Ufficialmente, la Commissione europea è entrata in silenzio radio, e risponde con sonori “no comment” a qualunque domanda sulle conseguenze di un’eventuale vittoria del “sì” al referendum di giovedì prossima sull’indipendenza della Scozia dal Regno Unito. In realtà, a Bruxelles c’è grande preoccupazione: la vittoria degli indipendentisti scozzesi comporterebbe problemi giuridici e politici notevoli, riguardo allo status del nuovo Stato nell’Ue.

In passato, la Commissione (e in particolare il suo presidente uscente, José Manuel Barroso) ha detto chiaramente che uno Stato secessionista staccatosi da un paese membro non potrebbe continuare a far parte dell’Ue come se niente fosse, e dovrebbe richiedere l’adesione e sottoporsi ai negoziati per ottenerla, come qualunque altro candidato.

E anche se questo per la Scozia potrebbe avvenire con tempi molto più brevi e meno difficoltà, rispetto a un paese candidato “esterno”, lo scoglio principale non sarebbero i negoziati d’adesione, ma la regola dell’unanimità per l’accettazione del nuovo Stato membro, che dà potere di veto a qualunque altro paese dell’Unione.

E’ facile prevedere l’opposzione, se non dal Regno Unito (la separazione dalla Scozia sarebbe perfettamente legale e accettata da Londra, sebbene a malincuore), in particolare da parte della Spagna, che teme il contagio della febbre indipendentista alla Catalogna. I catalani vorrebbero seguire l’esempio scozzese, ma Madrid non prevede per loro la possibilità di secessione. E ci sono anche altri Stati membri che potrebbero opporre il loro veto, a comincare da quelli che non hanno mai riconosciuto il Kosovo indipendente dalla Serbia, proprio perché temono il contagio alle minoranze etniche residenti nel proprio territorio: la Slovacchia e la Romania, che hanno forti minoranze ungheresi, e Cipro, ancora divisa in due dall’occupazione turca, e la Grecia, oltre alla stessa Spagna.

I secessionisti scozzesi, comunque, sembrano avere le idee chiare sulla futura collocazione dell’eventuale nuovo Stato indipendente: vogliono rimanere nella Nato (ma senza armi nucelari sul loro territorio), nel Commonwealth e nell’Ue, ma non vogliono entrare nell’Eurozona (vogliono restare nell’area della sterlina), né nello spazio di Schengen (ma resteranno nell’area di libera circolazione della Gran Bretagna, Irlanda e Isole della Manica).

La strategia degli indipendentisi, dettagliata in un voluminoso documento del governo scozzese (“Scotland’s Future”), prevede che non ci sia soluzione di continuità nella “membership” dell’Ue e della Nato, ma che tutto sia regolato durante un breve periodo di transizione, fra l’eventuale vittoria al referendum di giovedì prossimo e la data dell’entrata in vigore dell’indipendenza, fissata al 24 marzo 2016.

“Far parte dell’Ue è nell’interesse della Scozia. La nostra politica è che la Scozia indipendente continuerà a essere membro dell’Ue. Negozierà con il Regno Unito e con gli altri Stati membri una transizione dolce (‘smooth’, ndr) alla piena adesione”, si legge nel documento.

Secondo questa strategia, in accordo con il principio della “continuità degli effetti”, gli obblighi e le disposizioni dei Trattati Ue sarebbero considerati rispettati in considerazione del fatto che già si applicano da tempo in Scozia in quanto attualmente parte di uno Stato membro, il Regno Unito. In questo modo, “si eviterà un’interruzione (‘disruption’, ndr) dell’attuale piena integrazione della Scozia entro il quadro giuridico, economico, istituzionale, politico e sociale dell’Ue”.

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Potrebbe funzionare questa soluzione? Potrebbe essere accettata dalla Commissione europea, che è guardiana dei Trattati Ue? Difficile dirlo prima che si sappia il responso delle urne, qualunque risposta oggi sarebbe un’interferenza con l’esercizio democratico del voto degli scozzesi. Ma è molto dubbio che possa valere un’interpretazione di questo genere, prevalentemente giuridica, e soprattutto che l’accettino sul piano politico i paesi timorosi del contagio secessionista, pronti a brandire il loro diritto di veto.

Per quanto riguarda la Nato, come per l’Ue, nel caso in cui vincesse il “sì”, la Scozia “dovrebbe chiedere l’adesione come nuovo Stato indipendente”, ha chiarito in diverse occasioni il Segretario generale dell’Alleanza, Anders Fogh Rasmussen, ricordando che, anche qui, la decisione dovrebbe essere presa all’unanimità degli Stati membri. La durata dei negoziati, ha precisato Rasmussen, dipende da quanto il nuovo Stato soddisfa già i criteri necessari. Il problema principale, comunque, resta l’Ue. E non solo sul piano politico.

Dal punto di vista giuridico, la prospettiva di risolvere rapidamente la questione della ri-adesione è complicata dalle richieste di “opt-out” della Scozia. Forse potrebbe passare sulle norme Schengen (libera circolazione delle persone) – che dall’inizio l’Ue ha applicato con molta gradualità ed eccezioni -, ma sull’euro è tutto un’altro discorso. Il trattato di Maastricht prevede due soli “opt-out” permanenti dalla moneta unica, per il Regno Unito e per la Danimarca. Tutti gli altri paesi membri dell’Ue hanno l’obbligo di entrare nell’euro quando siano soddisfatte le condizioni richieste (su deficit, debito, inflazione, tassi d’interesse, indipendenza della banca centrale nazionale etc.).

La nuova Scozia comincerebbe i negoziati di ri-adesione in salita, se chiedesse di ereditare l’opt-out britannico in questo campo, e troverebbe la Commissione europea fortemente contraria. Il nuovo Stato indipendente potrebbe trovare sulla sua strada un nuovo ostacolo in più, finora neanche considerato: il Parlamento europeo, che deve dare il suo parere conforme a tutti i trattati di adesione.

Sul piano politico, tuttavia, un altro referendum potrebbe venire in soccorso alle ambizioni europee della Scozia: quello sulla permanenza della Gran Bretagna nell’Ue, che il premier David Cameron ha promesso di tenere nel 2017 (se vincerà le elezioni nel 2015).

Gli scozzesi, va ricordato, sono molto più favorevoli dei britannici all’integrazione europea, anche per via dei finanziamenti ricevuti dai fondi comunitari per lo svilppo regionale e da quelli della Pac (Politica agricola comune).

Un’eventuale uscita di Londra – abbastanza probabile se l’opinione publica britannica resta fortemente antieuropea, come hanno dimostrato le elezioni dell’Eurparlamento del maggio scorso – rafforzerebbe certamente la prospettiva della Scozia indipendente di restare nell’Ue, o di rientrarvi molto rapidamente, sostituendosi in qualche modo al Regno Unito.

Nonostante l’indipendenza, insomma, se vincesse il “sì” alla fine il destino europeo della Scozia potrebbe essere deciso a Londra e a Madrid, a Strasburgo e ad Atene, più che a Edimburgo. Ed è esattamente quello che ha detto Nigel Farage, leader dell’UKIP: la Scozia non diventerà indipendente, se vinc eil sì. Diventerà un dominio dell’unione Europea.

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