Se la storia dell’ eurozona è fatta di vinti e vincitori, diversi economisti concordano sul fatto che la Germania è senz’ altro la vincitrice della moneta unica. Passata da un saldo delle partite correnti in negativo per 34 miliardi di euro nel 2000 ad un attivo di 237 miliardi nel 2007, a pochi anni dall’ inizio dell’ era della moneta unica la Germania si è affermata come l’ economia dominante dell’ eurozona. Tuttavia il costo di questa vittoria è stato sostenuto da un calo dei salari.

Com’ è stato già ampiamente spiegato, per restare competitivi in un’ area valutaria che impedisce qualsiasi ipotesi di svalutazione del cambio, non resta altra via che realizzare una svalutazione interna, quella dei salari. Le riforme Haartz sul lavoro hanno agito in questo senso da volano della deflazione salariale.

Sono circa sette milioni i tedeschi alle prese con i mini-jobs, categoria di impieghi con stipendi pari a circa 500 euro mensili nel migliore dei casi, che rappresentano una enorme massa oscura di sottoccupati in grado di ridurre artificialmente il tasso di disoccupazione (4,2%). Tuttavia il futuro per la Germania non è poi così roseo anche nell’ ipotesi di un mantenimento in vita della moneta unica. La preoccupazione maggiore per l’ economia tedesca viene dalla sua situazione demografica, alquanto preoccupante secondo gli esperti.

A lanciare l’ allarme in questo senso è stato il ministero delle finanze federale, in un rapporto interno pubblicato dal settimanale finanziario Handelsblatt. Nel rapporto si nota che ogni anno in Germania ci sono 8,4 nascite e 11,3 morti per mille persone.

Se questo andamento rimanesse costante, entro il 2050 la fascia d’ età sotto i 15 anni crollerà del 13%, mentre quella sopra i 60 anni crescerà fino al 39%. A queste condizioni la popolazione tedesca passerebbe dagli attuali 80 milioni a circa 73 milioni nel 2060.

Le conseguenze sono una crescente diminuzione della forza lavoro disponibile in Germania, attualmente un vero e proprio tallone d’ Achille per l’ economia tedesca. Anche in scenari di alta crescita economica e di immigrazione in aumento, il gettito fiscale si vedrebbe ridotto di circa il 20% entro il 2060. Il motivo è semplice: l’ invecchiamento della popolazione porta ad un aumento dei costi sociali per il sistema pensionistico e allo stesso tempo l’ assenza di ricambio generazionale riduce la forza lavoro che versa il gettito fiscale nelle casse dello Stato.

È proprio questa la principale preoccupazione della cancelliera, Angela Merkel, che in un recente discorso a Leipzig, ha sottolineato la necessità di rendere la Germania un paese attrattivo per i lavoratori specializzati stranieri, senza trascurare l’ obbiettivo di «mantenere in equilibrio i conti pubblici, così da permettere allo Stato di rispettare i suoi futuri adempimenti».

Ma le speranze della Merkel sembrano infrangersi contro la realtà demografica tedesca. Il team dei ricercatori dell’ istituto Fraunhofer FIT, incaricato di redigere il rapporto, ha preso come anno di riferimento il 2013 e ha elaborato delle previsioni sulla riscossione delle imposte per il 2030, il 2045 e il 2060.

Lo scenario più probabile è questo: nel 2030 le tasse statali e quelle sui consumi caleranno dall’ 1 al 5%; entro il 2045 il calo sarà invece del 10% e nel 2060 del 21%. La bomba demografica rischia dunque di aumentare enormemente i costi dello stato sociale, senza che nuova forza lavoro venga immessa nell’ economia tedesca così da mantenere in vita il sistema contributivo.

La crescita demografica in Germania attualmente si attesta ad 1,4 nascite per donna, molto al di sotto del tasso necessario per invertire la tendenza, e le buone notizie non arrivano nemmeno dal versante dell’ immigrazione. Anche se dovessero arrivare 200.000 immigrati all’ anno, non basterebbero ad arrestare il declino della popolazione tedesca che nel 2060 calerebbe comunque a 73 milioni, con la maggioranza di essi in età avanzata.

Non va dimenticato che il flusso di immigrati arrivato in Germania lo scorso anno, pari a quasi 1 milione, è costituito principalmente da uomini provenienti da Afghanistan, Siria e Iraq e l’ 80% di questi non ha alcuna qualifica professionale come ha riportato l’ agenzia federale per l’ impiego.

Si tratta dunque di forza lavoro non specializzata, che non solo non porterà alcun beneficio reale all’ economia tedesca, ma aggraverà i costi del suo welfare state, già alle prese con il problema interno del calo delle nascite. Se la Germania ha vinto la partita dell’ euro, sembra destinata a perdere quella della demografia che la condanna ad un inesorabile declino economico e industriale.

Fonte: Qui

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