Sui vari siti internet che si occupano di economia spesso si trovano dei “dizionarietti dei termini economici”, l’intento è senza dubbio lodevole, nel senso che si cerca così di dare al lettore uno strumento in più per capire una materia da molti considerata “ostica”, tuttavia in nessun altro campo, come in quello economico, la terminologia è così mutevole.

Quasi ogni giorno, infatti, vengono coniati nuovi termini, e già così non si agevola la comprensione per il lettore medio, ma c’è di peggio, proprio con l’intento di rendere più oscuro e incomprensibile il linguaggio, spesso si usano delle parole “comuni” che però rivestono altri significati nel contesto economico.

Sono naturalmente soprattutto i politici maestri in questo campo, come si sa se dicessero la verità metterebbero in serio pericolo la loro incolumità personale, quindi, spesso ricorrono a questi “stratagemmi” tanto sanno benissimo che non c’è alcun giornalista (perlomeno in Italia) che chiederà loro il significato di quanto stanno dicendo.

Questo “stratagemma linguistico” funziona, perché dopo aver sentito fino all’ossessione alcuni termini alla televisione anche la gente comune finisce per usarli senza conoscerne il vero significato.

Ci sono due parole, ultimamente, che esemplificano perfettamente quanto ho appena cercato di spiegare, due termini che fino a pochi mesi fa non esistevano nel linguaggio economico, parole “comuni” della lingua italiana che, tuttavia, sono utilizzate con un altro significato rispetto a quello riportato dai classici dizionari.

Confermatemelo voi, gentili lettori, negli ultimi sei mesi quante volte avete letto sui giornali od ascoltato alla televisione i termini “flessibilità” e “riforme”?

Migliaia? Molte di più?

E quante volte le avevate sentite in precedenza?

Mai?

Ed ora tutti parlano di flessibilità e di riforme, così, come se fossero sempre stati utilizzati questi termini, certo, se io dicessi che la Treccani alla voce “Flessibilità” riporta “la proprietà o la caratteristica al variare, modificarsi,adattarsi a situazioni o condizioni diverse” ed alla voce “Riforma”, invece, “modificazione sostanziale di uno stato di cose”, voi tutti mi rispondereste che non avevate bisogno di consultare la Treccani, ma conoscevate perfettamente il significato di quei due termini, è vero, non volevo offendere nessuno.

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Il fatto, però, è che questi due termini, quando utilizzati da Renzi, Padoàn oppure da Draghi assumono un significato diverso, e per la precisione: Flessibilità = più debito pubblico, mentre Riforme = manovre economiche o fiscali estremamente pesanti per la popolazione.

Insomma non si sa cosa sia peggio fra le due cose.

Ed allora Renzi “va in Europa” a dire che l’Italia non sarà in grado di rispettare il Fiscal compact né ora né mai e quindi chiede di poter fare più debito pubblico (flessibilità) oltre a fare le riforme (manovre lacrime e sangue).

E l’Europa (Merkel, Draghi & Co.) gli risponde che la Flessibilità (più debito) ce l’ha già e lo spinge a far in fretta le riforme (manovre lacrime e sangue).

Ok, tutto chiaro ora?

Sì, tutto chiaro, c’è però una cosa ancora da chiarire: chi vincerà questo braccio di ferro?

L’Europa ha un asso nella manica: l’Italia ha firmato (ed il Parlamento avallato con una maggioranza plebiscitaria) il Fiscal compact, quindi dovrebbe “cedere” in virtù di un impegno preso “solennemente”, ma è noto, e gli europei lo sanno bene, che per l’Italia la “parola”, anche se sottoscritta e firmata solennemente, non ha alcun valore, i contratti in Italia si firmano e si disattendono con la stessa facilità.

Ma in Europa c’è una persona che, più delle altre, conosce bene gli italiani: Mario Draghi.

Ed ecco allora che il Presidente della Bce lancia l’ultima “trovata”: il Reform Compact.

Che cos’è?

Come ho detto è l’ultima trovata, forse davvero l’ultima, perché dopo non so cosa ci possa essere ancora.

In pratica le “riforme” (manovre lacrime e sangue per gli italiani), non le deciderà più il Governo italiano, bensì verranno centralizzate a Bruxelles che costringerà gli Stati membri dell’euro ad “adottare le riforme strutturali politicamente controverse”.

E così siamo all’atto finale: la distruzione degli Stati nazionali.

Fonte: http://www.finanzainchiaro.it/europa-allatto-finale-la-distruzione-degli-stati-nazionali.html

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