Peggio dell’euro: ma è mai possibile, visti e considerati i danni che la moneta unica sta procurando a milioni di persone in giro per il vecchio continente? Sì, è possibile.

Segnatevi queste tre letterine, ERF, purtroppo poco magiche e che stanno per European Redemption Fund, Fondo Europeo di Redenzione. Dove però ad essere ‘redenti’ non saranno di certo gli europei, e soprattutto noi italiani, se le cose dovessero malauguratamente andare proprio in questo verso, soprattutto dopo le imminenti elezioni del 25 maggio.

Per saperne di più, Il Giornale d’Italia ha incontrato il professor  Antonio Maria Rinaldi, docente di Finanza Aziendale alla prestigiosa università ‘D’Annunzio’ di Pescara e autore di apprezzate pubblicazioni sul tema.

Professor Rinaldi, partiamo da un’altra sigla assai poco simpatica alle orecchie – e alle tasche – della gente: il Fiscal Compact. Ma non bastavano i trattati di Maastricht e Lisbona?

“In effetti, il Fiscal Compact, il trattato sulla cosiddetta ‘stabilità’, ha portato ad un notevole irrigidimento dei trattati precedenti, quelli per l’appunto di Maastricht e Lisbona, che stabilivano il limite del deficit pubblico al 3% e un debito pubblico al di sotto del 60% del prodotto interno lordo. Di fatto, i parametri sono ancora più restrittivi e neanche il 3% vale più, visto che viene chiesto un pareggio di bilancio. L’Unione Europea si affida così a meccanismi automatici per tentare di salvare l’euro, annullando le politiche economiche dei singoli Stati”.

Ecco, fermo restando questa cancellazione delle sovranità monetarie, non ritiene che sia difficile, se non impossibile, applicare le stesse regole per tutti i Paesi europei?

“Infatti. Uniformare  delle regole in maniera così rigida sta creando enormi disagi. I 25 Paesi non sono tutti uguali“ (Regno Unito e Repubblica Ceca non hanno sottoscritto il Fiscal Compact, ndr).

Da più parti sono state sollevate quelle che potremmo definire come delle ‘questioni di legittimità’ attorno al Fiscal Compact. Cosa ci dice al riguardo?

“Il Fiscal Compact è assolutamente illegittimo, come sostenuto anche dal professor Guarino e da altri esperti. E per un motivo tanto sostanziale quanto semplice, a ben vedere: l’articolo 3 del Fiscal Compact, quello cioè che fissa il pareggio di bilancio, è in palese contrasto con l’articolo 104 di Maastricht e il 126 del Trattato di Lisbona, quelli cioè che stabilivano con nettezza  il limite del 3%. E siccome l’articolo immediatamente precedente del Fiscal Compact, ovvero il numero 2, dice chiaramente che l’applicazione è valida solo se non in contrasto con i precedenti Trattati, non mi pare ci siano molti margini di manovra”.

Insomma, già questo basterebbe per non applicarlo. Se poi aggiungiamo che Francia e Spagna quel famoso 3% lo hanno già sforato, e sono abbondantemente sopra il 4% e la Commissione Europea non muove foglia, dove rischiamo di arrivare?

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“”Da nessuna parte, anzi. Perché anche chi ha sforato sta male: il debito aumenta e non puoi monetizzare assolutamente niente. E qui torniamo alle malefatte dell’euro. Insomma: se sfori, stai pure peggio”.

Il Fiscal Compact come un meccanismo diabolico, quindi?

“Rispettare il Fiscal Compact significa supportare l’euro, in nome della stabilità dei prezzi e del modello imposto dalla Germania, come presupposto della crescita. Ma c’è dell’altro…”

Prego.

“I tedeschi hanno proposto una sorta di pilota automatico per rispettare il Fiscal Compact, con la creazione dell’Erf, l’European Redemption Fund”.

Ci spieghi meglio: cos’è questo che letteralmente potremmo tradurre come ‘Fondo Europeo di Redenzione’?

“Si tratterebbe di costituire un Fondo a livello europeo, dove far confluire l’importo dei vari debiti pubblici degli Stati dell’Eurozona per la parte eccedente il 60% del PIL”.

Ma a chi è venuta questa ‘idea geniale’?

“Lo studio è stato commissionato a 11 esperti, nessuno dei quali italiano, che hanno fatto proprie le proposte dei consiglieri economici della signora Merkel”.

Un Fondo prevede delle garanzie, o no?

“Certo. E in questo caso, l’Erf verrebbe garantito dagli Stati membri attraverso i loro asset pubblici patrimoniali, riserve auree e da almeno una percentuale della fiscalità riscossa a livello nazionale, Iva compresa. Questo Fondo emetterebbe bond europei caratterizzati da una rigorosa scadenza di 20, al massimo 25 anni. In questo lasso di tempo, tutti gli Stati aderenti avrebbero, inoltre, l’obbligo di assettare il proprio rapporto debito/PIL al 60%”.

Tradotto in soldoni (e purtroppo ancora in euro), per l’Italia cosa significherebbe?

“Che dovremmo conferire all’Europa 1.168 miliardi. Al momento, perché ovviamente questa cifra sale mese dopo mese”.

Ma il debitore, e quindi soprattutto uno Stato messo male come l’Italia, che interesse ne avrebbe?

“Nessuno. Il Fondo Erf si comporterebbe, tanto per essere concreti, come un curatore fallimentare. Che tutela gli interessi del creditore, non certo quelli del debitore”.

Quali e quante possibilità ci sono per non finire nella gabbia dell’Erf?

“A livello tecnico, i cosiddetti esperti hanno fatto la proposta. Dopo le elezioni europee, ci sarà il vaglio politico. E se il 25 maggio le cose dovessero andare in una certa maniera, ci troveremmo di fronte alla massima abdicazione della sovranità monetaria di ogni Paese”.

Fermo restando che la nostra conversazione continuerà nei prossimi giorni per far capire ai Lettori come uscire dall’euro, qui va a finire che il dramma della moneta unica europea purtroppo rischia di non restare isolato. E che, per usare la chiosa del professor Rinaldi, finora… abbiamo scherzato: il peggio deve ancora arrivare.

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