E’ morto Carlo Azeglio Ciampi. Pace all’anima sua! Come al solito, però, il sistema politico-mediatico conformista, in queste ore sta operando per la canonizzazione laica di un personaggio che, se certo non era belzebù, si è assunto, storicamente, la responsabilità di una serie di marchiani errori di politica economica i quali, a detta di autorevoli economisti, solo un principiante poteva commettere. Infatti soltanto in un Paese allo sbando come il nostro poteva accadere che a rivestire la carica di governatore di Bankitalia, poi primo ministro e quindi ministro del Tesoro, potesse giungere uno come Ciampi laureatosi, nel 1940, in … Lettere! Azionista ed antifascista di vecchia data, non trovò di meglio durante il suo governo negli anni ’90 che riscoprire, a modo suo naturalmente, la ricetta “corporativista”. Perché tale fu la concertazione industriale-sindacale che il suo governo sollecitò dalle parti sociale ed ottenne allo scopo di rendere praticabile la sua “politica dei redditi”. In quegli anni la sinistra antifascista – per pura opposizione a Berlusconi (che certo non era meglio) di cui il duo Ciampi-Prodi in quegli anni rappresentava l’alternativa ulivista – aveva un orgasmo politico ogni volta che l’ex governatore di Bankitalia parlava. Però nessuno fece notare agli Occhetto, ai Fassino, ai Bersani, dell’epoca, che la concertazione di Ciampi era molto simile a quella appunto, benché in clima autoritario, altrettanto concertativa, ossia di collaborazione capitale-lavoro, di un certo regime prebellico.

Ma quando abbiamo citato i “marchiani errori di politica economica” di Ciampi non è alla concertazione che intendevamo richiamarci. Non è stata la concertazione l’errore storico di Ciampi ma il ruolo da lui svolto nella politica monetaria deflattiva che nessuno, oggi, ha il coraggio di rammentare apertamente, mentre la canonizzazione mediatico-politica è in corso. Ciampi, insieme a Beniamino Andreatta, è stato il responsabile del cosiddetto “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro, nel 1981, ossia dell’inizio della sottrazione allo Stato della propria sovranità monetaria in favore dei mercati finanziari. L’intenzione del duo Ciampi-Andreatta – che realizzò il “divorzio” con un semplice scambio di lettere e senza alcuna deliberazione del Parlamento (pseudo)sovrano rappresentante, presunto, del Popolo italiano – era quella di fermare l’alta inflazione del precedente decennio ‘70. La loro analisi partiva dall’errata “teoria quantitativa della moneta” per la quale è l’eccesso di circolante monetario che provoca inflazione (se fosse vera una tale teoria, oggi che la Bce ha inondato il mercato di uno tsunami di liquidità dovremmo avere un’inflazione a tre cifre mentre non si riesce neanche a raggiungere l’obiettivo stimato da Draghi dell’inflazione all’1,8%, e la deflazione perdura e devasta l’economia mondiale). In realtà l’inflazione degli anni ‘70 fu una inflazione da costi ossia da aumento inusitato dei costi del greggio (causato dalla riduzione della sua offerta sul mercato internazionale, provocata dai contraccolpi delle guerre arabo-israeliane tornate a riacutizzarsi quella del 1967). L’aumento del costo del greggio si ripercosse sui costi dei prodotti finiti, ossia sui prezzi dei beni. Dando inoltre, come conseguenza ulteriore, una spinta, mai così forte fino a quel momento, alla rincorsa tra aumenti salariali ed inflazione, ovvero costo della vita, che a sua volta provocava un ulteriore aumento dei costi di produzione e quindi del prezzo dei beni finiti. Negli anni ’80, poi, mentre l’inflazione scendeva per cessazione della sua causa principale, non si trovò di meglio, ed anche in questo Ciampi ebbe un suo nefasto ruolo, che abrogare il meccanismo della “scala mobile salariale” facendo un favore ai soli industriali e senza che la disoccupazione diminuisse come promesso dagli abolizionisti.

L’inflazione era, infatti, in graduale diminuzione già prima del 1981, anno del “divorzio”, proprio perché l’offerta di greggio tornò a soddisfare la domanda alla fine degli anni ‘70 quando il clima vicino-orientale si fece più disteso in vista di quelli che poi furono gli accordi di Camp David. Ma il duo Ciampi-Andreatta credette di fermare l’inflazione costringendo lo Stato a finanziarsi sui mercati finanziari ossia pagando tassi di interesse reali, laddove, prima del “divorzio”, quando  Bankitalia acquistava i titoli del Tesoro, lo Stato pagava interessi prossimi allo zero. Dietro il “divorzio” si celava l’idea per la quale se lo Stato, per finanziarsi, fosse stato costretto a pagare tassi reali ai mercati finanziari avrebbe dovuto ridurre la sua spesa, quindi il suo debito, e pertanto contrarre le prestazioni di welfare e gli investimenti pubblici lasciando spazio esclusivamente a quelli privati, ossia privatizzando i propri apparati produttivi (quelli dell’Iri) come poi, nel 1992, avvenne con l’affaire “Britannia” condotto in porto da Mario Draghi in veste di Direttore Generale del Tesoro. Il risultato, oltre a quello di arricchire gli hedge funds e gli speculatori vari, fu però l’impennata del debito pubblico la cui riduzione era invece, come si è visto, il secondo obiettivo da raggiungere per il duo Ciampi-Andreatta.

