Nessun tweet governativo per commentare i dati di ieri. Niente sul Pil, che l’Istat ha rivisto al ribasso, né sul potere d’acquisto delle retribuzioni degli italiani, in calo nonostante l’inflazione bassissima.

A differenza del 16 novembre, quando Matteo Renzi festeggiò il «balzo» dello 0,3% del terzo trimestre, la revisione al ribasso del Pil annunciata ieri (per uno scherzo del destino sempre dello 0,3%) non è stata «socializzata» da nessun ministro o sottosegretario.

Il motivo è semplice. Le previsioni dell’Istituto di statica correggono ancora una volta il Pil in una direzione che non può fare piacere a chi ha la responsabilità del governo. La crescita per l’anno in corso si fermerà allo +0,8%, nel 2017 allo 0,9%. In maggio l’Istat aveva previsto rispettivamente l’1,1% e l’1,4%.

Se nel secondo trimestre dell’anno il Pil è stato sollevato dai consumi interni, nel dato annuale sono proprio i consumi privati ad avere rallentato rispetto alle previsioni. Male anche la domanda estera, anche se in questo caso il calo (lo 0,1%) era atteso.

Le stime Istat si avvicinano a quelle del governo, che aveva già rivisto il dato sul Pil in occasione della presentazione dell’aggiornamento del Def e della presentazione del Documento programmatico di bilancio.

Per il 2016 l’esecutivo prevede lo 0,8%. Al momento sul 2016 i più pessimisti restano gli economisti di Confindustria, che si fermano allo 0,7%. Sul 2017, l’Istat è in linea con le previsioni della Commissione europea, meno ottimiste di quelle del governo.

A parte le previsioni e gli «zerovirgola» che non piacciono al premier, l’Istat di fatto raffredda gli entusiasmi su una ripresa di fine anno e, ancora di più, su un 2017 con una crescita ancora più robusta.

La speranza del governo di non dovere fare scattare 20 miliardi di clausole di stabilità (quindi di nuove tasse, in particolare con gli aumenti Iva) nel 2017 è legata alla ripresa, alla quale per il momento credono solo gli esponenti dell’esecutivo.

La crescita acquisita fino al mese scorso, è lo 0,8% e a fine anno questo dato sarà confermato. Poi sui consumi l’Istat prevede «una evoluzione ancora moderata nei prossimi mesi».

Male anche il commercio estero. Solo gli investimenti dovrebbero accelerare (+2% quest’anno e al +2,7% nel prossimo).

L’altro dato preoccupante diffuso ieri è quello Inps sulle retribuzioni. Calano le retribuzioni lorde del 2015, ma è per effetto della decontribuzione. A preoccupare è il fatto che il potere d’acquisto degli stipendi sta crollando.

Dal 2011 c’è stata una serie di dati positivi che hanno portato ad un aumento medio di 660 euro, per una crescita del 3% delle retribuzioni lorde.

Dal 2011 l’inflazione in 5 anni è però salita del 7%, mentre le retribuzioni di meno della metà, con un differenziale negativo del 4%: una zavorra pesante sul potere d’acquisto dei lavoratori. Un taglio, di fatto, degli stipendi e non per colpa del costo della vita che sta crescendo molto lentamente.

Ad una ripresa veloce non crede nemmeno Standard&Poor’s. Ieri le agenzie hanno dato particolari di un report sulle banche. L’agenzia di rating dice che «le imprese italiane, come l’economia del Paese, devono affrontare una battaglia per la crescita più impegnativa degli altri Paesi.

Anche se la più grande economia del Sud Europa ha avviato una ripresa economica tiepida, la ripresa resta più debole rispetto a molte altre economie europee, ed è ancora appesantita dalla stagnazione della domanda interna». La ripresa arriverà solo se la situazione geopolitica si stabilizzerà. In attesa del miracolo.

Fonte: Qui

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