di Mariangela Cirrincione

Da anni ormai si ragiona di svecchiamento del sistema politico gerontocratico, di smantellamento della tirannia del vecchio, della necessità di un riformismo illuminato la cui migliore sintesi è la volontà di creare una giovane classe dirigente. La gioventù moderna dell’età anagrafica ha fatto appunto un valore, polemicamente potremmo affermare, salvo poi ritrovarsi progressista, ma troppo vecchia a trent’anni per l’ingresso nel mondo del lavoro. La placida ironia svela il vulnus, annidato nella costruzione a aprioristica della giovinezza terra promessa e chiave di volta. Se da un lato c’è da gioire per il superamento del sedimentato pregiudizio patriarcale per cui i giovani siano fisicamente adulti, ma socialmente immaturi, e che sia dunque imprescindibile affidarsi ai vecchi, ‘cronologicamente saggi’, dall’altro c’è di che patire. «In realtà ciò che esiste non sono i giovani ma la retorica su di essi.– scrive il pensatore Fini nel 1980 per Linus – Ed è per questa retorica imperante che l’Italia di questi anni è stata percorsa da una ventata di “giovanilismo” quale non si era vista mai. Tutti, oltre che lodare, vezzeggiare, coccolare i “giovani”, si sono messi a imitare i giovani, a vestirsi come i giovani, a parlare come i giovani, a far finta di pensare come i giovani. Ma qual è stato il risultato di quest’orgia di retorica sui giovani?». Prima di rispondere, ad un altro quesito va data soddisfazione, e cioè quanto la modernità abbia in comune col quadro descritto.

Invero oggi quella che si prefigurava come una “narrazione di se stessi”, per certi versi compiutamente meramente estetica, è divenuta concreta strutturazione di un’immagine in rapporti ed equilibri, messa a punto non soltanto per neutralizzare a monte il potenziale fiorire di contestazioni dello status quo (ce ne sarebbero di stimoli), ma anche per continuare a fare dei giovani la migliore propaganda di loro stessi. Il giudizio, però – direbbe forse Pasolini a commento dell’autodeterminazione dei giovani dei tempi nostri – non è libero proprio nell’atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà. «Proprio mentre erano portati in palmo di mano, additati ad esempio, indicati come “speranza”, i giovani venivano infatti – scrive Fini – ingannati e fregati. Azzerate la scuola e l’università, uccisa la possibilità di imparare un mestiere, impedita la professionalità, garantita l’occupazione ai già occupati, chiuse a riccio le corporazioni, il “futuro” della nazione è rimasto senza futuro»proseguiva apocalitticamente. Eppure, oggi il futuro ‘svuotato’ ha una forma nuova. Si chiama Europa. Anche se «Il giudizio non è libero proprio nell’atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà»Anche se il contenitore, dei più belli mai modellati, non ha un peso. Una “nuova preistoria” è dei giovani dell’Italia renziana, dell’Europa della Troika.

L’espressione è ancora pasoliniana. Risale all’anno 1963 quando Pierpaolo Pasolini annunciava “La [sua] rabbia” come «un’idea irrazionale ancora, non ben definita, non determinata […] È l’idea di una nuova preistoria. E cioè – argomentava –i miei sottoproletari vivono ancora nell’antica preistoria, mentre il mondo borghese, il mondo della tecnologia, il mondo neocapitalistico va verso una nuova preistoria. […] Quando il mondo classico sarà esaurito, quando saranno morti tutti i contadini e tutti gli artigiani, quando l’industria avrà reso inarrestabile il ciclo della produzione, allora la nostra storia sarà finita». Quando saranno morte le arti, la religione, il pensiero, quando tutto sarà piegato al guadagno. La cornice odierna dunque fu straordinariamente tracciata dal letterato con largo anticipo. Poco serve a completare il quadro delle mancanti pennellate più amare. Melanconico profeta, inoltre, Pasolini, temeva che le sue parole venissero piegate alla comodità storica, alle logiche involutive del “neocapitalismo illuminato e socialdemocratico”. «Noi ci troviamo – scriveva ai lettori di Vie Nuove– alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale. Lei ne è già una vittima, in quanto il suo giudizio non è libero proprio nell’atto in cui crede di meglio attuare la propria libertà; io sono un’altra vittima in quanto la mia libera espressione viene fatta passare per ‘altra da quella che essa è’. Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuminato e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai».