Questo accadde semplicemente perché la spesa pubblica per interessi ed il vincolo esterno imposto dal cambio semi-fisso dello Sme innalzò il debito invece che diminuirlo. Far aderire l’Italia allo Sme fu un’altra operazione “europeista” guidata da Ciampi, in vista della futura moneta unica europea, senza chiedere, in compenso del sacrificio della sovranità monetaria nazionale, meccanismi di riequilibrio delle bilance dei pagamenti tra gli Stati aderenti al progetto. Sicché quando George Soros attaccando speculativamente lira a sterlina fece crollare lo Sme le nostre eurocrazia nazionali avrebbero dovuto imparare la lezione, ma non fu così. Accortosi della insensatezza di un sistema di cambi semi-fissi privo di un attore politico di coordinamento che concertasse le politiche degli Stati europei – un sistema che, nel vuoto politico confederale, stava permettendo alla Germania, ed in misura minore alla Francia, di ergersi a Nazione-Guida nell’esclusivo suo interesse – lo speculatore ungherese, allievo di Popper il filosofo della “società aperta”, colpì nel punto più vulnerabile ovvero gli squilibri monetari reali che il cambio semi-fisso nascondeva senza appianare. Infatti lo Sme costringeva gli Stati più deboli ad inseguire il tasso di cambio del forte marco tedesco deprimendo la competitività delle proprie economie. In altre parole la politica monetaria e quelle dei cambi di tutti gli Stati dello Sme era decisa esclusivamente dalla Germania, tutt’al più dall’alleanza tedesco-francese (si parlava all’epoca di Europa “carolingia”), e non, come avrebbe dovuto essere, da un attore confederale che mantenesse in equilibrio, senza rigide costrizioni, i rapporti tra le monete facendo funzionare una qualche stanza di compensazione che imponesse non solo agli Stati in deficit, della bilancia commerciale e dei pagamenti, il risanamento di bilancio ma anche agli Stati in surplus politiche di aumento della domanda interna per favorire le esportazioni dei Paesi partner. Soros aveva compreso che in uno Sme così mal congegnato a lungo andare si sarebbe profilata all’orizzonte l’inevitabilità della svalutazione da parte degli Stati più deboli. Egli non fece altro che accelerare i tempi attaccando speculativamente prima la nostra lira e poi la sterlina inglese e costringendo l’Italia nel 1992 e l’Inghilterra nel 1993 ad uscire dallo Sme ed a svalutare (con immediato beneficio per le nostre esportazioni e la nostra bilancia commerciale).

Ma Ciampi, in quel momento governatore di Bankitalia, credette di poter resistere all’attacco del fondo speculativo di Soros dando fondo a tutte le riserve valutarie in marchi della Banca d’Italia. Il rapporto di forze era però assolutamente ineguale perché Soros – opportunamente finanziato dai suoi “amici” banchieri internazionali – vendeva lire contro marchi in quantità talmente enormi da sfuggire a qualsiasi possibilità di controllo da parte di Bankitalia. Per sostenere il valore della lira, e quindi il suo cambio rispetto al marco, e restare nello Sme, Ciampi diede, come detto, fondo alle riserve di marchi della nostra Banca Centrale nel tentativo di vendere marchi contro lire e riacquistare, ritirandola, l’ingente massa della nostra divisa dell’epoca, gettata sul mercato da Soros per svalutarla, onde sostenerne il valore di cambio nei limiti dei parametri stabiliti dallo Sme. Ma prima o poi le riserve di marchi a nostra disposizione dovevano esaurirsi e, nell’impossibilità di Bankitalia di stampare altri marchi, la lira dovette svalutare.

L’accanita resistenza di Ciampi all’attacco speculativo è spiegabile solo con l’accecamento di chi crede che si possa raggiungere l’unità monetaria senza una preventiva istanza politica, di chi all’epoca riteneva, contro i tanti ammonimenti da parte degli economisti e l’insegnamento stesso della storia, che la via monetaria fosse l’unica via per l’unione politica europea sicché un sistema di cambi fissi o una moneta unica avrebbe costretto gli Stati europei a federarsi. Una convinzione che non fu affatto abbandonata, neanche dopo la crisi del 1992 e che preparò la crisi del 2009 nella quale ancora ci dibattiamo. Senonché quella inutile ed insensata resistenza di Ciampi costò alla nostra economia perdite e danni in misura indicibile che invece si sarebbero potuti evitare se non avesse prevalso il “dogma eurocratico”, all’epoca in avanzata fase di gestazione.

