Fidel Castro era nato il 13 agosto 1926. Dopo gli studi dai Gesuiti si avvicinò al marxismo. Laureato in legge, divenne avvocato e, in seguito, dedicò la sua vita alla lotta politica. A partire dal 1956 creò le basi per la rivoluzione cubana, conclusasi con la cacciata del generale Batista nel 1959

Le notizie sulla sua morte si rincorrevano da anni, poi puntualmente smentite. Ma stavolta è arrivata la conferma: Fidel Castro non c’è più. Il líder maximo si è spento a 90 anni, dopo una lunga malattia. A dare l’annuncio è stato suo fratello, Raul, presidente cubano: “Caro popolo di Cuba, è con profondo dolore che compaio per informare il nostro popolo, gli amici della nostra America e del mondo, che oggi 25 novembre del 2016, alle 10.29, ore della notte, è deceduto il comandante in capo della Rivoluzione Cubana Fidel Castro Ruz”.

A trentatre guidò la rivoluzione che mandò a casa il generale Fulgencio Batista e, dopo aver promesso di riportare la libertà, instaurò un sistema in tutto e per tutto simile a quello sovietico, definito “democrazia popolare”. Nei fatti una dittatura che ha resistito per decenni e resiste ancora oggi, sia pure con qualche apertura, con le redini ben salde in mano a Raul Castro, fratello minore di Fidel.

Sopravvissuta al collasso economico dovuto al rigido embargo americano grazie agli aiuti dell’Unione sovietica prima e del Venezuela poi, Cuba non ha mai ammesso il dissenso, sbattendo gli oppositori in carcere e schiacciando ogni minima forma di ribellione. I difensori nostrani di Cuba hanno sempre preferito sorvolare sul fatto che all’Avana si negassero i principali diritti dell’uomo: preferivano ricordare scuole e ospedali di buon livello, quasi che la libertà fosse un dettaglio insignificante.

Quella di Fidel è stata una vita dedicata al sogno rivoluzionario. Una scelta maturata dopo una giovinezza borghese. Dopo aver studiato per diventare avvocato, il giovane Fidel fece la pratica in un piccolo studio. Sognava di diventare parlamentare, ma non non potè neanche candidarsi a causa del colpo di Stato di Batista. Arrestato a seguito del fallito assalto alla “caserma Moncada” (1953), fu condannato a quindici anni. Rilasciato grazie a un’amnistia, andò in esilio in Messico e negli Stati Uniti, dove cominciò a mettere insieme le tessere per il suo secondo tentativo, quello buono, teso a disarcionare Batista. A bordo della Granma, una piccola imbarcazione di 18 metri, guidò 82 rivoluzionari che, partiti dal Messico il 25 novembre alla volta di Cuba, diedero inizio alla rivoluzione. Di quel manipolo rimasero in vita solo in dodici, tra cui Ernesto “Che” Guevara e Raul Castro. Si rifugiarono sulle montagne e da lì, dopo essersi riorganizzati (arrivarono a circa 800 unità), diedero inizio a una lunga guerriglia contro il governo. Batista si arrese il capodanno del 1959, lasciando il campo alle forze di Castro che poterono entrare all’Avana. Il primo governo fu affidato a un professore di legge, José Mirò Cardona, ma nel giro di un mese e mezzo Castro, già comandante in capo delle forze armate, assunse anche il ruolo di primo ministro. Iniziava, così, il dominio di Castro, che nel 1976 assunse anche la carica di presidente della Repubblica.

Un potere, quello di Castro, che è andato avanti senza limiti fino al 2006, quando subì un ricovero ospedaliero e lasciò la guida del Paese, temporaneamente, al fratello. Due anni dopo, invece, si fece definitivamente da parte, anche se continuò, di tanto in tanto, a mostrarsi in pubblico, a scrivere articoli su Granma e a incontrare personaggi politici (Chavez e le delegazioni comuniste e cinesi) e alcuni vip suoi amici (Maradona).

Alcune timide liberalizzazioni Cuba le ha conosciute solo grazie a Raul, pur restando, il Paese caraibico, ben saldo nelle mani del Partito comunista. La morte di Fidel è la fine di un simbolo vivente. Un pezzo del Novecento che viene archiviato e consegnato alla storia. Non muore con lui, però, quel regime che da troppi anni imprigiona Cuba. Non si vedono ancora, all’orizzonte, i segnali di una rinascita democratica del Paese. Siamo ancora lontani dalla Primavera dell’Avana. I dissidenti in esilio ci sperano, ma dovranno aspettare e lottare ancora molto. Il rischio è che all’Avana si instauri una forma riveduta e corretta del “modello cinese”, con un capitalismo innestato in un sistema politico illiberale.

“Forse questa sarà l’ultima volta in cui parlo in questa stanza – disse lo scorso aprile rivolgendosi agli oltre mille delegati a chiusura del settimo congresso del partito comunista -. Presto compirò 90 anni. Non mi aveva mai sfiorato una tale idea e non è stato il frutto di uno sforzo, è stato il caso. Presto sarò come tutti gli altri, il turno arriva per tutti. Il tempo arriva per tutti noi, ma le idee dei comunisti cubani rimarranno come prova che su questo pianeta, se sono attuate con molto lavoro e con dignità possono produrre i beni materiali e culturali di
cui gli esseri umani hanno bisogno”, aveva aggiunto Fidel, con indosso la casacca di una tuta (Adidas blu elettrico) che da tempo aveva ormai sostituito la divisa verde militare da “lìder” con cui aveva rovesciato il generale Batista.

 

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