Non desidero commemorare la scomparsa di Carlo Azelio Ciampi con argomentazioni controcorrente solo per il gusto di contestare il pensiero dominante dei media allineati ed addomesticati che si sono prodigati come mai in elogi, ma solamente rappresentare il vero ruolo giocato dall’ex Presidente del Consiglio, e poi Presidente della Repubblica, in uno dei momenti storici più importanti dell’Italia sin dai tempi dell’Unità.

Non desidero neanche in questa occasione ricordare gli effetti disastrosi che derivarono dalla scelta concordata con Beniamino Andreatta di non più obbligare la Banca d’Italia di intervenire sul mercato primario dei titoli di Stato, perché sull’argomento sono stati già scritti fiumi d’inchiostro. Mi limiterò a precisare sull’argomento che il “danno” maggiore, che in genere non viene evidenziato, non fu tanto l’aver lasciato ai mercati la determinazione dei tassi dei titoli pubblici, quanto l’aver introdotto un nuovo meccanismo d’asta previsto a margine nella stessa famosa lettera fra il ministero del Tesoro e la Banca d’Italia che sarà ricordata con il termine giornalistico di “divorzio”.

In verità non fu un divorzio, ma un vero e proprio matrimonio d’interesse celebrato sull’altare del neoliberismo, e la risposta consenziente, praticamente già concordata, di Ciampi del 6 marzo 1981 alla lettera di Andreatta del 12 febbraio precedente, ne è la conferma. Ma come dicevo l’accordo ridefiniva soprattutto anche i metodi tecnici con cui il Tesoro si sarebbe finanziato sui mercati, introducendo il nuovo meccanismo delle aste competitive. Questo sistema avrebbe consentito agli operatori, con marginali quantitativi sapientemente non acquistati (non sapremo mai se il duo Andreatta-Ciampi avesse ben chiaro il concetto!), di ottenere tassi altissimi su tutto l’ammontare dell’emissione! Di fatto inizia nel luglio del 1981, data esecutiva dell’accordo, il trasferimento dal potere dello Stato di creare base monetaria per soddisfare il fabbisogno pubblico alla sola determinazione del mercato diventandone di fatto suo ostaggio.

La decisione del divorzio fu quindi una scelta politica e non tecnica: bisognava iniziare a dimostrare di appartenere alle “regole” europee e il prezzo da pagare era il modello neo liberista di riferimento, dove tutto doveva essere lasciato alla determinazione dei mercati nella convinzione-presunzione che solo i mercati, senza la presenza attiva dello Stato, avrebbero autoregolato in modo ottimale il sistema finanziario. Ma sappiamo benissimo che questo non è avvenuto e non poteva avvenire: anzi i mercati, enfatizzati sempre più dall’evoluzione della globalizzazione senza nessuna regolamentazione, hanno provocato sempre più disastri inimmaginabili e difficilmente sanabili.

Ma tutto questo e con quello che avvenne dopo, dalla definizione di Maastricht fino all’adozione dell’euro, rappresentarono per Ciampi la sua missione di vita. Era “innamorato” d’Europa e qualsiasi sua azione tecnica e politica fu tesa al raggiungimento dell’obiettivo di far entrare l’Italia nell’euro a qualsiasi costo. Non capì che l’attacco speculativo contro la lira, che culminò nell’estate del ’92 e che ci costò la famosa manovra da 92.700 Mld di lire del Governo Amato (compreso il prelievo sui conti correnti) dopo aver bruciato inutilmente in pochi giorni le intere riserve valutarie italiane pari a 60.000 Mld di lire, era stata possibile proprio perché i mercati avevano immediatamente intuito che l’aver sottoscritto il 7 febbraio dello stesso anno il Trattato di Maastricht sarebbe stato un “suicidio” economico per l’Italia. Circostanza che avrebbe capito anche un operatore principiante di qualsiasi sala cambi e che permise fra l’altro a George Soros di “guadagnare” in pochi giorni qualcosa come 1,2 Mld di dollari. Forse all’allora Governatore della Banca d’Italia non gli era del tutto chiaro che contro la speculazione internazionale concertata non c’è banca centrale che tenga a meno di chiamarsi Federal Reserve… Si fidò dei suoi omologhi tedeschi Schlesinger e Tietmeyer della Bundesbank che gli promisero a parole aiuti a sostegno della lira ma che nella pratica non alzarono mai un dito non intervenendo neanche con un marco!

Ma la sua colpa più grande fu quella di aver fortemente caldeggiato le imposizioni dei vincoli del Trattato di Maastricht accettandoli a scatola chiusa senza preventivamente verificare quali sarebbero stati gli impatti nell’economia e nell’industria italiana con l’adozione del cambio fisso in uno scenario in cui il mercato unico sarebbe rimasto sempre un’utopia. Preferì invece intraprendere la via di convincere le cancellerie degli altri paesi che l’Italia sarebbe stata in grado di rispettare tutti gli accordi dei Trattati anche a costo di infliggere al Paese i più forti sacrifici come il costante perseguimento di avanzi primari che hanno poi depauperato le capacità reddituali e di consumi degli italiani.

Errore che solo un “innamorato” può compiere in quanto, come tutti gli innamorati, agiscono sempre in modo irrazionale e non ragionato. Per lui bisognava entrare a tutti i costi e a qualsiasi imposizione e gli altri partners europei, ad iniziare dai tedeschi e dai francesi, che avevano capito perfettamente come Ciampi avrebbe accettato anche l’inaccettabile pur di trascinare il paese nella moneta unica. Non capì che invece erano gli industriali tedeschi a voler far entrare l’Italia a tutti i costi e avrebbero fatto tutte le pressioni possibili sul loro governo (come fecero con successo) pur di mettere al guinzaglio l’unica altra economia che poteva impensierirli e che fino ad allora gli aveva creato grossi problemi di competitività.

Non ebbe la lungimiranza di consigliare al suo predecessore Guido Carli, nel frattempo Ministro del Tesoro firmatario di Maastricht, nel seguire l’esempio inglese invocando la famosa opzione dell’opting-out che ci avrebbe consentito di poter esercitare un minimo di potere contrattuale sui tavoli europei nella determinazione dei vincoli macroeconomici. Continuò sempre poi su questa linea ignorando che l’Italia era un grande paese e che l’Europa avrebbe avuto più bisogno di lei che viceversa! Sarebbe bastato battersi per inserire anche i debiti privati rispetto al PIL, oltre a quello noto del debito pubblico nei dettami di Maastricht, per vedere ribaltata completamente la situazione finanziaria italiana e con essa la considerazione che ancora abbiamo in Europa e nel mondo…

La Storia un giorno considererà e trarrà conclusioni da queste circostanze!

Antonio M. Rinaldi – Scenarieconomici

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