Ora che Ciampi è morto tutto questo va ricordato non solo per uscire fuori dal coro melenso e disgustoso messo in scena dai soliti laudatores del solito tecnocrate di turno ma anche, soprattutto, per trarne la lezione che questa Unione Europea è tutta da rifare ma su ben altre basi, ponendo il Politico al primo posto e l’economia, come deve essere, al secondo.

Qui di seguito un articolo, tratto dal sito www.keynesblog, che spiega in termini di scienza economica quanto sopra detto.  Buona lettura.

Luigi Copertino

 

Le vere cause del debito pubblico italiano

Pubblicato da keynesblog il 31 agosto 2012 in Economia, Italia

Dal 1981 la Banca d’Italia, per decisione di Beniamino Andreatta e Carlo Azeglio Ciampi, ha smesso di monetizzare il debito pubblico che è schizzato alle stelle. Una storia che si è ripetuta, amplificata, con l’Euro e la BCE.

di Domenico Moro da Pubblico 

In questi giorni la stampa tedesca ha attaccato con forza Draghi. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, Holger Steltzner, lo ha accusato di voler trasferire alla Bce i metodi della Banca d’Italia. Questa sarebbe al servizio dello Stato, di cui alimenterebbe le casse. Se ora la Bce finanziasse i debiti statali acquistandone i titoli, scatenerebbe l’inflazione e aggraverebbe la crisi dell’eurozona.

Come ha fatto notare anche il Sole 24ore, le critiche di Steltzner alla Banca d’Italia sono infondate. A partire dal 1981 la Banca d’Italia ha “divorziato” dal Tesoro e non è più intervenuta nell’acquisto di titoli di Stato. Ciò che non viene detto, però, è che quella lontana decisione contribuì a produrre non solo l’enorme debito pubblico ma anche il primo attacco ai salari. L’attuale debito pubblico italiano si formò tra gli anni ’80 e ’90, passando dal 57,7% sul Pil nel 1980 al 124,3% nel 1994. Tale crescita, molto più consistente di quella degli altri Paesi europei, non fu dovuta ad una impennata della spesa dello Stato, che rimase sempre al di sotto della media della Ue e dell’eurozona e, tra 1991 e 2005, sempre al di sotto di quella tedesca.

Nel 1984 l’Italia spendeva – al netto degli interessi sul debito – il 42,1% del Pil, che nel 1994 era aumentato appena al 42,9%. Nello stesso periodo la media Ue (esclusa l’Italia) passò dal 45,5% al 46,6% e quella dell’eurozona passò dal 46,7% al 47,7%. Da dove derivava allora la maggiore crescita del debito italiano? Dalla spesa per interessi sul debito pubblico, che fu sempre molto più alta di quella degli altri Paesi. La spesa per interessi crebbe in Italia dall’8% del Pil nel 1984 all’11,4%, livello di gran lunga maggiore del resto d’Europa. Sempre nello stesso periodo la media Ue passò dal 4,1% al 4,4% e quella dell’eurozona dal 3,5% al 4,4%.

Nel 1993 il divario tra i tassi d’interesse fu addirittura triplo, il 13% in Italia contro il 4,4% della zona euro e il 4,3% della Ue. La crescita dei debiti pubblici dipende da molte cause, soprattutto dalla necessità di sostenere le crisi e la caduta dei profitti privati che, dal ’74-75, caratterizzano ciclicamente i Paesi più avanzati. Tuttavia, è evidente che politiche sbagliate di finanza pubblica possono rendere ingestibile la situazione del debito, come è avvenuto in Italia. Visto che l’entità dei tassi d’interesse sui titoli di stato, ovvero quanto lo Stato paga per avere un prestito, dipende dalla domanda dei titoli stessi, l’eliminazione di una componente importante della domanda, quale è la Banca centrale, ha avuto l’effetto di far schizzare verso l’alto gli interessi e, quindi, di far esplodere il debito totale.

Inoltre, la mancanza del cordone protettivo della Banca d’Italia espose il nostro debito alle manovre speculative degli investitori internazionali. Fu quanto accadde nel 1992, quando gli attacchi speculativi alla lira costrinsero l’Italia ad uscire dal Sistema monetario europeo e a svalutare. Insomma, non solo Steltzner ha torto riguardo alla Banca d’Italia, ma è il principio stesso dell’“autonomia” della Banca centrale, da lui tanto tenacemente difeso, ad aver dato per trent’anni in Italia gli stessi risultati negativi che ora sta producendo nell’eurozona.

Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale fu la ragione del divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro. Ce lo spiega il suo autore, l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta. Uno degli obiettivi era quello di abbattere i salari, imponendo una deflazione che desse la possibilità di annullare “il demenziale rafforzamento della scala mobile, prodotto dall’accordo tra Confindustria e sindacati”. Infatti, nel 1984 con gli accordi di San Valentino la scala mobile fu indebolita e nel 1992 definitivamente eliminata. Anche oggi, come allora, le presunte “necessità” di bilancio pubblico sono la leva attraverso cui ridurre il salario, in Italia e in Europa. Con la differenza che oggi l’attacco si estende al salario indiretto, cioè al welfare.

Fonte: maurizioblondet.it

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