Pesanti critiche sono state mosse nei confronti della politiche adottate dal Fondo Monetario Internazionale soprattutto per ciò che riguarda le soluzioni proposte ai paesi in crisi.

Che i metodi adottati non abbiano prodotto alcun risultato positivo non è una novità. Basti pensare al caso più emblematico, la Grecia, dove i dictat imposti dalla Troika e, quindi, dal FMI, non sono serviti a risanare l’economia. Anzi semmai la condizione delle finanze e dei conti pubblici ellenici sono peggiorati.

Ora a dirlo non è un soggetto esterno, ma l’Ufficio Indipendente di Valutazione (IEO) dello stesso FMI. Nel rapporto che ha esaminato il modo di gestire la crisi dell’ eurozona da parte del Fondo Monetario Internazionale, sono duri i giudizi sulle strategie adottate non solo per la Grecia ma anche per Irlanda, Portogallo e Cipro. I valutatori hanno detto che la “sorveglianza pre-crisi del FMI ha individuato le questioni giuste, ma non ha previsto l’entità dei rischi che sarebbe poi diventata di primaria importanza”. In altre parole, sapevano quello che stava accadendo ma non hanno fatto niente (di utile) per impedirlo. In Grecia, negli ultimi sei anni, si è registrato un calo dell’economia di circa il 30%, una performance molto peggiore rispetto a quanto aveva previsto il FMI. Secondo l’IEO, “i programmi sostenuti dall’FMI in Grecia e in Portogallo erano basati su proiezioni di crescita eccessivamente ottimistiche”. Ma non basta i tecnici non avrebbero applicato quanto imparato dalle crisi del passato.

Un giudizio pesante (e confermato dai numeri), che non spiega il commento alla valutazione da parte del direttore generale del fondo, Christine Lagarde, che ha detto: “Nel complesso, la conclusione che ne traggo è che il coinvolgimento del Fondo nella crisi dell’area Euro è stato un successo qualificato”. Un “successo” il perdurare della crisi economica, del periodo di deflazione e delle conseguenze sociali?

Ma ancora di più sorprende il suggerimento dato ad aprile, sempre dal FMI, per uscire dalla crisi globale. Nelle pieghe del Global Financial Stability Report, i tecnici del FMI hanno detto che “nessun asset può essere considerato veramente sicuro” e che esiste uno stretto legame tra investimenti finanziari e invecchiamento delle popolazioni. La conclusione che sarebbe normale trarre e che la longevità delle popolazioni occidentali – ossia il famoso “allungamento delle aspettative di vita” – mette a rischio i bilanci degli stati più sviluppati.

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In altre parole, sembrerebbe quasi che i tecnici del FMI, per risolvere la crisi economica globale, stessero dicendo che basterebbe una bella epidemia o la morte di un numero considerevole degli abitanti dei paesi messi peggio per risollevare l’economia globale!

Il FMI ha detto che “l’offerta di asset sicuri è diminuita di pari passo alla capacità del settore pubblico e privato di produrre asset di questo tipo”. E la causa principale è individuata nella longevità “eccessiva” delle relative popolazioni. Se l’aspettativa di vita media crescesse di tre anni più di quanto atteso ora entro il 2050, i costi potrebbero aumentare di un ulteriore 50% con rischi “notevoli” sia per quanto riguarda la sostenibilità fiscale (potrebbe fare aumentare il rapporto debito/pil), sia sul fronte della solvibilità di istituti finanziari e fondi pensione.

Secondo il FMI, servirebbe “una combinazione di aumento dell’età pensionabile di pari passo con l’aumento dell’aspettativa di vita, più alti contributi pensionistici e una riduzione dei benefit da pagare”. Tornano alla mente le norme sull’innalzamento dell’età pensionabile introdotte da molti paesi europei (e non solo) e i problemi economici dei vari enti pensionistici. Gli esimi teorici del blasonato ente non tengono conto del fatto che,oltre una certa età, un essere umano non può essere obbligato a continuare lavorare (anche per motivi di salute) e che dato che le risorse accantonate sono state sperperate e dissanguate da uno sviluppo economico distruttivo, deve essere la collettività ad assumersi l’onere del suo mantenimento in vita in condizioni dignitose (in Italia lo dice anche la Costituzione). Ciò significa che la longevità è un costo per lo stato. Ma dato che a causa dei suggerimenti (ma sarebbe più corretto chiamarle imposizioni) della Troika a pagare le tasse sono sempre di meno, i fondi non bastano più. I brillanti tecnici del FMI non hanno saputo fare di meglio che suggerire l’abolizione drastica di tutti gli istituti di welfare che hanno consentito un allungamento delle aspettative di vita.

Visti risultati prodotti negli ultimi anni dalle stime e dalle politiche imposte dall’ente guidato dalla Lagarde, c’è da sperare che siano sempre meno i paesi a seguire i consigli e le teorie del FMI.

C.Alessandro Mauceri – Scenarieconomici

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