L’articolo del prof. finlandese Anders Ekholm pubblicato sul blog della London School of Economics, ci conferma (il tema non è nuovo: si veda qui e qui) come anche la Finlandia — uno dei paesi “virtuosi”, degli austeri, la patria di Olli Rehn— abbia seguito la stessa traiettoria di tutti i paesi periferici dell’eurozona e si trovi ora ad affrontare una svalutazione interna.

La Finlandia sta lentamente ma inesorabilmente affondando nelle sue difficoltà economiche. La mancanza di crescita, combinata con una crescente disoccupazione, viene combattuta attraverso la spesa pubblica e il debito, con l’implicita assunzione che la crescita sia dietro l’angolo. È difficile non farsi la fantasia di essere sul ponte del Titanic ad ascoltare il quartetto d’archi – anziché mettersi in cerca di una scialuppa di salvataggio.

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La crisi che il nostro paese sta affrontando viene spesso descritta come una crisi strutturale. È tuttavia importante capire che “strutturale” non significa necessariamente “inevitabile”, in questo contesto. Dipingere tale crisi come strutturale significa assumere implicitamente che stiamo offrendo i prodotti sbagliati, ma al prezzo giusto. Tuttavia, chiunque abbia studiato le basi della teoria economica – o ci abbia anche dedicato una sola giornata – sa che i prezzi hanno un effetto sulla domanda.
Prima che entrassimo nell’eurozona, i prezzi espressi in marcofinlandese (FIM) potevano evolvere in modo diverso da, per esempio, i prezzi espressi in Deutschmark (il marco tedesco, DM). Quando i prezzi in FIM crescevano più rapidamente dei prezzi in DM – come spesso succedeva – il tasso di cambio FIM/DM reagivaper controbilanciare l’aumento relativo dei prezzi espressi in FIM.Pertanto, l’equilibrio della competitività veniva mantenuto dalla domanda e dall’offerta nei mercati valutari. Una valuta libera di fluttuare regola la competitività di un’economia in un modo molto simile al regolatore centrifugo nel motore a vapore del 1788 di Boulton e Watt.
L’introduzione dell’euro ha effettivamente fatto sì che i diversi motori economici dei paesi dell’euro decidessero di adottare un unico regolatore centrifugo. L’assunzione sottostante era che tutti i motori economici dei paesi dell’euro fossero equivalenti – il che semplicemente non era vero.
I prezzi hanno continuato ad evolvere a ritmi diversi nei diversi paesi dell’euro. In breve, le statistiche dell’OCSE mostrano che i prezzi di tutti i paesi dell’euro sono aumentati di più dei prezzi in Germania. Una gigantesca crepa nella competitività si è quindi aperta tra i paesi dell’euro. La divergenza di competitività è statanascosta con un crescente debito nelle economie dell’euro che stavano perdendo competitività.
La crisi finanziaria globale nel 2008 ha interrotto bruscamente la prassi di nascondere la perdita di competitività con un crescente indebitamento. Improvvisamente, se alcune delle economie dell’eurozona continuavano a funzionare, la maggior parte inveceha iniziato a soffocare. Poiché la moneta unica impediva una svalutazione verso l’estero dei prezzi nazionali, l’unico modo di procedere è stata la svalutazione interna. È arrivata la deflazione.
La svalutazione interna è tanto iniqua quanto inefficiente. In una svalutazione interna, i posti di lavoro che hanno perso competitivitàgradualmente si estinguono, mentre la competitività media dei posti di lavoro rimanenti lentamente migliora. Il costo della svalutazione interna è pertanto un aumento della disoccupazione e una riduzione del PIL. Uno slogan appropriato per la svalutazione interna sarebbe quindi “la competitività attraverso ladisoccupazione”. Nascondere il problema creando ulteriori posti di lavoro non competitivi attraverso l’aumento della spesa pubblica e del debito non fa altro che prolungare la sofferenza.
Nemmeno una svalutazione esterna sarebbe indolore – come molti di noi ricorderanno da ciò che è successo in Finlandia all’inizio degli anni ’90. Sarebbe tuttavia simmetrica, poiché si riverserebbe sul potere d’acquisto dei cittadini in un modo più equo, e potrebbe perciò definirsi “la competitività attraverso la solidarietà”. Inutile dire che non ci sarebbe stato alcun bisogno di una svalutazione per la Finlandia, se non fossimo mai entrati nell’eurozona.

Tuttavia accettare la realtà dei fatti è l’origine di ogni ragionevolezza, come il nostro compianto presidente Paasikivi era solito dire. Un modo sostenibile e responsabile di aumentare la competitività è aumentare la produttività. La produttività si può stimolare aumentando gli incentivi al lavoro e all’impresa, aumentando la concorrenza e diminuendo la burocrazia. Iniziamo a cercare la scialuppa di salvataggio!

Nota: Questo articolo riporta il punto di vista dell’autore, e non la posizione dell’ufficio stampa, né della London School of Economics.
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