L’autonomia politica di uno Stato si configura come libertà di autodeterminazione dei fini da perseguire, ed è un tratto essenziale della sovranità nazionale, oltre che un connotato riconosciuto per via costituzionale, nel nostro ordinamento, anche agli enti territoriali, tramite l’art. 5 Costituzione e gli artt. 114 e ss.

Per di più, con la riforma del Titolo V della Costituzione, intervenuta nel 2001, si è inteso ampliare notevolmente e dare concreta attuazione al principio dell’autonomia nel governo degli enti locali, abolendo alcune procedure di controllo e coordinamento normativo che implicavano vincoli e lungaggini di fatto limitative dell’esercizio di suddetta autonomia a livello regionale, provinciale e comunale.

Ma, paradossalmente, in parallelo alla modifica del Titolo V, si è deliberata l’adesione dell’Italia all’UEM (moneta unica europea), che ha svuotato di ogni sostanza il principio autonomistico apparentemente riconosciuto dal nostro ordinamento nei confronti degli enti locali.

Il sistema normativo introdotto dall’UE, con un’accentuazione progressiva che si è concretizzata nel succedersi dei Trattati di Maastricht, Amsterdam e Lisbona, ha infatti comportato l’instaurarsi di un subordinazione gerarchica di tutte le leggi degli Stati membri, quindi sia di quelle statali che regionali in Italia, rispetto ai Trattati stessi.

Tale subordinazione riguarda ambiti normativi ben più estesi di quelli previsti nella nostra Costituzione con riferimento all’autonomia legislativa regionale, la quale riserva allo Stato materie come difesa, moneta, giurisdizione e politica estera.

La normativa UE difatti, condiziona integralmente la nostra autonomia legislativa sia in alcuni ambiti riservati dalla Carta costituzionale all’esclusiva competenza Statale (come politica monetaria e giurisdizione), sia in altri rilevantissimi ambiti attinenti alla politica economica, che si ripercuotono pesantemente sulla legislazione in tema di lavoro, previdenza e assistenza sociale, politica industriale, sanità ed istruzione.

Ne risulta che il nostro ordinamento si ritrova di fatto con un’autonomia politica e legislativa quasi interamente svuotata dei suoi contenuti essenziali, presentandosi già come una sorta di regione non autonoma del super-Stato europeo.

La gravità dell’esito sopra descritto per il nostro Paese, si manifesta a vari livelli, tra i quali quello economico – maggiormente percepito a causa dell’impossibilità di intraprendere politiche espansive per far fronte alla crisi ormai consolidata – ma anche quello democratico e del rispetto della dignità della persona umana e dei diritti fondamentali dei Cittadini.

Le “riforme” che il nostro Governo sta tanto alacremente cercando di realizzare, in particolare quelle costituzionali, del lavoro e della Pubblica amministrazione, affiancate dal piano di privatizzazioni già iniziato da decenni, rispondono difatti alle direttive e raccomandazioni europee recepite acriticamente e pedissequamente dagli ultimi governi in particolare, con l’intento di procedere sempre più speditamente alla totale cessione di ogni spazio residuo di sovranità nazionale (e autonomia locale, di conseguenza) agli agognati Stati Uniti d’Europa. L’obiettivo, quindi, è pervenire all’asservimento spontaneo e pacifico del nostro Paese, tramite la dissoluzione progressiva della forma Repubblicana dello Stato italiano, alle autorità centralizzate della UE, senza alcun passaggio democratico che coinvolga consapevolmente i cittadini, mettendoli nelle condizioni di scegliere se procedere oltre in questo percorso, valutandone adeguatamente le implicazioni e le conseguenze.

Di tutto questo si sono accorti, malgrado le coltri più o meno spesse dispiegate dalla propaganda mediatica a livello europeo, le popolazioni ed i governi locali di regioni come la Scozia e la Catalogna, che hanno giustamente individuato nella secessione dai rispettivi Stati nazionali, l’unica maniera di sottrarsi a suddetto inarrestabile processo di annessione ai progettati USE.

Oggi la Scozia deciderà autonomamente, tramite il voto popolare, se continuare a far parte di questo progetto (al quale, peraltro, già molti altri cittadini britannici hanno manifestato la propria contrarietà tramite il voto al partito UKIP di Nigel Farage) oppure staccarsi dal Regno, dopo trecento anni di unione, assumendosi tutti i rischi e le responsabilità riconnesse alla scelta di muoversi autonomamente nello scenario europeo ed internazionale.

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Il fatto che tale istanza di autonomia così forte da giungere alla secessione sia esplosa proprio ora, in piena crisi dell’eurozona, sebbene l’UK non ne faccia parte e sia uno dei pochi Paesi in Europa, come altri rimasti fuori dall’euro, ad essere riusciti a reagire allo shock del 2007/2008, non è affatto casuale. Ciò dimostra in maniera lapalissiana come ormai non solo più il sistema eurocentrico governato in maniera del tutto (inevitabilmente) asimmetrica dalla BCE, ma l’intera costruzione dell’Unione Europea sia in una crisi strutturale profonda, dovuta proprio alla montante insofferenza delle popolazioni dei Paesi membri verso i lacci troppo stretti che essa impone, che comprimono le varie entità nazionali anche sotto profili non strettamente economici quali quello culturale, ideologico ed identitario.

