Mi piacerebbe tantissimo capire sulla base di quali presupposti si possa pensare un’unione di popoli (storicamente diversissimi) sotto un’unica legge, economia, modus vivendi.

Quando l’ho chiesto ad un esponente del “più europa” pochi giorni fa, non è riuscito ad evitare parole come “obbligare”, “costringere”. Ovvero si ragiona a prescindere dalla volontà popolare. La voce del disagio ormai dilagante viene pertanto messa a tacere da una cosiddetta “necessità” ed “inevitabilità” della costituzione degli USE.
Popoli distanti (culturalmente) e con profonde differenze secolari non accetteranno mai di buon grado l’annullamento di queste in favore di un super stato, al di là di ogni dubbio puramente tecnico.

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Volere più unione, laddove ragionevolmente ad oggi non vi può essere, significa voler FORZARE e COSTRINGERE due o più soggetti in un rapporto malsano e controproducente, che poi necessariamente darà vita a forze spiccatamente nazionaliste (una sorta di legge del contrappasso). I totalitarismi, le dittature, gli estremismi di ogni genere non nascono dal nulla, ma sono la risposta a politiche sbagliate e squilibrate…
Non a caso processi come ad esempio l’adesione alla moneta unica non hanno mai visto la diretta approvazione della gente e non a caso ogni volta che si è votato sull’UE e affini, l’esito è sempre stato negativo.

Dove sta la democrazia nella costrizione? Eppure è un ragionamento di una disarmante facilità…

Per raggiungere l’obiettivo federazione bisognerebbe bypassare totalmente i passaggi democratici​. La gente non accetterà mai la follia totale. Siate intellettualmente onesti, più-europeisti.

Caterina Betti

via Economia Democratica

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