Ora l’accusa è ufficiale, formalizzata con una convocazione nero su bianco: la banca d’affari Morgan Stanley e quattro dirigenti di primo piano del ministero dell’Economia dovranno comparire davanti alla Corte dei conti e spiegare perché hanno prima – negli anni Novanta – sottoscritto e poi – tra il 2011 e il 2012 in piena era Monti, poco dopo il fine del governo Berlusconi – fatto scattare una clausola sui contratti derivati accesi dall’Italia.

Clausola che, secondo l’accusa dei giudici contabili, non è compatibile con i criteri di gestione del debito pubblico e ha provocato danni allo Stato da 4,1 miliardi di euro.

La notizia era attesa. Annunciata nella relazione della procura del Lazio della Corte, presente persino nella ultima relazione trimestrale della stessa Morgan Stanley.

Ieri Repubblica ha confermato che i manager della banca e quattro dirigenti di via XX Settembre dovranno presentarsi alla Corte. Secondo l’edizione online sarebbero Maria Cannata, attuale direttore del Debito, il suo predecessore Vincenzo La Via, Domenico Siniscalco, direttore generale del Tesoro poi passato in forze proprio a Morgan Stanley e anche Vittorio Grilli, anche lui ex direttore generale del Tesoro.

La magistratura contabile aveva da tempo puntato i riflettori su una clausola sottoscritta nel 1994 dal governo italiano che permetteva a Morgan Stanley di chiudere con decisione unilaterale delle posizioni debitorie e ottenere il pagamento in un’unica soluzione.

Tra il 2011 e il 2012, in piena tempesta finanziaria e con gli speculatori che prendono di mira il Belpaese, la banca Usa chiese l’attivazione della clausola e l’Italia, a differenza di quanto era successo altre volte, accettò, sborsando in una unica soluzione 3,1 miliardi di euro.

Soldi che non dovevano uscire dalle casse dello Stato secondo i giudici, che nel calcolare il danno hanno aggiunto un altro miliardo di euro in interessi e danni di immagine.

loading...

Alcuni contratti derivati sottoscritti dall’Italia, secondo i magistrati, erano delle vere e proprie speculazioni andate male. Tanto da consentire a Morgan Stanley di guadagnare 1,3 miliardi a fronte di un esborso di 47 milioni di euro, riporta Repbblica.

Nella relazione presentata nella scorsa primavera, l’accusa della Corte dei conti aveva rilevato come i comportamenti del ministero a volte sembravano volti «unicamente e senza un valido motivo, a favorire» le banche.

Erano i mesi dei declassamenti del debito italiano da parte delle agenzie di rating. E il faro dei magistrati contabili sottolinea «l’anomalo collegamento tra i giudizi di rating e la formazione dei contratti di derivati, cui a volte consegue l’emersione di una situazione di conflitto d’interessi tra le società di rating e gli istituti bancari».

Ora la procura regionale ha terminato la fase istruttoria e ha presentato alla banca e ai dirigenti, ex e in carica, la richiesta di danno miliardaria e l’invito a comparire.

La novità di ieri è che i dirigenti chiamati a spiegare le loro decisioni sono quattro. Non è prevalsa, insomma, la tesi inizialmente sostenuta dal governo che limitava la responsabilità ad un unico dirigente.

Nei mesi scorsi in molti si erano chiesti perché nelle indagini mancasse il nome di Mario Draghi, direttore generale nel’94 quando furono sottoscritti i contratti, per permettere all’Italia di centrare i parametri di Maastricht.

I soggetti interessati ora hanno 30 giorni di tempo per presentare documenti o informazioni a propria discolpa e, se non saranno ritenuti sufficienti, la Corte dei conti potrà procedere portando in giudizio le parti.

A fare emergere sui media le anomalie dei contratti derivati sottoscritti dall’Italia era stata l’agenzia Bloomberg che, sulla base di dati Eurostat aveva calcolato il loro peso sul debito italiano: 21,3 miliardi nel periodo 2012-2015.

Fonte: qui

loading...