Tre giorni a Londra sono sufficienti per farsi un’idea sul campo del default del mercato del lavoro giovanile in Italia. Fatti salvi i ristoranti cinesi, ancora pieni di manodopera giovanile asiatica a buon costo, in ogni altro caffè, albergo o ristorante della capitale britannica c’è almeno un giovane italiano che fa il cameriere.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal Censis, sarebbero circa un milione i giovani italiani che sono emigrati all’estero durante questa lunghissima crisi. In Australia, per esempio, il 2013 è stato l’anno del record: 22 mila nuovi emigranti italiani registrati più del 1950 quando il precedente picco era stato registrato. Le statistiche ufficiali degli uffici consolari registrano un incremento del 28,3% e del 28,4% dell’emigrazione italiana all’estero negli ultimi due anni. La quasi totalità riguarda persone al di sotto dei 30 anni.

Ma solo la metà dei nuove emigrati si registra all’Aire, l’altra lavora in nero o non sposta la residenza subito. I più recenti flussi migratori aiutano a capire meglio quanto sta accadendo al mercato del lavoro giovanile in Italia, perché costringono a non fermarsi alla sola analisi dei numeri dell’Istat: 46% di disoccupati tra i giovani della coorte 15-24 anni. In verità, se non ci fosse stato lo sfogo costituito dall’emigrazione, il tasso di disoccupazione giovanile, anche quello del Sud che comunque ha raggiunto il valore del 61%, sarebbe stato ben più alto.

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Avrebbe ampiamente sfondato il muro del 50% fotografando, senza alcun bisogno di commento, il disastro compiuto da chi ha governato o ha influito, come i sindacati, sulle regole del mercato del lavoro negli ultimi vent’anni. È evidente che il dualismo italiano, tra lavoratori eccessivamente protetti e giovani totalmente deregolamentati, sta producendo un equilibrio socialmente insostenibile: la piazza non è ancora esplosa perché il sostegno di molti giovani è garantito dalle pensioni dei nonni o dagli stipendi dei genitori. L’Italia non vuole rimuovere l’ormai simbolico art. 18 sulla flessibilità in uscita dal mercato del lavoro, come per esempio ha già fatto la Spagna, perché pensa che questa decisione renderebbe selvaggio il mercato del lavoro.(…)

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