Fiscal Compact e MES stano diventando, pur con larghissimo ritardo, argomenti importanti nel dibattito politico anche in Italia. I due strumenti sono stati ratificati dal nostro Parlamento nel luglio 2012 con il voto unanime delle forze politiche che appoggiavano l’allora Governo Monti (che poi sono le stesse che appoggiano ora il Governo Letta).

Il Fiscal Compact o “Patto di Bilancio Europeo” è un trattato europeo approvato il 2 marzo 2012 da 25 dei 27 paesi dell’Unione Europea (non hanno accettato l’accordo Regno Unito e Repubblica Ceca) ed entrato in vigore il primo gennaio 2013.

Il trattato si fonda su alcune regole, definite “regole d’oro”. Due di queste regole sono particolarmente stringenti e costituiscono, di fatto, l’ossatura fondamentale del trattato.

Fiscal Compact: le due regole fondamentali

Abbattimento del debito: il rapporto tra deficit (debito pubblico) e PIL di ogni Stato membro deve essere portato a livelli sostenibili. Si ritiene che il rapporto deficit/PIL debba essere pari al 60% o meno. Gli stati membri si impegnano a raggiungere questo obiettivo in venti anni, riducendo dunque di un 5% annuo il proprio indebitamento. Il periodo di attuazione è dunque lungo, ma per un paese come l’Italia questo significa comunque un impegno particolarmente oneroso. Attualmente infatti il rapporto deficit/PIL dell’Italia è al 127%, uno dei più alti d’Europa. Le manovre di austerità dell’ultimo periodo hanno inoltre ulteriormente aggravato la situazione a causa del crollo del PIL che ne è conseguito. Per l’Italia dunque si tratterebbe di trovare qualcosa come 40-50 miliardi di euro l’anno per i prossimi venti anni a patto, s’intende, che non vengano contratti ulteriori debiti. Lo stesso ministro uscente Vittorio Grilli ha recentemente dichiarato come, in virtù del recente decreto sul pagamento dei debito contratti da privati e imprese con la pubblica amministrazione (40 miliardi in due anni) il rapporto deficit/PIL salirà al 130%. La coperta insomma è cortissima.

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Pareggio di bilancio: a complicare ulteriormente la situazione sarà in vincolo richiesto dall’articolo 3 del Trattato di inserire nella Costituzione di ogni Stato membro l’impegno a mantenere il pareggio di bilancio. A parole sembrerebbe un fatto positivo e virtuoso, ma gli effetti concreti potrebbero essere molto negativi. Pareggio di bilancio, ovvero parità tra entrate e uscite di uno Stato, significa che ad ogni investimento fatto (per costruire scuole, ospedali, strade, ferrovie ecc…) deve corrispondere almeno un pari importo in entrata (tasse).

L’Italia ha già provveduto, con la Legge Costituzionale n.1 del 20 aprile 2012 che ha modificato gli articoli 81, 117 e 119 della Costituzione, a ratificare anche questa parte fondamentale del Trattato. La Legge è stata approvata con il voto favorevole di PDL, PD e UDC e il voto contrario di IDV e Lega Nord.

Pesanti critiche a tale scelta sono giunte da molti importanti economisti internazionali, in particolare dai neokeynesiani. Il premio Nobel per l’Economia 2008 Paul Krugman, in particolare, ha affermato che inserire in Costituzione il vincolo di pareggio del bilancio potrebbe portare alla vera e propria dissoluzione dello stato sociale.

Ecco dunque gli impegni europei dell’Italia nei prossimi anni: versare contributi al MES (125 miliardi in 5 anni), ripagare il debito (40-50 miliardi l’anno) e al tempo stesso mantenere il pareggio di bilancio, oltre a rispettare anche altri parametri.

In tale contesto, se non verranno ridiscussi i termini dei trattati europei, ha senso parlare di crescita economica e rilancio economico dei paesi dell’Unione Europea?

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