Dal giornale economico tedesco Deutsche Wirtschafts Nachrichten una approfondita analisi sulle falsificazioni apportate agli stress test per evitare di mettere il dito sulla piaga di molte banche europee  e calare una cortina di silenzio a vantaggio dei governi in carica, in attesa delle prossime tornate elettorali nei maggiori paesi europei. 

di Michael Bernegger,  30 luglio 2016

Traduzione di Lorenzo

A prima vista gli stress test condotti dalle autorità bancarie europee si sono conclusi in modo soddisfacente. Ma uno sguardo attento rivela che il giorno della verità è soltanto rinviato. Alle banche manca una ricapitalizzazione adeguata. In questo modo l’Europa spreca l’occasione di imboccare una ripresa duratura.

L’interpretazione ufficiale degli stress test da parte della BCE sembra rassicurante. I test dimostrerebbero che le banche europee hanno sensibilmente migliorato il loro capitale primario (in inglese Common  Equity Tier 1) rispetto agli stessi test effettuati nel 2012 e nel 2014. A fine 2015 si trovano intorno al 10-14% delle attività ponderate per rischio (in inglese Risk Weighted Assets). Le quote di capitale primario sarebbero dunque superiori del 2% rispetto al 2013 e del 4% rispetto al 2011.

Le banche, ad eccezione di pochi istituti, sarebbero anche corazzate contro un eventuale schock macroeconomico, ad es. un trend recessivo che investa l’intera Europa nell’arco temporale 2016-18. I valori di decrescita del PIL ipotizzati dai test corrispondono a -1,2% per il 2016, -1,3% nel 2017 e -0,7 nel 2018. Tali valori erano stati commissionati all’Autorità di vigilanza europea dalla Commissione europea. In questo scenario le quote di capitale primario detenute dai principali istituti si ridurrebbero drasticamente, in media del 3,8%. Cosa che ne indebolirebbe la capitalizzazione senza però metterne a rischio la sopravvivenza. La banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena, sarebbe anche la più colpita: finirebbe con un capitale primario negativo. In uno scenario di questo genere anche altri isitituti vedrebbero il loro capitale primario contrarsi violentemente, soprattutto gli istituti irlandesi, italiani, inglesi e tedeschi. Ma l’indebolimento sarebbe diffuso e non risparmierebbe nemmeno le due principali banche spagnole, la Société Générale e la BNP Paribas. Il grosso delle perdite di capitale risulterebbe dai crediti deteriorati, e in misura minore da perdite operative.

Deve aggiungersi che il Monte dei Paschi è consapevole di questa situazione, e che proprio il giorno di pubblicazione degli stress test la banca ha annunziato una ricapitalizzazione straordinaria di 5 miliardi di euro, organizzata da un consorzio di banche italiane. In aggiunta sono stati tolti dal suo bilancio 10 miliardi di crediti deteriorati. Tutti questi passi sono stati autorizzati dalle autorità nazionali e approvati dalla Commissione europea.

Dunque tutto bene? Cosa pensarne? In primo luogo bisogna ricordare che è la terza volta che le autorità di vigilanza effettuano un simile stress test, e che rispetto al passato gli standards qualitativi si sono fatti più elevati.

Tanto più che le regole per gli investitori sono oggi molto più restrittive. Dal 1 gennaio 2016, in caso di crisi di singole banche, gli azionisti e i possessori di obbligazioni subordinate ci rimettono di tasca propria, prima che lo Stato possa intervenire a sanare la situazione. Per questo gli stress test hanno oggi un’importanza particolare. Dovrebbero essere il principale strumento a disposizione di risparmiatori e investitori per informarsi sul potenziale di rischio di un istituto di credito. Per i piccoli investitori esistono soltanto meccanismi di garanzia a livello nazionale, non europeo. E questa garanzia non supera i 100.000 euro.

Ora, questi stress test non adempiono a questo compito fondamentale: sono una farsa, un tranquillante. La cosa si rende evidente già nella scelta degli indicatori.

