Nel primo tweet ha affermato che Hillary Clinton (la rivale sconfitta) starebbe spingendo per un “Pence takeover” cioè per una sostituzione di Trump con il suo vice Mike Pence, ritenuto “prevedibile quindi neutralizzabile (defeatable)”.

Nel secondo, pubblicato mezz’ora più tardi, Assange ha aggiunto che anche“due funzionari IC (Intelligence Community) vicini a Pence” hanno dichiarato che “stanno pianificando un Pence takeover. Non è chiaro se Pence è d’accordo”.

Un terzo tweet, dopo alcune ore, ha puntualizzato che le fonti hanno parlato di impeachment contro Trump, “non di altre azioni”.

Mike Pence ha immediatamente smentito Assange definendo “assurde e offensive” le ipotesi di un suo coinvolgimento in un tentativo di golpe bianco contro Trump; ed ha aggiunto: “è il più grande privilegio della mia vita lavorare fianco a fianco con il 45° Presidente americano. Vedere la sua leadership ogni giorno e l’amore che egli ha per il popolo americano”.

Lo Stato Profondo tifa Pence?

L’ipotesi di un impeachment in atto contro Donald Trump riecheggia da molto tempo negli ambienti di Washington rimbalzando sul mainstream come un sussurro diffuso. E comunque qualche elemento sembra avvalorare le affermazioni di Assange.

Da dopo l’elezione di Trump, il Washington Post, un tempo quotidiano di riferimento del mondo conservatore, si è trasformato nella voce dello “Stato Profondo”, il potente apparato di potere e controllo governato dalla Cia, che sta facendo una guerra totale al nuovo Presidente dando voce agli attacchi più violenti e complottisti contro di lui.

Ovviamente qualcuno sospetta che in questa scelta editoriale non sia secondario il legame (anche economico) tra Jeff Bezos, il proprietario del giornale che è anche il capo di Amazon, e la Cia.

Fatto sta che proprio qualche settimana fa il Washington Post ha realizzato un ritratto ideale di Mike Pence definito “un falco tradizionale influenzato fortemente dalla sua fede cristiana” con un peso sempre più crescente nell’Amministrazione Trump sopratutto sulla politica estera.

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Pence, scrive l’editorialista “è visto da molti a Washington come una figura che potrebbe sostenere la linea dura” che ha già appoggiato in passato quando era membro del Congresso.

Per “linea dura”, il Washington Post intende la politica interventista e guerrafondaia in Medio Oriente, ambigua con l’Isis e apertamente ostile alla Russia, in continuità con quella di Obama e da cui Trump ha sempre detto di volersi distaccare.

Il Washington Post sottolinea come sia stato proprio Pence ad imporre i falchi repubblicani in alcuni gangli strategici della nuova Amministrazione: Dan Coats (uno dei maggiori esponenti del partito anti-Putin in America) a capo della National Intelligence, Nikki Haley ambasciatrice Usa alle Nazioni Unite (che ha spinto per la conferma della sanzioni alla Russia) e Mike Pompeo (uomo legato alla potente lobby saudita) a capo della Cia.

Insomma l’articolo sembra una sorta di viatico che l’ormai “house organ della Cia” avrebbe dato ad un eventuale successore di Trump.

D’altro canto non dimentichiamoci che nell’Ottobre scorso, nel pieno della campagna elettorale, di fronte agli scandali che Trump produceva con i suoi discorsi e le sue battute, sopratutto quando i grandi analisti prevedevano una sua “sconfitta sconcertante”, i vertici del Partito Repubblicano pensarono di sostituirlo in corsa proprio con Pence; e Pence prese apertamente le distanze da quello che poi sarebbe diventato il suo Presidente.

I 140 caratteri di Twitter obbligano informazioni stringate e poco verificabili se non sulla base dell’affidabilità della fonte che in questo caso è il fondatore di Wikileaks, l’uomo che da anni sta svelando le verità più scomode del sistema politico americano; ma è certo che con i suoi tweet, Assange ha lanciato l’ennesimo sasso nella palude in cui si sta trasformando la democrazia americana.

Fonte: Qui

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