Il timore della perdita di senso ben si salda al meccanismo tutto contemporaneo della “manomissione” delle parole (riprendendo il titolo del saggio di Carofiglio), poste schiave ad arginare, isolare e affondare le coscienze oppositive. I giovani d’oggi, figli della Seconda Repubblica d’azzurro vestita, hanno ingurgitato per anni pappette di ottimismo e “libertà”, incantati dai suoni ammalianti di belle parole poste al servizio di interessi lontani dal bene comune. Diversi “lodi” dolcissimi hanno, ad esempio, imposto vergognose leggi ad personam.

Intanto il sogno Europeo prendeva corpo e forma nelle silenziose cessioni di sovranità e persino nell’immaginario collettivo con l’idillio delle libere frontiere, vera opportunità per i giovani europei, protagonisti di un futuro di pace. I “giovani”, ormai categoria istituzionalizzata, invidiata invenzione, ma ancora massa indistinta e – in un certo senso – incorporea, sono protagonisti di tutti i racconti, elevati ad emblema d’eterna eterea e indispensabile speranza nel domani. Il giovanilismo in veste metodica si autoalimenta d’una retorica “sospetta” – per dirla con Massimo Fini – della “meglio gioventù”. Perché «Non c’è uomo politico, partito, fazione, papa, giornale – sosteneva – che, da dieci anni a questa parte, non faccia il panegirico dei giovani. Queste lodi tribolanti e incessanti tributate ai giovani sono sospette». La retorica giovanilistica fu propria del fascismo e del nazismo, dei regimi totalitari in genere, che si servirono dei giovani – sostiene Fini – “come docile massa di manovra” per attestarsi, e incontrastati, al potere. «E non c’è da stupirsene: perché difficilmente i giovani hanno delle idee proprie, è facile che si entusiasmino per quelle altrui». Si può concordare con Fini sul fatto che i regimi totalitari enfatizzino le virtù dei giovani; si può concordare anche sull’assunto per il quale la retorica della gioventù, anche quando non risulti esplicitamente “littoria”, sia comunque “intimamente e profondamente fascista”, leggendo ‘fascista’ come intrisa della coerenza totalitaria del regime che identifica nel giovane l’homo novus, perché privo di incrostazioni ideologiche, e lo plasma a sua immagine e somiglianza.

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Il ricercatore Federico Nicolaci sulla crisi e la ‘disintegrazione’ dell’Europa, nel saggio “Tempio vuoto”, evidenzia come le radici culturali europee siano state offuscate dalle dinamiche di totale asservimento a scienza e tecnica funzionali al profitto, svuotando il progetto europeo del suo contenuto ‘irrinunciabile‘, ossia ‘il nostro stesso essere europei’, figli d’una storia straordinaria. «La ‘cultura’ europea – spiega Nicolaci – è tutta piegata alla logica ‘calcolante’ del tecno-apparato, è culto per il progresso scientifico, fede nella sua capacità di rispondere a tutto. […] Di tutto ciò che di grande l’Europa ha prodotto, dalla letteratura alla filosofia, dall’arte alla teologia – riflessi diversi di una stessa anima – le classi dirigenti non sanno oggi che farsene…». Il mondo giovanile, impugnando bandiere “di civiltà” delle più varie, risente di tal preoccupante buco nero. I centri educativi ne risentono, quando – piegati alle lobbies ed alle dottrine del capitale – addirittura non partecipano a crearlo, ancor più minando il futuro della nazione.

L’impronta romantica e utopica dei movimenti celebri della gioventù – mazziniani, seguaci di Saint-Simon e Fourier, bohémiens – caratterizzava i giovani come anticipatori del rinnovamento morale e spirituale della comunità inserita nel territorio. In tale direzione muovevano le rivendicazioni, lì si raccoglievano acqua e fango per modellare il futuro. Il passato importava. I confini importavano. Ancora la grandiosa esperienza partigiana, che non esiste – per certi versi – se non come ridefinizione di una identità (quella nazionale), che si compie solo nella sovranità. Anche i movimenti universitari degli anni sessanta di stampo rivoluzionario (o pseudo-rivoluzionario) si accendevano per reazione alle dinamiche sociopolitiche del ‘dopo guerra fredda’, del conflitto in Vietnam, nel desiderio di ammorbidire quella rigidità sociale che limitava gli spazi d’espressione giovanile e la possibilità di autodeterminarsi.

