L’interesse di questo articolo non è tanto il suo contenuto – nozioni ben conosciute dai nostri lettori – quanto il fatto che sia stato pubblicato su Le Figaro, pilastro della stampa mainstream in Francia (paragonabile più o meno al nostro Corriere della Sera) e che sia basato su un report del FMI, quello stesso Fondo che ha gestito così disastrosamente la crisi dell’Eurozona dovuta agli squilibri qui denunciati.
Per la questione dei disallineamenti dell’euro, consigliamo un recente post di Goofynomics, il blog dove da anni viene svolto un importante lavoro di divulgazione scientifica su quello che solo oggi inizia a fare capolino sulla grande stampa.

Di Jean Pierre Robin, 3 agosto 2016

 

Il Fondo monetario internazionale ha calcolato quale dovrebbe essere il valore dell’euro, se corrispondesse alle caratteristiche economiche di ciascun paese dell’Eurozona. È nettamente sopravvalutato per la Francia e sottovalutato per la Germania.
È una delle comiche di Stanlio e Ollio, il più famoso duo comico del cinema mondiale. I due indossano lo stesso costume: Stan Laurel, magro, nuota disperatamente nel vestito troppo largo, mentre Oliver Hardy, grande e grosso, sembra sul punto di scoppiare, come un otre troppo pieno.
Succede la stessa cosa con la moneta unica, condivisa dai 19 paesi della zona euro. Per la Francia il tasso di cambio attuale dell’euro è superiore di circa il 6% rispetto a quello che dovrebbe essere per risultare adatto alle caratteristiche economiche dell’Esagono, in particolare la competitività un po’ “esile”, come la corporatura di Stan Laurel. Ed è esattamente l’opposto di quello che avviene per la Germania, per la quale l’euro è sottovalutato di circa il 15%. In altre parole, se le due prime economie dell’Unione monetaria europea tornassero indipendenti, il franco “posteuro” dovrebbe essere svalutato di circa il 20% rispetto al marco “posteuro”.

 

Il mondo si può dividere in due

La fonte di queste cifre è il Fondo monetario internazionale (FMI), che ha recentemente pubblicato il suo “External Sector Report” per il 2016. Questo titolo un po’ criptico indica in realtà un esercizio in linea di principio semplice. Si tratta di esaminare i risultati macroeconomici delle 29 principali economie nazionali, in funzione principalmente del loro saldo commerciale e finanziario estero e incidentalmente della situazione delle finanze pubbliche interne.
Quello che preoccupa il FMI, come responsabile della stabilità finanziaria globale, sono gli squilibri esterni delle economie nazionali. In questo senso, il mondo può essere diviso in due: da un lato i paesi con surplus esterni, a volte enormi; dall’altro, quelli che registrano un deficit nella loro bilancia dei pagamenti, spesso altrettanto significativo. A partire da questo, il FMI esamina le variazioni dei tassi di cambio che sarebbero necessarie per riequilibrare i conti di ogni nazione. In altre parole, una svalutazione i per i paesi in deficit, e al contrario una rivalutazione per le economie in surplus.

 

Due paesi in forte deficit: Stati Uniti e Regno Unito

Questo confronto tra i due blocchi si può ridurre in realtà a quello tra sette grandi giocatori. Da una parte due paesi in forte deficit. In primo luogo gli Stati Uniti, la cui bilancia dei pagamenti è stata in rosso per un ammontare di 473 miliardi nel corso degli ultimi dodici mesi, addirittura il 2,6% del PIL del paese nel 2015. E poi il Regno Unito, in deficit estero di 162 miliardi di dollari, pari al 5,2% del PIL del Regno Unito nel 2015.
Dal lato opposto, cinque grandi attori in surplus. Tre sono asiatici: la Cina (285 miliardi di dollari, 3% del PIL nel 2015), il Giappone (159 miliardi di dollari, 3,4% del PIL) e Corea del Sud (105 miliardi, 7.3 % del PIL). A questi si aggiungono due paesi europei, la Svizzera (72 miliardi di dollari di surplus, 9% del PIL nel 2015), ma soprattutto l’eurozona, che è il campione del mondo in tutte le categorie: i 19 paesi della zona euro presi insieme registrano nei confronti del resto del mondo un surplus nella bilancia dei pagamenti di 392 miliardi di dollari, pari al 3,2% del PIL della zona euro.
Dopo aver compilato questa mappa globale degli squilibri tra nazioni, il Fondo monetario internazionale ne trae le sue conclusioni sui cambiamenti dei tassi di cambio che potrebbero riequilibrare i conti. L’esercizio è per forza di cose teorico e necessariamente approssimativo, ma almeno fornisce delle indicazioni sui cambiamenti dei tassi di cambio auspicabili.
Così il FMI suggerisce un deprezzamento del dollaro e della sterlina inglese, e viceversa una rivalutazione di tutte le valute delle zone in surplus, sia il won coreano, lo yen giapponese, lo yuan cinese o l’euro. Per la valuta cinese il FMI parla di una rivalutazione media del 3,9%, non nei confronti del solo dollaro USA, ma in relazione a tutto l’insieme delle valute dei paesi con cui la Cina commercia. Allo stesso modo, l’euro sarebbe attualmente sottovalutato in media del 6% nei confronti delle altre valute, dato l’enorme surplus estero della bilancia dei pagamenti dell’eurozona (392 miliardi di dollari).
Ma il punto in cui le cose si complicano è quando il FMI spinge la sua analisi all’interno dell’Eurozona, cosa ovviamente del tutto legittima dal momento che i 19 paesi in questione sono tutti membri a pieno titolo dell’organizzazione finanziaria internazionale di Washington. Improvvisamente gli squilibri dell’area dell’euro appaiono in piena luce e in tutta la loro crudezza.

 

Le difficoltà dell’economia francese

Mentre la Germania nel corso degli ultimi dodici mesi ha avuto un surplus della bilancia dei pagamenti di 306 miliardi (8,5% del PIL), la Francia ha avuto 21 miliardi di deficit (0,7% del PIL). Oltre a queste disparità finanziarie nei conti con l’estero, anche le disparità nei tassi di disoccupazione e di crescita gioca a favore della necessità di una variazione del tasso di cambio tra Francia e Germania. Solo che, naturalmente, questo è impossibile a causa dell’esistenza dell’euro, che si dimostra più che mai un letto di Procuste.
Chiaramente lo studio del FMI e le implicazioni per i tassi di cambio che ne derivano rimane sostanzialmente teorico. Ma è comunque una guida utile. “In un mondo in cui ci si fa a pezzi sul libero scambio e le pratiche valutarie sleali, il rapporto sui conti con l’estero del Fondo monetario internazionale è fatto per attirare l’attenzione, perché si tratta di un quadro analitico per i responsabili politici”, ha detto Alan Ruskin, stratega macroeconomico di Deutsche Bank.
Bisogna ricordare anche che il Tesoro USA, da parte sua, pubblica ogni anno uno studio simile a quello del Fondo monetario internazionale, ma inquadrato solo dal punto di vista dell’economia degli Stati Uniti. Il suo scopo dichiarato è quello di stigmatizzare i paesi, compresa la Cina, rispetto ai quali gli Stati Uniti registrano un deficit commerciale giudicato eccessivo. Il Tesoro francese dovrebbe fare lo stesso? Sarebbe molto utile a capire meglio le difficoltà dell’economia francese. A rischio, si intende, di mandare in crisi di coppia Francia e Germania, gli “Stanlio e Ollio” dell’economia europea.

Fonte: Voci dall’Estero

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