Analisi originale di dagospia.com:

Vivere in armonia con il leader di turno, incensarne le capacità nascoste e non, assolvere o occultare i suoi peccati per rinfacciarglieli al momento della caduta spesso rovinosa da cavallo.

Ecco i nuovi princìpi (deontologici) dei giornaloni dei Poteri marci che da oltre vent’anni – il Ventennio Conformista -, in nome dell’antipolitica (e della partitocrazia), si sono trasformati nei cortigiani del partito del Capo di turno che ogni volta appare sulle rovine della partitocrazia o va ad occupare palazzo Chigi: da Mariotto Segni a Mario Monti…

Quasi un’inclinazione naturale, la loro, in nome della Rivoluzione italiana e della cosiddetta Seconda Repubblica, nata morta, e che adesso tutti i suoi nobili padrini, da Scalfari a Mieli, sembrano rinnegare.

Del resto, non esistono più i direttori “a schiena dritta” che una volte guadagnavano quanto, o qualcosa in più, dei loro colleghi di banco e avevano sempre in tasca la lettera di dimissioni. Gli eredi dei Borsa, Missiroli, Levi, Ronchey, Ottone, Di Bella non abitano più nemmeno nelle amene storielle che una volta si raccontavano nelle scuole di giornalismo o nei corridoi redazionali post Sessantotto.

E l’autonomia professionale ormai sopravvive soltanto negli statuti (estinti) della corporazione dei giornalisti. La Casta (negata) e “rottamata” dagli editori (prepensionamenti) prima ancora che entrasse in azione il piccone rosso-viola di Ser Matteo, il futuro statista di Rignano sull’Arno.

Così, scanditi dai versi beffardi del Belli, i media accompagnano ogni dì le imprese mirabolanti (e spericolate) di Mr.40 per cento, alias Sbroccaitalia: “E accusì, a ssono d’orgheni e ccampane/ S’aggiusteranno cqui ttutti l’affari:/ Nun ce saranno ppiù lladri e pputtane”.

Benvenuti, dunque, nel paese di Renzonia il migliore dei mondi di carta possibile.

Dove le Caste si sono ormai estinte (naturalmente?) come le puttane sotto il Papa Re e, finalmente, in via Solferino, possono riposare i Gabibbo alle vongole Stella&Rizzo e le Gabanelle in fiore.

La corruzione dilagante, il debito pubblico-record (2.107 miliardi!), l’inflazione e la disoccupazione – la cosiddetta politica del rigore con cui è stato immolato sull’altare, complice Re Giorgio, il Cavalier Berlusconi – al momento sono stati cassati dall’agenda scrupolosa dei professoroni Giavazzi&Alesina.

Per non dire dei politologi à la carte che avevano cavalcato pure il populismo di Beppe-Adolph Grillo (Galli della Loggia) in nome dell’immaginaria superiorità della società civile.

E ancora.

Dal sito economico laVoce.Info, qui dove una volta ruggivano i leoni del libero zoo accademico (i vari Boeri, Bragantini, Daveri, Onado), oggi arrivano soltanto dei flebili belati anche nel giorno in cui l’Europa ci ricorda che mancano almeno 10 miliardi per far quadrare i nostri conti con Bruxelles.

Niente, nulla sembra più scuotere dal loro torpore i giornaloni dei Poteri marci (e marciti), che trovano normale che Sergio Marpionne inviti (benevolo) il premier a Detroit e non nella Torino degli Agnelli che per anni hanno salvato la Fiat, simbolo storico delle dure lotte operaie, con i soldi dello Stato e sganciato tangenti ai politici dopo averne negato a lungo l’esistenza (Cesare Romiti).

Dal vocabolario dei moralisti “tanto al chilo”, è sparita per magia (renziana) anche la parola conflitto d’interessi (altrui) che ci tormenta da un quarto di secolo E le “prediche inutili” del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, che afferma che la Tasi sulla casa sarà più salata della vecchia Imu restano ai margini dell’informazione una volta ululata in prima pagina.

Del resto, sosteneva Robert Aron “ogni nuova fede comincia con un’eresia”.

Benvenuti allora nella nuova chiesa di Renzonia.

Neppure la ribollita (indigesta) servita alla mensa pubblica dal nuovo cuoco di palazzo Chigi durante la formazione del nuovo esecutivo-bla-bla-bla, con l’applicazione alla lettera del vecchio e caro manuale Cencelli, ha risvegliato lo coscienze dei media in adorazione del bambinello nella mangiatoia dei Nazareno e battezzato dai Poteri marci.

E non fa scandalo alcuno (salvo rare eccezioni) nemmeno la successiva tornata di nomine pubbliche (Eni, Finmeccanica, Ferrovie, Enel, Poste,Terna&C), che venerdì scorso ha avuto un altro inquietante capitolo al momento di ridisegnare  la squadra di  capistazione alle Ferrovie.

Per ben cinque volte l’assemblea degli azionisti è stata rinviata dal Tesoro per consentire la spartizione dell’azienda con protagonisti-rivali il premier Renzi e il ministro dei Trasporti, Maurizio Lupi.

Alla fine del lungo braccio di ferro, l’ha spuntata l’ex giornalista ciellino de “il Sabato”. E , oplà, i consiglieri da cinque sono risaliti a nove, per appagare gli appetiti di tutti i partiti dell’attuale maggioranza. Alla faccia della spending review annunciata.

I nuovi vertici delle Ferrovie di Stato saranno guidati dal presidente-economista Marcello Messori – che, alla pari dei media, sembra ignorare anche lui che la ripartizione è avvenuta secondo il biglietto politico in tasca al candidati – e dall’uomo imposto dall’amministratore uscente, Mauro Moretti ora traslocato a Finmeccanica, Mario Elia.

Dell’ultima Grande Lottizzazione compiuta da Superbone Renzi non c’è ahimè traccia visibile sul Corrierone di Flebuccio de Bortoli o su “la Repubblica” di Ezio Mauro e del suo vice dalla virgola solitamente acciglia, Massimo Giannini.

Un vero peccato: era l’occasione giusta per paragonare il giovane premier-leader al suo corregionale, il fu Amintore Fanfani, che all’inizio degli anni Sessanta mise le mani sulla Rai (Bernabei), sull’Eni (Mattei) e pezzi strategici dell’Iri, lasciando le briciole alle altre correnti dello scudocrociato.

Quella che fu chiamata dall’allora sinistra l’”Occupazione del potere” democristiana e la futura “Razza padrona” (o predona) di scalfariana memoria…

Sì, proprio quel Renzi-Fanfani evocato sul Corriere da Antonio Polito, ma a sproposito, dopo la tornata elettorale europea.

Verrebbe da dire, buon sangue (toscano) non mente.

Ps.

Ma quanto costerà alle casse pubbliche la “rottamazione” (partitica) dei manager degli enti pubblici in via di rinnovo? Alla Corte dei Conti si sussurra che serviranno almeno 150 milioni (quanti richiesti dal governo alla Rai) per le liquidazioni e i bonus milionari che incasseranno i boiardi (e sottopanza vari) mandati a casa da Superbone Renzi. Trenta milioni già sono stati erogati per pagare le uscite di Scaroni (Eni), Pansa (Finmeccanica), Cattaneo (Terna) e Conti (Enel).

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