Mentre la data sul referendum costituzionale si avvicina, si moltiplicano le dichiarazioni allarmistiche da parte dei grandi istituti bancari e degli analisti sul futuro dell’Italia in caso di vittoria del NO, dimostrando in tal modo come i “mercati”, che altro non sono che una ristretta cerchia di squali della finanza, non abbiano perso il vizio di entrare a gamba tesa nella sovranità degli stati nonostante le sonore scoppole prese con la Brexit e con la vittoria di Trump negli USA.

A proposito, vi ricordate le catastrofi annunciate in caso di vittoria della Brexit? Bene: dopo Honda e Nissan, anche IBM ha annunciato che investirà in nuovi insediamenti industriali nel Regno Unito, mentre il dollaro si è rafforzato sull’euro e Wall Street è cresciuta 7 giorni su 8 dopo la vittoria di Trump, ovvero l’esatto contrario di quanto pronosticato dagli analisti “qualificati”.

Sempre i suddetti analisti hanno preconizzato l’uscita dall’euro dell’Italia in caso di vittoria del NO, puntando a spaventare gli elettori e piegarli a votare per il sì, assieme alla martellante ed inqualificabile campagna portata avanti dal premier non eletto in spregio al ruolo super partes che dovrebbe ricoprire il presidente del consiglio.

Ma cosa accadrebbe, se l’Italia uscisse dall’euro e tornasse a battere moneta propria con relativa sovranità monetaria, ovvero cancellando quello scempio economico e giuridico creato dal duo Andreatta – Ciampi introducendo il divieto per la banca d’Italia di fungere da prestatore di ultima istanza per lo stato?

La nuova moneta, che per evitare confusioni con la vecchia lira, chiameremo con il nome di fantasia di “ducato” si svaluterebbe di circa il 15-20% rispetto all’euro, riequilibrando il rapporto di cambio ora totalmente sballato rispetto al marco tedesco, di cui l’euro è semplicemente il paravento. Vediamo ora, nel concreto, quello che potrebbe accadere, supponendo un cambio iniziale di 1 “ducato” per 1 euro e successiva svalutazione.

Ci ritroveremmo con la benzina a 30 “ducati” il litro? Ovviamente no: calcolando che sul prezzo alla pompa il costo della materia prima è circa il 30% (il resto sono gabelle messe dallo stato), una svalutazione del 15% inciderebbe complessivamente per pochi centesimi di euro / “ducato”: ipotizzando un prezzo alla pompa attuale di 1,45 euro, si trasformerebbe in aumento di 0,065 euro. Un litro di benzina, quindi, verrebbe a costare 1,51 “ducati”: nulla di tragico e, soprattutto, nulla che non si potrebbe gestire tagliando una parte delle accise. Questo significa che l’aumento dei carburanti avrebbe un impatto quasi ininfluente sull’inflazione che, al momento, è addirittura con segno negativo.

Vediamo ora il debito pubblico: molti analisti “qualificati” parlano della sua esplosione, perché se il “ducato” si svalutasse del 15% rispetto all’euro, esso crescerebbe di altrettanto. Premesso che da quando è arrivato Monti, il debito pubblico è cresciuto in una percentuale ben superiore, dobbiamo tenere presente che anch’esso verrebbe convertito in “scudi”, esattamente come il debito pubblico in lire venne ridenominato in euro.

La speculazione internazionale potrebbe tentare di attaccare il debito pubblico giocando sullo spread, ma con una banca centrale in grado di acquistare il debito pubblico come prestatore di ultima istanza, il tasso d’interesse verrebbe comunque calmierato. Non è un caso, infatti, che nel 1980, prima del “divorzio” bankitalia – tesoro, il debito pubblico italiano fosse del 54% e che oggi continui a crescere nonostante un avanzo primario dello stato (entrate – uscite al netto degli interessi pagati). Ovvero il debito cresce solo a causa degli elevati tassi di interessi che paghiamo alla speculazione internazionale per non avere una banca centrale sovrana.

Passiamo ora al comparto produttivo: l’uscita dall’euro e la svalutazione del “ducato” avrebbero due importanti vantaggi: migliorare la competitività delle esportazioni e rendere più convenienti i prodotti italiani sul mercato interno rispetto a quelli prodotti all’estero. E questo è esattamente ciò che la Germania, la “virtuosa” Germania non vuole, dato che si troverebbe di nuovo un temibile avversario sui mercati esteri e non potrebbe più esportare così facilmente i suoi prodotti da noi. E’ opportuno ricordare che Berlino attua da anni una politica economica predatoria che prevede lo sfruttamento di mano d’opera a basso costo nel proprio territorio, per esportare all’estero i propri beni a danno delle altre industrie. Non è un caso che i consumi interni dei tedeschi siano al palo da più di un decennio e che milioni di lavoratori vivano di sussidi pubblici al limite della povertà.

A proposito, vi ricordate la famosa svalutazione della lira del 1992? Bene, sapete di quanto crebbe il pil nel 1994 e nel 1995? Rispettivamente del 2,2% e del 2,9%: più di tre volte quanto annunciato trionfalisticamente dal premier non eletto per il 2016!

Aumento dell’export e maggiore competitività dei prodotti made in italy sul mercato interno significano una sola cosa: maggiori possibilità di occupazione e di lavoro per i milioni di disoccupati italiani.

Vediamo un ultimo aspetto, quello dell’inflazione: oggi siamo in una fase di pericolosissima deflazione, quindi anche se vi fosse una ripresa del fenomeno, i problemi sarebbero del tutto relativi rispetto ai vantaggi.

Ora vi lascio con un piccolo spunto di riflessione: gli anni 80 e parte dei 90 sono stati un periodo di grande benessere, secondo solo al boom economico degli anni 60 (non solo in Italia) e chi oggi ha tra i 50 ed i 60 anni se li ricorda decisamente bene.  E non è un caso che proprio questa fascia di età, con punte anche tra i quarantenni, siano i più contrari al nuovo modello turboliberista che ha portato solo misera, disoccupazione e diseguaglianze sociali.

Una massa elettorale che alla prima occasione ha votato in massa coloro che sono contro questo “paradiso in terra” rappresentato dalla ue e dalla banda Clinton negli USA. E mai come oggi i media di regime si sono scagliati contro il voto popolare e soprattutto contro il voto dei “vecchi” colpevoli di “rubare” il futuro ai giovani, che avendo vissuto solo questo inferno, non hanno minimamente idea di come si possa star meglio al di fuori di esso.

Pensateci bene, ed il 4 dicembre fate un grande regalo a voi ed ai vostri figli, votando NO al potere delle oligarchie finanziarie incarnato da questo governo (una legge pro banche ogni due mesi), dalla ue e dai suoi suggeritori interessati. I fautori del sì dicono che in caso di vittoria del NO si tornerebbe indietro di 30 anni. Loro stessi lo ammettono, dimenticandosi di aggiungere che 30 anni fa si viveva decisamente meglio di oggi. Non lasciatevi rubare il futuro dalle élites finanziarie.

Luca Campolongo – Il Nord

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