Mai come nella giornata di martedì 21 febbraio a Roma sono state così evidenti le due Italie che stiamo vivendo da tempo. Dire due in verità è un modo di nobilitarne una, che è piccola, chiusa nei recinti sempre più distanti dalla realtà nei suoi palazzi ciechi, quelli della politica come quello purtroppo di gran parte della informazione ufficiale. Un’Italia reale, assai malmessa, ferita, boccheggiante, affamata, disperata, umiliata e quasi sempre ignorata. E un’Italia surreale, che se guarda ha gli occhi foderati da antiche ideologie che distorcono ogni realtà. Ma il più delle volte non guarda nemmeno, si costruisce una realtà che non esiste, vive di quella come fosse fatta di carne e di sangue. Ma è di cartapesta.

Quelle due Italie quel martedì erano visibili a tutti nella capitale. C’era in piazza la rabbia dei tassisti e quella degli ambulanti. Un tempo forse categorie che avevano una loro agiatezza e una certa rendita di posizione, additate agli altri come esempio di quel che è immobile. Oggi povera gente che sbarca il lunario come può, perché il mondo è cambiato ed è cambiato in peggio. Loro hanno mutui da pagare, famiglie da sfamare, medicine da comprare. Non sempre ce la fanno, ma hanno un lavoro, che non è poco nell’Italia reale di oggi. Lo sentono minacciato, temono di perderlo e non hanno santi in paradiso che consentano loro di evitare le fiamme dell’inferno: casse integrazioni graziosamente elargite, assegni di disoccupazione che possano mitigare le ferite, una protezione sociale degna di questo nome. Non sono tutta l’Italia, però nemmeno pochi: due milioni di famiglie.

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E’ che anche gli altri non se la cavano poi tanto meglio, perché da anni è un precipizio, e i numeri che oggi dicono come l’Italia sia precipitata all’ultimo posto della classifica europea, con performance peggiori della vituperata Grecia, non sono di carta. Si trovano nelle stimmate della carne e del sangue degli italiani. Questo è il Paese reale. Che è così, e non puoi spegnere come anche il giorno successivo ha fatto gran parte dell’informazione ufficiale relegandolo a coreografia di contorno a un manipolo di infiltrati per fare casino, con i tirapugni, tre bombe carta e quattro saluti fascisti.

Quello stesso giorno bastava accendere tv e seguire cronache degli stessi media per vedere l’Italia surreale. Era concentrata in quel piccolo ormai marginale spettacolo teatrale- nemmeno più drammatico, quasi comico non fosse così irritante in questo momento- che si svolgeva nella sede del Pd al Nazareno. Quegli stessi che ti avevano raccontato delle grandi meraviglie, delle riforme, della modernità, delle favole sulla crescita e che invece hanno creato queste ferite vive nella carne e quel sangue che viene ogni giorno prelevato. Loro, la classe dirigente virtuale, tutta tesa da settimane a discutere di scissioni, separazioni, cavilli statutari, regole congressuali, mozioni di fiducia, parole di sfiducia, possibili poltrone, timori di sedie sfilate come tutto ciò fosse il cuore dell’universo.

Un’Italia surreale che in quel palazzo bisognerebbe rinchiudere per sempre. Se la vivano e se la cantino, e la smettano di fare danni con la pelle altrui. Senza di loro non si può che fare meglio, come hanno dimostrato Belgio e Spagna in questi anni. Senza governi e governanti, i popoli possono dire a buona ragione: “io speriamo che me la cavo”

Franco Bechis
@FrancoBechis

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