Il governo Renzi non ha fatto le riforme a costo zero che avrebbero favorito la produttività e l’economia, oltre che il benessere generale, non ha fatto nulla per ridurre gli sprechi della casta, ha mantenuto i fondi all’editoria così ha quasi tutti i giornali cartacei a sua disposizione, ha fatto approvare con voto di fiducia la riforma della costituzione che ha fatto ad usum proprium, la mattina dice una cosa e la sera il suo contrario, e c’è gente che ritiene che il bilancio sia positivo?

Renzi ha ragione: gli Italiani hanno voglia di cambiare. Ma il cambiamento non passa di certo per una riforma della costituzione sostanzialmente sbagliata nella forma e nei contenuti. La costituzione non deve essere immutabile, ma questo non significa che deve cambiare nel modo sbagliato. Per esempio per ridurre i costi della politica non bisogna per forza ridurre il numero di politici, basta ridurgli lo stipendio. Chi entra in politica non è obbligato a farlo. Chi lo vuole fare, lo fa per scelta, per dare un servizio alla nazione. E allora deve prendere uno stipendio normale, di 2.500 € al mese più rimborso per treni, aerei, autobus e taxi. Se uno vuole guadagnare di più allora può dimostrare quello che vale presso le aziende private, che non aspettano altro di trovare qualche manager così abile da far incrementare il fatturato.

Si espongono numeri, percentuali, classifiche: tutti aspetti tecnici che rispondono all’esigenza di dover far quadrare i conti nell’immediato. Nessuna programmazione, nessuna pianificazione, nessun progetto industriale di largo respiro, nessuna ricerca attenta, ponderata e ambiziosa tendente a costruire un domani al posto di un continuo accomodare un oggi a schemi precostituiti e appannaggio di un sistema che costruisce privilegi su altri già esistenti invece di costruirne di nuovi da estendere su una platea sempre più vasta. Continua….

Il Jobs Act e gli sgravi per le assunzioni stabili, i cui effetti sono rapidamente finiti. Il bonus di 80 euro, l‘eliminazione dell’Imu e le agevolazioni fiscali per le imprese, compensate però in gran parte dal ritocco al ribasso di incentivi già esistenti. Il balletto della spending review, con i tagli controbilanciati da incrementi di spesa per altre voci. La progressiva revisione al ribasso delle previsioni di crescita, con l’Italia che si appresta a chiudere il 2016 al penultimo posto tra i Paesi Ue e stando alle stime di Bruxelles è destinata nel 2018 a scivolare in ultima posizione. Infine l’arretramento, tra 2015 e 2016, nella classifica della Banca Mondiale sulla facilità di fare business nei diversi Paesi. Che il premier puntava al contrario a “scalare” recuperando ben 50 posizioni. Ecco il bilancio dei mille giornidi governo Renzi per quanto riguarda l’andamento delle principali variabili economiche. Più posti stabili ma anche più precari. Come i forzati del voucher che guadagnano in media 500 euro l’anno – Che gli occupati, in valori assoluti, siano aumentati, è innegabile: nel marzo 2014 gli italiani con un posto di lavoro erano 22,27 milioni, mentre secondo l’Istat a settembre 2016 – complici gli almeno 11 miliardi spesi per gli sgravi contributivi per le assunzioni stabili – erano saliti a 22,83 milioni, 563mila in più. In parallelo, dunque, il tasso di occupazione è salito dal 55,7% del marzo 2014 al 57,5% di settembre 2016. Quello di disoccupazione è sceso, in proporzione, di meno: dal 12,7 all’11,7%. Questo perché nel frattempo sono diminuiti gli inattivi, cioè quelli che il lavoro smettono di cercarlo perché non ci sperano più. Tuttavia non si può dire che l’obiettivo di rendere il mercato meno precariosia stato centrato. La premessa è che per finire tra le fila degli occupati è sufficiente, per convenzione statistica internazionale, aver svolto un’ora di lavoro retribuita nella settimana precedente a quella in cui si viene chiamati dall’Istat per la rilevazione. Quindi, per esempio, risultano occupati tutti gli iper precari pagati con i voucher da 10 euro: stando all’Inps nel 2015 hanno lavorato così quasi 1,5 milioni di persone, guadagnando in media meno di 500 euro l’anno.

Il fatto che la precarietà non sia diminuita emerge chiaramente dai dati Istat: salta all’occhio che mentre salivano i dipendenti stabili hanno continuato a crescere anche quelli a termine (da 2,19 a 2,45 milioni) e gli indipendenti (da 5,48 a 5,53 milioni). Del resto il decreto Poletti del marzo 2014 ha consentito ai datori di lavoro di stipulare contratti a tempo determinato di durata fino a tre anni senza indicare la causale, come invece era obbligatorio in precedenza.

