di Antonio Amorosi a pag. 2 de La Verità del 15 agosto 2017

A spasso tra l’amianto. Se fosse un film avrebbe questo titolo il viaggio di ieri pomeriggio ad Arquata del Tronto del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. O il viaggio di chiunque altro, tra le macerie del sisma che ha distrutto un anno fa diversi paesini delle Marche. Gli uomini della Protezione civile si affannano da giorni ad annaffiare fiori e aiuole per accogliere al meglio il premier mentre macerie e amianto giacciono all’aria aperta senza protezioni.

L’Ispra del ministero dell’Ambiente (Istituto superiore per la protezione e la ricerca) ha tracciato nel 2014 una mappa dell’amianto in Italia. Se le altre aree sono una puntellatura difforme le Marche esprimono un conglomerato quasi compatto: il 50 per cento dei siti di amianto si trovano lì e in Abruzzo (Guarda la cartina nella foto, ndr). Perché per realizzare acquedotti, cassoni dell’acqua, scarichi, tubature, grondaie, tetti, soffitti, controsoffitti e canne fumarie si è usato in modo massiccio.

«Dopo un terremoto vanno utilizzate precauzioni stringenti perché le fibre di amianto e le polveri che si sviluppano possono essere, per numero di morti, più devastanti di quelle procurate dal terremoto stesso». E’ quanto affermato nel 2011, al convegno di Burlington, Università del Vermont, dal professor Naoki Toyama dell’Università di Tokio alla presenza dei massimi esperti mondiali. «Il professore descriveva gli effetti del dopo terremoto su Fukujima ma vedo che da noi non ha prodotto grandi risultati», racconta l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Ona (Osservatorio amianto) anche lui invitato. L’amianto sfaldato si trasforma in polvere e all’assorbimento può provocare mesoteliomi e tumori. E Giappone e Italia ne hanno fatto un uso massiccio. Noi fino agli anni ottanta chiamandolo «eternit» che in latino vuol dire eternità.

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«Bisogna smaltirlo», dice Bonanni, «ma vedo che si fanno le cose alla carlona. Occorreva bagnare le macerie con getti d’acqua o con un liquido coibentante che agganciasse le fibre e poi coprire gli ammassi con teli di nylon». Infatti, dalle macerie triturate vicino alle zone abitate ai cumoli non coperti dai teli e i tetti in eternit tra detriti, è tutto un polverone mefitico. Con gli sbalzi termici, gelo e caldo, si creano le famose microspaccature del cemento amianto che fanno uscire le fibre. Chi lavora nella rimozione delle macerie è il soggetto più esposto. Anche l’Inail scrive che in assoluto i lavoratori dell’edilizia contraggono più facilmente le malattie da amianto (15,2 % del totale). E la Regione Marche ha chiesto ai comuni colpiti di indicare la presenza, ma nelle schede «spesso quella parte non è stata compilata e non sono arrivate giustificazioni», scrive l’ente. Subito dopo il sisma, il sindacato Usb dei Vigili del fuoco denunciò addirittura la presenza di detriti pericolosi tra i materiali usati per ricostruire un piazzale ad Arquata.

Per il sindaco del Comune, Aleandro Petrucci, invece non dovrebbero esserci rischi. «Mi dicono che è tutto ok e che si procede alla rimozione a vista, poi le macerie vengono portate altrove». Quando gli facciamo notare che non è possibile individuare l’amianto a vista sotto tonnellate di detriti lui reagisce: «Io però non sono un esperto». Intanto si è deciso di stoccare le macerie lungo la costa adriatica, a 60 chilometri da Arquata, con il trasporto avanti e indietro dei detriti, sollevando le ire del Movimento 5 stelle Marche. Infatti la zona terremotata è piena di cave in disuso, in regione 109, che ben coibentate potrebbero accoglierle. Ma per le istituzioni locali anche se più dispendiosa e pericolosa si è scelto l’opzione viavai. In zona il primo appalto per la rimozione è in mano alla Htr Bonfiche di Roma, società nel 2011 finita in un‘inchiesta sulla Tav dei magistrati di Firenze. Htr aveva affidato parte del trasporto dei materiali ai camion di un’impresa casertana, la Veca sud, per gli inquirenti controllata dalla camorra. Ma Htr ha detto di poter dimostrare la propria estraneità ai fatti e di aver chiuso ogni rapporto con la Veca sud.

Dal Blog di Antonio Amorosi

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