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Quello che segue vorrebbe essere un promemoria per il premier Matteo Renzi, per il ministro GuardasigilliAndrea Orlando, per tutto il Parlamento, per l’Anm, il sindacato dei magistrati, e le organizzazioni dell’avvocatura. Un esempio di quello che non dovrebbe mai succedere. Un promemoria all’indomani dell’approvazione in consiglio dei ministri della riforma della giustizia civile. E alla vigilia dell’avvio dell’iter parlamentare.

Un imprenditore del Nord investe in Calabria, vuol lavorare, può farlo perché ha ordini e commesse, le competenze e il personale qualificato. E’ convinto anche di avere prospettive interessanti per il futuro perché considera quello “un distretto tecnologico con alte potenzialità”. Situazione ideale, si dirà. Evviva. Peccato che tutto questo rischi di saltare, e comunque ha già accumulato un ritardo insostenibile per un paese evoluto. Non solo, ciliegina finale: ci sono 25 persone, in cassa integrazione da un anno, che potrebbero lavorare già da qualche mese e quindi non gravare più sulla casse dello Stato. Invece no.

La storia va raccontata nel dettaglio. Non mettiamo nomi per evitare che una denuncia costruttiva rischi di essere risucchiata definitivamente nel ghirigoro della paralisi burocratica.

Siamo in provincia di Cosenza. Nel 2006 con un investimento di circa 40 milioni (metà della Comunità europea, metà di privati) nasce un’azienda specializzata in elettronica di alto livello. Un sogno che dura poco. Il fallimento arriva nel giro di pochi anni, 50 persone restano a casa, cassa integrazione. Un guaio perché il know how dell’azienda e di chi ci lavora potrebbe essere tra i più evoluti d’Europa: componentistica elettronica per le telecomunicazioni, l’aerospaziale e l’auto.

Nel 2011, con il fallimento in corso, si trova comunque un investitore straniero, israeliano per l’esattezza, che ci crede, vuole investire in Italia, gli va bene Cosenza, non pesa che sia il Sud, pesa – in positivo – il valore potenziale della fabbrica, il know how di chi ci lavora. Dialoga con il tribunale di Vibo Valentia, competente per il fallimento, affitta fabbrica e macchine, concorda con i sindacati l’assunzione di 25 persone. L’imprenditore israeliano investe un primo milione euro per ripristinare macchinari, impianti produttivi ed immobili (che nel frattempo aveva subito due incendi d’origine dolosa), per corsi di formazione personale (elettronica per impianti sicurezza, prodotto tipico israeliano) ed un altro milione per far ripartire il tutto.

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In sei mesi sono pronti a ripartire: ma iniziano i problemi. Burocrazia. Problemi con le dogane. Un esempio: i componenti per la produzione, anziché arrivare dal porto di Tel Aviv direttamente a quello di Gioia Tauro, devono viaggiare via nave fino a Bruxelles e da qui, su gomma, tornare in Calabria. Per non parlare dei pagamenti Iva: pagamento del 21% del valore totale per lo sdoganamento, per materiali che rientrano in Israele dopo 15 giorni. Ostacoli di ogni genere. Complicazioni. Bastoni tra le ruote. A fine 2013 l’imprenditore israeliano conclude che “in Italia, causa burocrazie, tempi lunghi e regole medioevali, non si riesce a gestire in modo competitivo il business“. E, complice la crisi di settore, abbandona l’Italia nonostante l’investimento di due milioni di euro.

E’ la fine di progetto che dava speranza all’intera area.

Ma arriviamo a oggi. All’inizio di quest’anno, un imprenditore, questa volta italiano, decide di dare continuità al progetto. Ancora una volta si punta sul fatto che l’area di Cosenza, grazie all’Università della Calabria (Arcavacata, 40 mila studenti), potrebbe diventare un distretto di eccellenza per l’elettronica avanzata e dare lavoro e sviluppo all’intera zona. Vengono così ripresi i contatti con il Fallimento ed il tribunale di Vibo Valentia (che nel frattempo ha pubblicato due aste, andate deserte) per ripartire inizialmente con l’affitto dell’azienda. Si lavora per ripartire con la struttura che, a differenza del buon vino, “più sta ferma più si danneggia”; si fa un accordo con l’Università per dar lavoro a giovani laureati, si contattano nuovi committenti di altissimo livello.

L’imprenditore italiano ha fretta. I 25 dipendenti, in cassa integrazione, anche: preferiscono lavorare e produrre anziché pesare sulle casse dello Stato e vegetare con la cassa integrazione.

Siamo ai primi di giugno, l’imprenditore vorrebbe ripartire prima delle ferie estive: presenta allora una proposta per ripartire con l’affitto della struttura, i dipendenti vedono riaprirsi una possibilità di lavoro. Mancano solo i dettagli dell’accordo.

Proprio i dettagli, l’applicazione rigorosa di tutti i passaggi burocratici, i pareri di chi era coinvolto nel fallimento, le ferie estive di giudici e curatori: insomma, tutto fermo. Nel frattempo il mondo corre, non aspetta la burocrazia italiana e le sue lungaggini: i dipendenti ed i sindacati, impotenti, chiedono lumi: nessuno risponde. Si aspetta e basta. Per non perdere le commesse l’imprenditore si sta arrampicando sui vetri per rispondere della mancata produzione ai nuovi clienti. “In Romania – spiega – mi hanno proposto terreno gratis, facilitazioni ai finanziamenti , collegamenti logistici, 15 anni esentasse, azienda operativa in una settimana…. se porto là la produzione”.

In Italia servono 10 anni per risolvere un fallimento; siamo al 158° posto nel mondo, dopo Gambia e Mongolia, nella classifica mondiale Doing Business; l’arretrato nel civile supera i 5 milioni di fascicoli, quasi 96 miliardi di euro di mancata ricchezza, tra i 4 e i 5 punti di Pil, quattro o cinque manovre. La storia di Cosenza è solo un granello di questa montagna di spreco e inefficienza. Ma si deve cominciare da qui, da ciò che abbiamo.

Fonte: intrapendente.it

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