unità, ovvero il 29,4% in meno.

Anche i contratti di collaborazione sono crollati (-25,4%) mentre sono aumentati del 26,2% gli avviamenti in apprendistato, l’anticamera del lavoro a tempo indeterminato, tanto che degli 84mila contratti a tempo diventati «stabili» (ma sarebbe meglio dire «a tutele crescenti») 62.705 sono contratti a tempo determinato e 21.629 contratti di apprendistato. Il tutto con un picco dei licenziamenti (+7,4%) e a fronte di sei miliardi di incentivi nel 2015 che invece nel 2016 sono stati azzerati. Poi ci sono i voucheristi, che lavorano saltuariamente. Questi sono i dati veri, ma per ammorbidirli basta un gioco di prestigio. Si spacciano per nuove assunzioni a tempo indeterminato le trasformazioni di contratto fatte per incassare gli incentivi.

Alla fine dei 189mila quelli «veri» sono 46mila. Licenziare tanto è un attimo, e si è visto. D’altronde siamo in Italia, terra di navigatori, santi, poeti e manipolatori seriali di numeri. In Italia la matematica è un’opinione, plasmabile secondo i dettami della propaganda. Non fanno eccezione gli ascolti in tv, i sondaggi e persino le stesse elezioni, quando piuttosto del dato secco si preferisce lambiccarsi in stravaganti paragoni, tipo «erano Europee, non Politiche».

La disoccupazione è il terreno perfetto dove consumare il reato di lesa aritmetica, dove 2+2 non fa 4 ma un numero compreso tra 2,99999 e 3,00001. Intanto perché i disoccupati non sono tutti uguali. Ci sono i Neet, ad esempio, acronimo di Not engaged in Education, Employment or Training, i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano. I bamboccioni, secondo la sfortunata definizione dell’ex ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa. Due milioni di persone, che a sua volta si divide – secondo le fredde leggi della statistica – in disoccupati tout court, forze di lavoro potenziali (gente che è appena uscita dall’università, per dire) e inattivi. Basta manipolare il dato sui presunti bamboccioni per far quadrare i conti. È la matematica al tempo di Renzi. Chissà quando diventerà materia d’esame nella Buona scuola.

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