A differenza nostra, il Regno Unito non ha una normativa costituzionale che proibisca la secessione di una porzione del suo territorio a seguito di referendum, cosa che la nostra Carta invece non ammette, in quanto all’art. 5 stabilisce che l’Italia è una ed indivisibile. Quindi, se oggi vincerà il sì, la Scozia diventerà uno Stato indipendente, nel quale il popolo scozzese regnerà sovrano, secondo le modalità che sceglierà di darsi.

Ma la suddetta differenza normativa non esclude la presenza di forti spinte secessioniste anche nello Stivale. Come è noto, ci sono già diverse regioni italiane che anelano all’indipendenza totale: prima fra tutte il Veneto, in cui si è assistito pochi mesi fa all’arresto dei pericolosi sovversivi che avevano trasformato in panzer un trattore, ma anche le isole maggiori.

Le ragioni che ispirano il desiderio di dividersi dallo Stato italiano sono diverse nelle varie regioni, ma il fine perseguito è il medesimo.

Il Veneto, sino a pochi anni fa emblema e punta di diamante del “miracolo del nord-est” dell’economia italiana, è la zona che ha sofferto la crisi in maniera più traumatica, vedendo crollare come in un domino migliaia delle PMI che ne avevano costruito la grande ricchezza, con un’impressionante escalation di suicidi di imprenditori falliti a causa della crisi. Ormai in molti temono che la situazione continui a peggiorare (e non a torto, alla luce dei dati reali) e ritengono che, sganciandosi dall’Italia e conseguentemente dalla UE, potrebbero tornare a crescere, lavorando sodo come hanno sempre fatto, senza veder più sparire nel buco nero del fisco italiano, con prevalente destinazione verso i fondi salvastati europei, i frutti del proprio impegno.

Al contrario, la Sardegna e ancor più la Sicilia, sono da decenni in coda negli indicatori economici nazionali: la disoccupazione, già alta prima della crisi, oggi raggiunge soglie del 60% in città come Palermo, ove si assiste ad un boom migratorio mai registrato dai tempi del dopoguerra, soprattutto da parte dei giovani.

Nonostante le rappresentazioni folkloristiche che la dipingono come terra di sola mafia e indolenza, la Sicilia possiede un enorme potenziale economico, grazie ad un corposo patrimonio di risorse naturalistiche, storico-artistiche, energetiche e umane, mai sfruttato per colpevole inerzia (per non dire repressione) del governo centrale, oltre che per la colpevole arrendevolezza ed incompetenza dei politici locali.

I Siciliani covano quindi un forte desiderio di rivalsa, dopo una storia di sottomissione e rassegnazione. Essi stanno acquistando sempre maggiore consapevolezza delle proprie capacità e dei propri diritti; hanno acquisito un forte senso critico che ha prodotto il crollo della fiducia ai partiti un tempo dominanti, ed i movimenti autonomo-indipendentisti si vanno rafforzando e coalizzando con sempre maggiore determinazione. E si badi bene, non si tratta di gruppuscoli disorganizzati con programmi populisti, ma di associazioni composte da persone di alto livello culturale, con programmi messi a punto da economisti o giuristi di assoluta competenza, che ancora si muovono nel sottobosco della politica locale, ma che non mancheranno di palesarsi a dovere quando i tempi saranno propizi.

E non è di certo nemmeno un caso il fatto che nelle file di tali movimenti militino in maggioranza i fautori dell’uscita dall’euro, che difatti oggi vedono nella prima odiata Lega nord l’unico possibile interlocutore politico nel quadro attuale.

Il voto in Scozia di oggi produrrà conseguenze geopolitiche gigantesche nell’intero panorama europeo, qualunque ne sia l’esito.

Se vincerà il sì, il trionfo degli indipendentisti scatenerà grandi spinte emulatorie nelle altre regioni in cui già serpeggia il desiderio di staccarsi dallo Stato-prigione; se vincerà il no, il premier Cameron non potrà che tirare un respiro di sollievo, ma dovrà senz’altro fare decisamente i conti con la pressante componente anti-UE della popolazione britannica, mantenendo a breve la promessa di tenere un referendum per l’uscita dell’UK dai Trattati. E come potranno evitare gli altri Paesi UE, a questo punto, di rimettere anch’essi in discussione l’Unità europea, di fronte a tale smottamento?

Attendiamo il responso delle urne scozzesi, dunque, ma non illudiamoci che se il referendum non passa, tutto torni come prima. La storia conosce solo la marcia in avanti, non dimentichiamolo.

Francesca Donato

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