“Fare le riforme: questo è, più che un programma politico, lo slogan pubblicitario ossessivamente ripetuto dal Governo, dai tweet alle slides, dalle conferenze stampa alle interviste. Ed intanto, non si è fatto nulla. Ma si farà. Ed è questo fare che dobbiamo temere, più di ogni inerzia o “stallo” (ricordate Montale? Abbiamo fatto del nostro meglio per peggiorare il mondo). In questi giorni, sono iniziate le manovre per la riforma del Senato, per la sua trasformazione in Senato delle autonomie. Quattro slogan per Renzi: «No voto di fiducia» – «no voto sul bilancio» – «No elezione diretta» – «No indennità per i senatori».
Il superamento del “bicameralismo perfetto”, in questo senso, passa attraverso la fine del rapporto fiduciario tra Senato e Governo e la fine della legittimazione democratica e popolare dei rappresentanti delle autonomie locali (e, tra i due aspetti, dichiara Violante, c’è una necessaria corrispondenza: «l’elezione diretta dovrebbe comportare la possibilità del voto di fiducia, ma a questo punto la riforma sarebbe inutile»).
Il disegno di legge, in particolare, prevede che il Senato sarà composto da 148 membri, nessuno dei quali eletto direttamente dal popolo (i presidenti delle giunte regionali e delle province di Trento e Bolzano, 2 consiglieri regionali per ogni regione, 2 sindaci per ogni regione, i sindaci delle città capoluogo di regione, 21 nominati dal Presidente della Repubblica). Le regioni, inoltre, non saranno rappresentate in proporzione ai propri abitanti, ma ciascuna esprimerà un numero pari di senatori.
Sembra una proposta “all’americana”, come è stato suggerito, eppure il modello, in realtà, è quello francese del suffragio indiretto, dei senatori come eletti dagli eletti (quindi: un Senato di «non eletti», come lo chiama Renzi, o un Senato di “doppiamente” eletti?). Ora, l’aspetto interessante – e preoccupante – è che, proprio in Francia, negli ultimi due anni ci si è resi ormai conto di come quel sistema che Renzi vorrebbe oggi introdurre in Italia non abbia funzionato, abbia prodotto effetti destabilizzanti e delegittimanti e debba essere radicalmente rivisto. Mi limito a ricordare come la Commissione Jospin (Commission de rénovation et de déontologie de la vie publique), nominata dal Presidente Hollande con decreto del 16 luglio 2012, abbia presentato, nel novembre 2012, un rapporto (dall’indicativo titolo Pour un renouveau démocratique) nel quale, tra le altre cose viene indicata la necessità di rafforzare il sistema rappresentativo del Senato, sostituendo all’elezione “indiretta” un’elezione diretta dei senatori, «afin de faire du Sénat une assembée représentative de la diversité des courants d’opinion de la société française». A fronte di tale necessità la Commisione Jospin propone, altresì, l’estensione del meccanismo di elezione a scrutinio proporzionale (dal 52 al 72%) e diminuendo drasticamente (del 70%) la quota dei delegati dei Consigli comunali. Questo, per la Commissione, il modo di risolvere quella che Jospin, fin dal 1998, definiva un’anomalia democratica («Le Sénat est une anomalie démocratique»).
In Italia si va, invece, a passo d’aragosta: la riforma Renzi elimina ogni meccanismo di legittimazione diretta e democratica dei senatori, “forza” la presenza dei Comuni, elimina il bicameralismo perfetto costruendo una Camera elitaria, composta da sindaci e governatori delle Regioni.
Si aggiunga che in Francia, a partire dal 22 gennaio 2014, si è introdotto il divieto del cumulo dei mandati, che consentiva, fino a quel momento, ai senatori di essere, al contempo, sindaci o presidenti di regione (LOI organique n° 2014-125 du 14 février 2014 interdisant le cumul de fonctions exécutives locales avec le mandat de député ou de sénateur). Riforma essenziale, visto che – come aveva segnalato il rapporto della Commissione Jospin – il 77% dei senatori detenevano nel 2012 in Francia un doppio mandato. Di tutto questo, nella riforma Renzi non vi è traccia: anzi, il cumulo tra carica di senatore e carica “locale” (di Sindaco o Presidente di Regione) è il meccanismo fondamentale del funzionamento della Camera delle Autonomie prevista da Renzi (noto, di sfuggita, che di tutto ciò, nella nostra stampa, uno dei pochi a darne conto è stato M. Villone, Riforma con capo ma senza coda, in «Il Manifesto», 31 Marzo 2014).
Forse l’esperienza francese non ci insegna nulla? O forse essa ci dice che la riforma Renzi sarà destinata a produrre inefficienza e, soprattutto, un deficit democratico pericoloso, tanto più pericoloso in un sistema politico entrato in una crisi di legittimità che appare ormai irreversibile?
C’è, poi, l’altra “grande riforma” renziana: quella delle elettorale. E, anche qui, il fare, il riformare, impone una legge, l’Italicum, che appare incostituzionale tanto quanto il Porcellum. Le indicazioni della Corte Costituzionale, infatti, non sono state seguite: come ha osservato il costituzionalista Gaetano Azzariti, «non possiamo che constatare la continuità: un premio di maggioranza che pur avendo una soglia rimane abnorme; le liste pur sempre bloccate; la possibile pluricandidabilità nei collegi dei candidati; l’assenza di ogni norma riequilibratrice tra i sessi; la previsione di una quantità irrazionale di soglie di accesso. […] Mi limito a osservare che non mi sembrano rispettati i principi della sentenza della Corte pur fresca di due mesi» (G. Azzariti, intervistato da L. Milella, “Troppa continuità col Porcellum, la costituzionalità è a rischio”, in La Repubblica, 12 marzo 2014). Anche l’Italicum sarà, dunque, dichiarato incostituzionale? Perché farlo, allora, se non per ragioni puramente “pubblicitarie”, se non per qualche slide in più?
Insomma: le cosiddette riforme di Renzi rischiano di peggiorare – e non di poco – le già instabili istituzioni parlamentari: alla crisi di legittimità del Parlamento si reagisce trasformando il Senato in una Camera elitaria, all’incostituzionalità del Porcellum si risponde con una legge elettorale a sua volta incostituzionale. Ciò non avrà unicamente effetti di ulteriore destabilizzazione del sistema? Eppure tutto ciò serve, oggi, a Renzi: gli serve fare, riformare, rifare. Qualsiasi cosa, purché si faccia. Fino a che non ci sarà, davvero, più niente da fare.” Paolo Becchi

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