Giù la disoccupazione per gli over 50, su per chi ha tra i 25 e i 34 anni. E il divario con l’Ue si allarga – Ulteriori contraddizioni vengono a galla se si guarda agli effetti di Jobs Act e incentivi sull’occupazione nelle diverse fasce di età. La disoccupazione giovanile è calata, è vero: tra i ragazzi nella fascia 15-24 anni, sono scesi dal 43,6 al 37,1% quelli in cerca di lavoro in rapporto al totale degli attivi. E’ però lievemente aumentato, dal 18,3 al 18,6%, il tasso di disoccupazione della classe di età successiva, quella tra i 25 e 34 anni. Al contrario è cresciuta la partecipazione al mercato del lavoro ed è calato dal 6,2 al 5,8% il tasso di disoccupazione degli over 50. Ma questo, come spiegato più volte dall’Istat, non dipende dalle riforme del governo Renzi bensì dalla legge Fornero, che ha innalzato i requisiti per accedere alla pensione.
Infine, dal confronto con gli altri Paesi Ue si scopre che il divario tra l’Italia e i partner ha continuato ad allargarsi: prima dell’insediamento di Renzi il tasso di disoccupazione italiano si attestava al 12,9%, nell’Eurozona era in media al 12% e nella Ue al 10,8%. A settembre 2016 i dati sono rispettivamente all’11,7, 10 e 8,5%. Il gap rispetto all’area euro è aumentato di 0,8 punti, quello rispetto ai 28 di 1,1 punti.

Crescita debole e fragile: nel 2016 e 2017 saremo penultimi nell’Ue. E nel 2018 maglia nera – “La crescita nel terzo trimestre del pil, che ancora non è quella desiderata, è la dimostrazione che il sogno di fare meglio della Germania non è irraggiungibile”, ha detto Renzi giovedì a Cagliari, commentando il +0,3% rispetto al trimestre precedente registrato dall’Istat, secondo cui la variazione acquisita per quest’anno è dello 0,8%. Che è anche l’ultima stima del governo, dopo una lunga serie di revisioni al ribasso (a gennaio il premier aveva definito “assolutamente alla nostra portata” un rotondo +1,6%). In realtà il fatto che tra luglio e settembre Berlino abbia fatto peggio di Roma (+0,2%) dice poco. Più significativo il confronto dei tassi di crescita su base annua, cioè rispetto al terzo trimestre 2015. La classifica basata su questo parametro vede l’Italia, con il suo +0,9%, al penultimo posto nell’Eurozona dietro la Lettonia (+0,7%). La Germania ha messo a segno un +1,7%, la Grecia +1,5%. La media dell’area euro è stata di +1,6%, quella della Ue +1,8%: il doppio rispetto al tasso di crescita della Penisola.

Nel complesso dovremmo archiviare il 2016 al penultimo posto nella Ue, davanti ad Atene. Nel 2015 ci siamo piazzati al terzultimo, lasciando dietro di noi solo Finlandia e Grecia. E la spirale discendente, stando alle previsioni della Commissione, è destinata a continuare: se il 2017 ci vedrà ancora penultimi (peggio solo Helsinki), nel 2018 con un risicato +1% ci avviamo ad essere maglia nera, a fronte di una media europea del +1,8%. Insomma: che sia in corso una lieve ripresa, dopo gli anni di recessione, è indubbio. Ma è altrettanto chiaro che stiamo continuando a perdere terreno rispetto agli altri, che recuperano più in fretta le perdite cumulate nel corso della crisi. In più la ripresa è debole e fragile, come dimostrano le oscillazioni nell’andamento della produzione industriale e lo stallo del secondo trimestre. Per gli ultimi mesi dell’anno, poi, lo stesso istituto di statistica è tutt’altro che ottimista.

Il recupero di “50 posizioni” nella classifica Doing business? Nel rapporto 2017 abbiamo perso terreno – Quanto al recupero di “50 posizioni” nella classifica Doing business index, obiettivo al 2018 delle slide renziane presentate nel marzo 2014, purtroppo il trend è esattamente opposto: il rapporto 2017 piazza l’Italia al 50esimo posto nel mondo per facilità di avviare e gestire un’impresa. Nel 2016 la Penisola era salita in 44esima posizione dalla 56esima del 2015, poi è nuovamente scivolata verso il basso. Renzi puntava al 15esimo posto, che resta decisamente lontano.

Giù le tasse da una parte, meno agevolazioni dall’altra… – In principio furono i bonus, a partire dagli 80 euro di sgravio sull’Irpef costati una decina di miliardi e diventati un boomerang per il governo quando, come raccontato da ilfattoquotidiano.it, 1,4 milioni di italiani hanno dovuto restituirlo perché avevano guadagnato troppo o troppo poco. Poi, nel luglio 2015, Renzi ha annunciato un piano triennale mirato a tagliare progressivamente le tasse: “Nel 2016 via la tassa sulla prima casa, nel 2017 intervento su Ires e Irap e nel 2018 sugli scaglioni Irpef e sulle pensioni”. L’Imu sulla prima abitazione, così come la Tasi, è stata in effetti eliminata. L’imposta regionale sulle attività produttive è stata abolita per le imprese agricole. Per le altre il bilancio è in chiaroscuro: nel 2015 hanno incassato la deducibilitàdall’Irap del costo del lavoro, che ne costituisce almeno il 50 per cento, ma con l’altra mano il governo ha riportato al 3,9% (con effetto retroattivo) l’aliquota applicata, mentre per il 2016 l’ha aumentata su base nazionale al 4,8% anche se le regioni hanno facoltà di fissarla a livelli più bassi. L’anno prossimo sarà il turno dell’imposta sul reddito delle società: in base alla legge di Bilancio l’aliquota scende dal 27,5 al 24%. A società di persone e ditte individuali – per esempio commercianti e artigiani – si applicherà invece dal 2017, al posto dell’aliquota progressiva Irpef, la nuova Iri (Imposta sul reddito dell’imprenditore), una flat tax del 24%.

