DI – 8 OTTOBRE 2014

L’ex renziano di ferro Richetti parlando di Job’s Act si lamenta: «solo slogan e discussioni». Effettivamente non si riesce a comprendere l’esagerato accanimento mediatico posto in essere su questa –tu chiamala se vuoi- riforma del lavoro. Modifiche marginali di un articolo (a quanto pare “insindacabile”) miste a simil-promesse da campagna elettorale. Quanto a risultati effettivi, possiamo esser sicuri, ci sarà poco da aspettarsi. Quindi la vera questione da porre al giovane premier è: “caro Matteo, non sarà che una volta raggiunta l’ambita poltrona soffri di ansie da prestazione (dato il coro quasi unanime che ti vede –su che base?- ultima speranza per l’Italia)? Non sarà tempo di far davvero qualcosa invece di scarabocchiare dati e leggi come a far finta di lavorare?”.

Spieghiamoci: mentre Renzi gioca a briscola coi sindacati e allo schiaffo del soldato coi lavoratori, le più grosse compagnie informatiche baloccano col resto del mondo ad un “monopoli” tremendamente reale. A Tim Cook, Zuckerberg e Jack Ma (e quindi ad Apple, Facebook e Alibaba) i miliardi di dollari in fatturato e di valutazione del mercato non bastano. Non vogliono tanto, vogliono tutto. E quale da sempre la più grossa fonte di facile guadagno? I fondi di investimento.

Avete presente la maniera assolutamente invadente ed illegale tramite la quale i noti motori di ricerca e social networks carpiscono ogni informazione sul nostro conto? Gli stessi che -appena aperta la home di facebook- vi pubblicizzano tutte le offerte per un fantastico soggiorno nella location poc’anzi cercata tramite google maps? Bene. Perché come vedete ci conoscono meglio delle nostre tasche, quest’ultime in particolare. Con una attenta ricerca nel web sapranno infatti consigliare lo strumento finanziario adatto a ognuno. La proposta vi sembra un affare? Ottimo! Grazie al nuovo i-phone 6 –a quanto pare tanto indispensabile da valere notti insonni di fronte ai negozi – puoi gestire un “portafoglio digitale” ed effettuare pagamenti. Ah, i soldi non bastano? Nessun problema, facebook si sta attrezzando, sarà sufficiente chiederlo a qualche “amico” in linea, e in un attimo potrà trasferire la somma necessaria.

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Il fondatore del social network più famoso, si sa, è ambizioso e senza scrupoli, già considerato dall’alto del suo miliardo e passa (!) di utenti una vera e propria istituzione. E nell’era del consumo cosa serve ad una società per definirsi tale? Un mezzo di scambio, ovviamente. E’ forse per questo che facebook ha ottenuto la licenza in Irlanda per l’emissione di unità di conto (e-money): “rappresentative dei soldi custoditi e valide per incassare il controvalore da parte di chi le riceve1”. Inutile prendere appuntamenti dall’oculista, avete letto bene. Un sito ha la sovranità monetaria di cui molte Nazioni (Italia inclusa) non godono affatto. “Suvvia, è una semplice moneta elettronica” si penserà. Già, una moneta dunque non tanto diversa da quella utilizzata nella maggior parte dei pagamenti virtuali, bonifici, cambiali ecc. Una valuta, ad esempio, come l’euro, la stessa che non stampiamo ma prendiamo a prestito…

Chiaro no? Non contenti di essersi venduti i nostri dati e la nostra privacy, ora utilizzerebbero gli stessi per offrire servizi finanziari a centinaia di milioni di potenziali utenti. Gli sviluppi del patto Transatlantico sembrano spaventosi? L’area di libero scambio che potrebbe nascerne sarebbe la più grande mai esistita, il sogno liberista per eccellenza: un mercato senza regole ed un benessere esclusivo delle multinazionali. Una prospettiva che le possibili “banche mondiali” quali Google, Fb ed altri, sembrerebbe addirittura oltrepassare, scavalcando ampliamente ogni limite di frontiera. Una realtà che nemmeno la più fervida fantasia di Orwell avrebbe mai potuto partorire.

Caro Renzi, vuoi salvare l’Italia? Nazionalizza la Banca d’Italia, così da rendere giustizia al suo nome altrimenti alato e retorico. Vuoi fare di più? Frammenta il sistema bancario in micro istituti, come le banche popolari, le uniche ad aver concesso credito in questi tempi di crisi. Le grandi strutture sono “too big to fail”? Verissimo, perché qualora fallissero sarebbero guai seri. Pertanto si tagli la testa al toro! Pur dinanzi a crisi epocali come quella del 2008 i piccoli istituti, avendo poche potenzialità da investire, avrebbero parimenti pochi problemi e più ampio respiro. L’unica prevenzione medica.

1 Maria Teresa Cometto, “Soldi hi-tech Zucherberg e Cook vogliono fare le scarpe (digitali) alle banche tradizionali”, CorrierEconomia, 06 ottobre 2014

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