Pubblichiamo un estratto de “La debacle ucraina”, una lecture del prof. Anatol Lieven (King’s College di Londra) tenuta lo scorso 14 maggio a Milano in un evento organizzato dalla Fondazione Eni Enrico Mattei.

Alle radici dell’attuale crisi ucraina, rapidamente declinante verso la guerra civile, si notano anche deficienze e incomprensioni in politica estera antecedenti all’escalation. Le recenti relazioni tra l’Unione Europea e l’Ucraina erano basate sull’European Neighborhood Policy del 2012 e ad accordi perlopiù inerenti a libero commercio e associazioni politiche; un accordo associativo, previsto per la fine del novembre 2013, non è mai stato ratificato dall’allora Presidente Viktor Yanukovych, costretto alla fuga nel febbraio 2014.

IL VETO ALL’ACCORDO

Sembra tuttavia che già nell’estate del 2012 numerosi Paesi abbiano posto il veto, a Bruxelles, all’accordo con il governo di Yanukovych a causa dello scarso livello di rispetto per la democrazia e i diritti umani; l’intero processo sembra essersi limitato a un tentativo temporaneo di contrastare il piano russo di includere l’Ucraina nella futura Unione Eurasiatica. Sarebbe stato necessario, e auspicabile, un approccio estremamente serio nel prospettare una simile strategia a una ex repubblica sovietica; al contempo, il rifiuto di intavolare negoziati con la Russia ha rivelato una scarsa visione strategica. Solamente Romano Prodi, Presidente della Commissione Europea tra il 1999 e il 2004, suggerì di negoziare una sorta di membership ucraina; tuttavia il ministro degli esteri di Mosca, Sergej Viktorovič Lavrov, fu completamente ignorato.

LE INCOGNITE DEL CONFLITTO

Se il proseguimento del conflitto a livello militare presenta solo incognite funeste, sempre più probabili con il trascorrere di ogni settimana, una soluzione costituzionale della crisi era teoricamente gradita a tutte le parti. La dichiarazione congiunta di Ginevra dello scorso aprile, difatti, era volta a invitare gli ucraini di entrambe le fazioni al cessate il fuoco, al disarmo e alla partecipazione al successivo dialogo nazionale per il riconoscimento degli interessi regionali. Purtroppo, questa dichiarazione non ha fissato una vera road map per l’apertura di tale dibattito, che avrebbe dovuto essere concordata come condizione primaria per il successivo smantellamento delle postazioni ribelli nell’Ucraina orientale. Alla luce degli ultimi scontri, a Odessa e altrove, occorrerebbero certamente altre concessioni reciproche, estese all’Ucraina centrale e occidentale: forse lo scioglimento dell’accampamento dei manifestanti di Maidan o l’estromissione dei partiti estremisti e connessi con le milizie nazionaliste, quali Svoboda, dai ministeri-chiave di Kiev.

UNA FORZA D’INTERPOSIZIONE

Una forza d’interposizione composta di osservatori delle Nazioni Unite sarebbe idealmente necessaria, per sostenere e verificare il comportamento di tutte le parti coinvolte. Occorre ricordare che l’autonomia regionale, in chiave molto simile a una dichiarazione d’indipendenza, è stata proclamata a febbraio dal governo della regione occidentale di Lviv, sotto il controllo di nazionalisti ucraini: all’epoca sembrava che il Presidente Yanukovych dovesse rimanere al potere, traghettando l’Ucraina nell’Unione Eurasiatica a guida moscovita. Se Lviv ha potuto ottenere una simile assicurazione per la sua identità e per i propri interessi, è difficile comprendere perché non possa essere concesso il medesimo diritto a Donetsk; né sussiste alcuna ragione morale attendibile perché l’Occidente non possa sostenere il processo federale in Ucraina. Gli Stati Uniti, la Germania, il Canada e mezza dozzina di altre democrazie occidentali sono, del resto, Stati federali. La principale critica occidentale a tale processo di federalizzazione, che consentirebbe a Mosca di prevenire l’avvicinamento ucraino alla NATO, è inconsistente: la sola presenza di sostenitori filorussi in Ucraina ha già fatto naufragare tale possibilità futura.

LA STRADA DEL REFERENDUM

Sfortunatamente la realtà e una lunga esperienza offerta da svariati conflitti similari dimostrano che l’accordo su una nuova Costituzione in forma federale, estesa all’intero Paese, deve essere anzitutto raggiunto e ratificato da un referendum nazionale. Prima di un simile referendum, sia le milizie armate nell’Ucraina orientale che i campi dei manifestanti di Maidan dovrebbero essere simultaneamente smantellati, magari sotto l’egida delle Nazioni Unite: nessuna forma di democrazia, a livello regionale o nazionale, risulterebbe credibile se i governi dovessero sottomettersi al volere di folle non elette.
È ormai necessario riconoscere che la crisi ucraina presenta enormi rischi sia da parte dei gruppi estremisti filorussi che nazionalisti, alcuni dei quali siedono attualmente nel governo di Kiev.

GLI ALLEATI DELLA RUSSIA

Oltretutto, le masse di civili disarmati che hanno bloccato l’avanzata iniziale delle truppe ucraine nel Donbas dimostrano che la Russia dispone di alleati locali, opportunamente supportati da operatori russi in incognito, oltre che di un massiccio sostegno popolare. Al contempo, le manifestazioni popolari dell’inverno a Kiev hanno dimostrato l’impossibilità di inserire l’Ucraina nell’Unione Eurasiatica sognata da Putin, cancellando per sempre l’obiettivo di Mosca e di Yanukovych. I successivi scontri a Odessa e nell’est del Paese dimostrano ora che uno Stato ucraino, completamente filo-occidentale e anti-russo, è parimenti fuori questione: decine di migliaia di ucraini si opporrebbero, al prezzo della loro stessa vita, a entrambe le possibilità.

IL CESSATE IL FUOCO

Di conseguenza, l’unico scopo dell’Occidente deve riguardare il cessate il fuoco tra le forze opposte, condizione primaria per l’inizio di un processo democratico che sia riconosciuto dalla maggioranza degli ucraini. Il tempo, purtroppo, scarseggia e diminuisce a ogni scontro quotidiano: come dimostrato nei Balcani, nel Caucaso, in Irlanda del Nord, in Bosnia e pressoché ovunque si sia combattuto negli anni Novanta, le soluzioni pacifiche diventano rapidamente impossibili al primo spargimento di sangue. Finora, la maggioranza degli ucraini si è dimostrata sufficientemente in grado di condividere lo stesso Paese, finché i suoi interessi e peculiarità regionali non sono stati minacciati; a prescindere dal ritratto fornito dai media occidentali, parte dei sostenitori della Russia nell’Ucraina orientale non è implicitamente separatista. Malgrado si oppongano con forza all’attuale governo di Kiev, molti di loro accetterebbero ancora di far parte di un’Ucraina che ne garantisca gli interessi, piuttosto che una piena indipendenza.
Nonostante i precedenti fallimenti diplomatici, malgrado l’incrudelirsi degli scontri sembri precludere ormai ogni ipotesi negoziale, è proprio il ricorso alla violenza che trascinerà la crisi ucraina verso un’irrimediabile guerra civile.

Anatol Lieven, Professor, Chair of International Relations
War Studies Department, King’s College London

La crisi ucraina tra fallimento e prospettive negoziali -> Formiche.

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