Anche stavolta, però, c’è una contropartita non da poco: la manovra infatti riduce drasticamente l’Ace(Aiuto alla crescita economica), l’agevolazione introdotta nel 2011 per tutte le imprese che reinvestono gli utili anziché finanziarsi ricorrendo a prestiti: la percentuale da applicare all’incremento netto di patrimonio per calcolare la deduzione ammessa nella dichiarazione dei redditi cala dal 4,75% al 2,3%. Una sforbiciata che vale 1,7 miliardi di maggiori introiti per lo Stato. Secondo la Corte dei Conti, l’effetto combinato “implica una leggera redistribuzione del carico fiscale a vantaggio delle grandi imprese“, risultato contrario rispetto all’obiettivo dichiarato di agevolare le pmi. Oltre a disinnescare l’aumento dell’Iva per 15,3 miliardi previsto dalle clausole di salvaguardia, la manovra prevede poi un altro intervento sul fronte fiscale: l’estensione della no tax area per i pensionati. Saranno esonerati dal pagamento delle tasse tutti coloro che percepiscono meno di 8.125 euro lordi all’anno, mentre ora il limite è di 7.750 euro per quelli che hanno meno di 75 anni e 8mila euro per tutti gli altri. Per la promessa revisione delle aliquote Irpef bisogna attendere il 2018. L’anno prossimo arriverà solo un piccolo antipasto per gli agricoltori, che si vedranno azzerare l’imposta sulle rendite catastali dei terreni. A proposito di catasto: il governo ha lasciato scadere la delega fiscale concessa dal Parlamento senza mettere mano alla riforma da tempo sollecitata dalla Ue.

…e le entrate tributarie dello Stato continuano a salire – Dalle tabelle della relazione illustrativa alla legge di Bilancio emerge che nel complesso, complice anche la “lotta all’evasione”, l’anno prossimo le entrate tributarie di cassa saliranno da 457,1 a 465,3 miliardi. Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, venerdì, ha twittato: “23,5 miliardi di tasse in meno dal 2014”. Per arrivarci somma le coperture per il bonus di 80 euro, l’abolizione di Tasi e Imu prima casa e dell’Irpef agricola, la deducibilità dall’Irap della componente lavoro, il taglio dell’Ires, le detrazioni fiscali per gli investimenti in beni strumentali. Nessun riferimento alla “razionalizzazione” dell’Ace e al balletto sulle aliquote Irap.

Il flop della revisione della spesa: spese correnti ancora in aumento – Renzi e Padoan rivendicano di aver ridotto la spesa pubblica di 25 miliardi con l’insieme dei provvedimenti varati dal 2014. Ma, come ha fatto notare nel suo ultimo libro Roberto Perotti, ex consigliere economico del governo per la revisione della spesa dimessosi lo scorso novembre, con l’altra mano l’esecutivo ha rimpinguato altri capitoli di spesa. Risultato: tra 2014 e 2016 il taglio effettivo si è fermato allo 0,4% del pil. La legge di Bilancio per il 2017 ora all’esame del Parlamento prevede poi una riduzione di soli 728 milioni delle uscite dei ministeri e scarica la fetta più corposa della spending review, 2,7 miliardi, sulle Regioni. Non a caso i governatori ritengono indispensabile una modifica. Nel complesso, peraltro, dalle tabelle della legge di Bilancio risulta che le spese correnti dello Stato, al netto degli interessi sul debitoche sono in calo, l’anno prossimo saliranno a 486,2 miliardi dai 485,4 del 2016. L’economista Francesco Daveri, riclassificando i numeri che emergono dalla manovra e confrontandoli con quelli della Nota di aggiornamento al Def, rileva che la spesa pubblica tra 2017 e 2019 aumenterà di 19 miliardi e che la legge di Bilancio, rispetto alla Nota, comporta per il solo 2017 ben 7 miliardi di spese in più.

Il rimbalzo delle auto blu – E le auto blu? A febbraio il ministro della Pubblica amministrazioneMarianna Madia ha sostenuto che sono state ridotte di due terzi, dalle 66mila del 2014 a meno di 22mila a fine 2015. Si tratta però di un’illusione ottica, dovuta al fatto che più di metà dei Comuni e il 40% delle Asl non aveva fornito i dati al dipartimento della Funzione pubblica. La controprova è che l’ultimo censimento ha visto il totale risalire da 21.769 a 23.203 in parallelo con l’aumento dall’80 all’87% della quota di enti pubblici che hanno risposto al censimento.

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