L’analisi si concentra sulle quote di capitale primario relativo alle attività ponderate per il rischio.Mentre il capitale primario è strettamente regolato e contabilizzato, le attività ponderate sono praticamente una Black box. La gran parte delle banche opera secondo modelli di rischio interni, per cui sono esse stesse a definire cosa sia o meno a rischio. E la loro prassi interna è palesemente, radicalmente diversa dai loro omologhi statunitensi. In America le attività ponderate sulla base del rischio costituiscono tradizionalmente il 60-85% degli attivi di bilancio dei grandi istituti finanziari. In Europa si parla di grandezze completamente diverse: le attività ponderate per il rischio raggiungono al massimo fra il 20% e il 40 % degli attivi di bilancio. Il sistema bancario dell’eurozona è capitalizzato in modo assai meno solido.

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Rapporto fra le attività ponderate per il rischio e le attività totali presso varie banche statunitensi (fonte: rapporti di bilancio, stime dell’autore)

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Rapporto fra le attività ponderate per rischio e le attività totali presso varie banche britanniche (fonte: rapporti di bilancio, stime dell’autore)

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Rapporto fra le attività ponderate per rischio e le attività totali presso varie banche dell’eurozona (fonte: rapporti di bilancio, stime dell’autore)

 

Dunque le banche europee hanno quote di capitale primario assai inferiori rispetto alle attività totali di bilancio (la cosiddetta leva finanziaria). La maggior parte delle banche europee hanno una leva finanziaria dal 4 al 7%, cioè molto bassa. La leva finanziaria della Deutsche Bank alla fine del 2015 era del 3,5%. Numerose banche europee, con bilanci paragonabili a quelli dei grandi istituti di credito statunitensi, hanno un terzo o un quarto di capitale primario rispetto ai loro omologhi di oltreoceano.

La cosa non solleverebbe preoccupazioni se i portafogli di queste banche fossero proporzionalmente poveri di rischi. Purtroppo non è così. Anzi le banche europee hanno avuto e tuttora hanno crediti deteriorati (Non-Performing loans) e rischi di credito (Loss Given Defaults) assai più elevati delle banche americane. Di conseguenza le banche europee dovrebbero avere a disposizione un capitale sociale maggiore. Le loro attività ponderate per il rischio dovrebbero essere più elevate. Al culmine della crisi finanziaria il sistema bancario statunitense aveva un tasso di crediti deteriorati non superiore al 5%; adesso si aggira intorno al 2%. Il sistema bancario dell’eurozona presenta oggi un tasso ufficiale intorno al 10%. Ma economisti autorevoli, che siedono nei consigli di amministrazione dei grandi istituti di credito, ritengono che il tasso reale sia doppio. Esso viene occultato dai bassissimi tassi di interesse, che permettono alle banche di convertire crediti a interesse pressoché nullo e dichiararli performanti.

Inoltre l’approccio metodologico degli stress-test è inadeguato, perché non tiene conto dei derivati e di altre posizioni fuori bilancio. A differenza della prassi dominante negli USA non viene indicata la Total Leverage Ratio, cioè il rapporto fra capitale primario ed esposizione totale, dentro e fuori bilancio. Una Leverage Ratio del genere sarebbe assai più restrittiva. A fine 2015, negli Stati Uniti, le banche hanno dovuto, per la prima volta, dichiarare la Leverage Ratio comprendendovi le posizioni fuori bilancio. Alcuni fra i principali istituti di credito hanno conseguito una Leverage Ratio totale compresa fra il 5 e il 7%. I loro corrispettivi europei se la possono sognare.

A causa di queste lacune metodologiche, ma anche dell’obbligo informativo nei confronti del pubblico, gli stress test dovrebbero anche essere resi più realistici. Lo scenario di una leggera recessione europea è insufficiente. Un tratto caratteristico delle grandi banche europee è la loro forte esposizione nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, nettamente superiore rispetto a quella dei loro omologhi americani. Questa esposizione è concentrata in una decina di grandi istituti europei.

Gli stress test dovrebbero quindi prevedere un forte calo della congiuntura cinese, e comprendervi le sue ricadute sui Paesi in via di sviluppo e sui prezzi delle materie prime. Sono le grandi banche europee a finanziare i Paesi in via di sviluppo e le imprese di estrazione mineraria e petrolifera. Sono loro i creditori di Brasile, Russia, Turchia e altri Paesi traballanti.

