Il “tesoro” di Berneschi sequestrati 5 milioni

Nuovo blitz della Guardia di Finanza sui conti dell’ex presidente e della nuora una parte della somma recuperata faceva direttamente capo a Menconi

La Guardia di Finanza sequestra altri cinque milioni di euro che Giovanni Berneschi e sua nuora Francesca Amisano custodivano nel Centro Fiduciario Carige. Di questo ultimo tesoretto alcune centinaia di migliaia di euro appartengono a Ferdinando Menconi, ex ad del ramo assicurativo che è stato arrestato il 22 di maggio assieme all’ex presidente della Banca e ad altre cinque persone tra le quali la stessa nuora di Berneschi.

Le accuse sono di truffa ai danni del comparto assicurativo, riciclaggio e falso. I sequestri eseguiti dalla Finanza su richiesta del procuratore aggiunto Nicola Piacente e del pm Silvio Franz ammontano a quasi 27 milioni di euro, quasi tutti (a parte un milione e mezzo circa di Menconi) di proprietà di Berneschi e, almeno nominalmente, della nuora.

Tale enorme disponibilità di contanti, unita al presunto tentativo, secondo gli inquirenti, di far rientrare in Italia dei soldi sotto
forma di quote dell’albergo di cui è comproprietario a Lugano, sullo sfondo dell’inchiesta giudiziaria disegnano un secondo scenario: il tentativo di Berneschi e dei cosiddetti pattisti di rastrellare un numero tale di azioni da piazzare uno o due rappresentanti nel Cda presieduto da Cesare Castelbarco Albani. 

Una suggestione forse, che però si basa su alcuni elementi molto concreti e che verrà chiarita presto, a metà giugno, quando all’aumento di capitale i giocatori al tavolo dovranno mostrare le loro carte.
Partiamo dai tre giorni che definiscono il perimetro del possibile giallo bancario. Il 20 maggio, alla sera, Fondazione annuncia la vendita del 15% di azioni Carige. Il giorno dopo, 21 maggio, il titolo precipita e viene venduto solo il 10,9% del pacchetto. Particolare fondamentale: oltre a piccole quantità vengono acquistati anche lotti pesanti, con esborsi superiori al mezzo milione. Il 22 maggio la retata con Berneschi ai domiciliari (e successivamente in carcere per aver tentato di movimentare soldi dai suoi conti).

E ora due numeri: le azioni Carige sono 2 miliardi e 174 milioni e rotti. Con 18 milioni di euro (valore del titolo 0,43) ci si compra il 2% delle quote che garantiscono un posto nel Cda. Essendo risaputo che Berneschi ha già un suo pacchetto, nell’ipotesi fantascientifica che abbia acquistato – lui o attraverso altri – quei 18 milioni di quote, oggi potrebbe essere detentore di quasi un 3% che garantirebbe addirittura due posti in consiglio di amministrazione. Tradotto: un nuovo equilibrio interno alla banca amministrata da Pierluigi Montani. 

Oggi nel Cda ci sono 6 esponenti della Fondazione, 4 dei soci francesi Bpce (Banques Populaires et des Caisses d’Epargne) e i quattro cosiddetti pattisti da sempre alleati di Berneschi: Remo Checconi e Lorenzo Roffinella per le Coop, Luca Bonsignore e Lucia Venuti per il gruppo delle fondazioni liguri e toscane.

A questo mosaico vanno aggiunti altri due elementi. Berneschi, dopo l’abbandono della presidenza (ma è rimasto incollato alle controllate fino a dopo l’arresto) ha sempre manifestato pubblicamente l’intenzione di “restare” nella Banca e rafforzare la sua presenza. 

L’estate scorsa, quando Carige cercava un socio pesante per il rafforzamento da 800 milioni chiesto da Bankitalia, lui cercò di far sbarcare a Genova Unipol. Con Carlo Cimbri, ad del gruppo, Berneschi aveva un vecchio legame risalente all’inchiesta su una delle famose scalate dei “furbetti”, quella alla Bnl, conclusasi con un’assoluzione generale di banchieri, immobiliaristi, coop, costruttori e dell’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio. 

Ma nelle intercettazioni dell’inchiesta questo rapporto assume un contorno diverso. Il 17 marzo di quest’anno, Berneschi al telefono confida un retroscena del processo: «io… sulla pratica Banca Nazionale
del Lavoro… non ho sbindato di una virgola mi han dato 3 anni (in realtà era la richie-sta del pm, ndr) peròseinquellacircostanza io avessi avuto paura e dicevo: ‘eh si, quelli dell’Unipol mi han fatto delle pressioni…il signor Cimbri era morto. Invece Cimbri che sa come mi son comportato» e poi l’ex presidente spiega che secondo lui proprio per quel motivo Unipol si era detta disposta a investire in Carige: «È per quello che l’operazione la chiudavamo con Unipol perché c’era un debito di riconoscenza… morale ».

Se questo debito di riconoscenza esista davvero o sia solo una millanteria di Berneschi – che in alcune telefonate intercettate fornisce informazioni fasulle – è un aspetto che verrà probabilmente approfondito dalla procura nei prossimi interrogatori. Ma per quanto possa esagerare, indubbiamente tra Berneschi e Unipol, così come con le coop e il gruppo Bonsignore, esistono antichi vincoli molto solidi. Se si sono trasformati in una “scalatina” alla banca lo si scoprirà molto presto.

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FONTE:

http://genova.repubblica.it/cronaca/2014/06/03/news/carige_sequestro_da_5_milioni_a_berneschi_amisano_e_menconi-87933689/?ref=HREC1-12

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