Non è necessario entrare nel merito delle contraddizioni della storia, piuttosto si intende evidenziare come le battaglie della ‘neo’ gioventù moderna, che si professa – potremmo dire – “ex novo” (dall’inizio, daccapo, come se fosse nuova) europea, benché adornate di prospettive a colori, contemplando la memoria solo come patina o raffigurazione, siano ulteriore epifania del vuoto del tempio e dell’inconsistenza degli idoli. Inghirlandate di “ricerca di civiltà”, eppure così disancorate dalla terra, dalle radici. La violenza ‘iconoclasta’ sistemica, di cui molti giovani si fanno inconsapevoli precursori, distrugge i pilastri della società – la famiglia, il lavoro, la patria, la fede persino – per omaggiare il dio ‘della libertà per la libertà’, dell’assenza di regole (dal mercato alla vita in generale) e confini, di differenze, di un’etica dell’uomo. È quanto emerge dal moltiplicarsi delle battaglie giovanili mediatiche, legislative, politiche per l’aborto, la legalizzazione delle droghe, l’eugenetica, la fecondazione eterologa, la ‘gestazione’ per altri, il matrimonio gay, le “esportazioni” di democrazia e “primavere”, ecc. Giunge in aiuto puntuale il consumo delle ‘memorie utili’ al disegno (si omette di citarle per non risultare insensibili, oltre che impopolari demagogici populisti).

Ci sono tra queste rivendicazioni elementi condivisibili, altri meno – non si vuole demonizzare –, ma una società tanto ferita e quotidianamente percossa dalla violenza della finanza, del mercato, delle politiche di austerità, ha l’obbligo di ristabilire delle priorità, ha il compito di recuperare il senno della ‘civiltà’. L’aumento raccapricciante della povertà pure coinvolge i giovani; l’impressionante numero dei suicidi di lavoratori e di imprenditori pure tocca i giovani; l’inaudita violenza del mondo del lavoro pure riguarda i giovani, l’insensata gestione della cosa pubblica pure ha delle ripercussioni sui giovani; l’attacco meschino alla cellula base della nostra società – la famiglia! – pure interessa i giovani; il “terrorismo dell’occidentalizzazione” (così definito dal neo-eletto presidente siriano Assad, che bene potremmo adattare al sistema economico europeo) pure determina il futuro dei giovani. Più di tutti questi aspetti dovrebbero riguardare – riguardano – i giovani. Ciascuno faccia l’esperimento di continuare l’elenco secondo la propria sensibilità. Non si crede azzardato ritenere che sia – almeno per i desti – molto lunga prima d’arrivare alla presunta centralità dei ‘diritti civili’ di cui sopra, al centro di tutte le rivendicazioni contemporanee.«Liberiamoci della libertà. Niente è così vincolante quanto la libertà. Sputate sulla libertà e sui tribuni della libertà, soprattutto», tuonava provocatoriamente Carmelo Bene, assai critico sui meccanismi democratici, non di rado degeneranti nella creazione di una libertà politica “preconfezionata” e paradossalmente nemica della libertà spirituale, o artistica.

Infine, il secondo rilevante vulnus è la disuguaglianza sociale. Sempre più accentuata, ha finito per dividere la società, e in particolar modo il mondo giovanile, di per sé fragile, in garantiti e non garantiti, in privilegiati e soli, privati di certezze, orfani di “madre-patria”. Così ci sono i liberali, i radicali, i verdi, i centristi, i moderati, i democratici, i progressisti, i non conservatori, o anche i conservatori redenti, e i radical chic, e quanti ne vogliate aggiungere, tutti forse persino socialmente agevolati – o semplicemente ciechi – che leggono Hessel, si indignano (ma non troppo eh!), partecipano ai gay pride come massimo impegno per la “lotta alla sopravvivenza”, per il welfare state (che fa più happiness, freedom and future), per la civiltà del diritto. E poi ci sono gli altri giovani, quelli che si dovrebbero alzare e dovrebbero iniziare a ricostruire il tempio, con le colonne giuste. Ponendo fine a questa preistoria.

Fonte: antidiplomatico.it

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