Degli stress test realistici dovrebbero ancora comprendere la possibilità di registrare perdite presso le controparti nel campo dei derivati. E’ vero che in questo campo la situazione è migliorata grazie a un collateral-Management più sistematico e alla gestione tramite borse centralizzate. Nondimeno permangono rischi specifici che, qualora dovessero verificarsi, genererebbero enormi ricadute.

Degli stress test realistici dovrebbero poi prevedere la possibilità che mercati estremamente sopravvalutati, sia nel campo azionario che obbligazionario, siano soggetti a contrazioni violente e improvvise. Questo perché i mercati sono diventati globalmente poveri di liquidità. Oggi il 70-90% delle transazioni sono Intraday a breve termine, per lo più gestite dagli Hedge Funds. Questi algo funds tendono a dileguarsi in caso di scosse violente. Da che sono entrate in vigore le regole di Basileia III non ci sono più grandi registri commerciali delle banche a fare da cuscinetto. In altre parole diventano più probabili variazioni violente dei prezzi; conseguentemente i rischi sono più alti che in passato.

Un’ultima lacuna degli stress test: non tengono conto delle ricadute che la politica di tassi negativi della BCE può avere sui profitti. Questa politica comprime i margini d’interesse bancari ed ostacola gli affari in generale.Qui bisogna ricordare che in Europa si continuano a contabilizzare gli interessi (mai corrisposti) sui crediti in sofferenza come fossero parte integrante degli attivi bancari. Ciò risulta dalle vigenti prescrizioni IFRS sulla gestione dei conti. Solo quando un credito viene cancellato gli interessi cessano di essere contabilizzati. In altre parole le banche gravate da crediti in sofferenza non solo hanno poca copertura capitale, ma anche entrate inferiori rispetto a quelle ufficialmente dichiarate. Negli Stati Uniti un credito che non viene pagato per oltre 90 giorni cessa di generare introiti. In Europa, stando all’IFRS, una regola corrispondente sarà introdotta solo a partire dal 2018.

Quali sono le nostre conclusioni? L’Europa va in una direzione completamente diversa rispetto agli Stati Uniti d’America. Anziché imporre test rigidi, basati su congrui presupposti e scenari realistici, si punta a tranquillizzare il pubblico. I rischi reali vengono passati sotto silenzio per tener buona l’opinione pubblica. In questo modo si aggira l’urgente necessità di interventi volti a risanare il panorama bancario europeo, appesantito da margini ristretti ed esposizioni esagerate. Colla droga dei bassi tassi d’interesse e vari trucchi contabili si tenta di occultare il gravoso problema dei crediti adulterati. Ma così le banche non riescono più a garantire la loro funzione di intermediazione finanziaria, vengono zombificate. I tassi negativi della BCE non consentono loro di ricapitalizzarsi tramite profitti oppure capitali freschi. Il conto finiranno per pagarlo gli investitori in buona fede, lasciati nell’ignoranza, probabilmente a partire dal 2018, con l’entrata a regime delle nuove regole. Tuttavia il conto potremmo pagarlo tutti noi. Infatti l’inevitabile conseguenza sarà un’insufficiente erogazione di credito e quindi una crescita rattrappita.

I beneficiari saranno invece i politicanti maneggioni o a fine carriera. L’intento che opera dietro la costruzione di questa finzione è chiaramente politico. In autunno si vota in Italia per la riforma della Costituzione. Nella primavera del 2017 sono previste le presidenziali francesi. In autunno le elezioni generali in Germania. Al più tardi nella primavera del 2018 avranno luogo elezioni parlamentari anche in Italia. Sono i primi tre Paesi dell’Eurozona. Il calcolo, evidente, è quello di imporre una cortina di silenzio a vantaggio dei governi in carica. Certo, la riuscita di questo scenario dipende dal fatto che i rischi esistenti non si concretizzino prima. L’attuale copertura di capitale non basterebbe certo a farvi fronte. Secondo la filosofia degli accordi di Basilea il capitale primario dovrebbe servire a parare rischi inattesi. Perdite e rischi conosciuti, o addirittura attesi, dovrebbero essere coperti interamente con accantonamenti e deprezzamenti. In Europa non è così, e gli stress test si guardano bene dal toccare questo tasto.

Fonte: Voci dall’Estero

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