Scafati in provincia di Salerno, nel travagliato Mezzogiorno, è solo uno degli ultimi in ordine cronologico ad essere entrato in crisi. La lista dei Municipi italiani in affanno con i propri bilanci è molto lunga. E non la scampano nemmeno le (ex?) province: tra queste Asti, Novara, Verbania, Varese, Imperia, La Spezia, Ascoli, Chieti, Potenza e Terni.

I sindaci che annaspano si trovano per il 68,7% nel Mezzogiorno. Due le città in crisi con più di 250 mila abitanti e 9 i capoluoghi: Savona, Pescara, Rieti, Benevento, Caserta, Foggia, Cosenza, Reggio Calabria e Messina. Si può leggere l’inchiesta de La Stampa per maggiori dettagli.

Napoli, Roma e Torino

Ma si agitano nella tempesta anche comuni come Napoli, Torino e Roma. Il capoluogo campano avrebbe problemi a soddisfare i piani di rientro siglati nel 2012, Torino avrebbe ricevuto sollecitazioni dalla Corte dei Conti affinché metta in atto adeguate misure per far quadrare i numeri, Roma si dibatterebbe col debito enorme dell’Atac.

Tantissimi dunque i comuni del Belpaese in difficoltà e nei primi 5 mesi del 2017 sarebbero partite ltre 12 procedure di “predissesto”. In pratica – nota il quotidiano torinese – una ogni 12 giorni. Tra le città oltre i 250mila abitanti solo Napoli avrebbe chiesto l’attivazione delle norme salva bilanci. Ma altre potrebbero presto aggiungersi.

La situazione non è sicuramente rosea.

A fine 2016 in Italia – a tener conto dei dati della Fondazione nazionale dei commercialisti e dell’Ifel (Istituto per la finanza locale) – c’erano 107 enti in dissesto e 151 in predissesto, divenuti 163 a fine maggio.

Da tener conto che altri 67 comuni risultavano a un passo dal fallimento alla fine del 2016. Una realtà che coinvolgerebbe 4 milioni e 330mila residenti. “Molti enti tra quelli in considerazione – spiega ancora la Stampa – sono riusciti a evitare il dissesto grazie al contributo dello Stato che attraverso un fondo di rotazione consente loro di evitare la bancarotta e continuare a pagare stipendi ed erogare servizi. Di contro, però, sono sottoposti ad un severo piano di riequilibrio pluriennale sotto la stretta vigilanza della Corte dei Conti che di norma porta l’ente ad aumentare le tasse, tagliare all’osso tutte le spese e dismettere immobili e quote societarie”.

Numeri in peggioramento

E i numeri di questo disastro incombente sugli enti locali, stando all’Ifel, continuano a peggiorare. A maggio 2017 si sarebbero aggiunti altri 103 comuni ai 106 censiti a dicembre dello scorso anno. Per un totale di un milione e 200mila abitanti. Si tratterebbe di pubbliche amministrazioni che hanno gonfiato oltremodo le spese e non sono riuscite a gestirle facendo quadrare i conti. Amministrazioni poco efficienti sul fronte entrate, che hanno fatto debiti e che ora non riescono a onorarli e a far fronte ai servizi indispensabili alla cittadinanza.

Sotto l’aspetto della dislocazione geografica 27 di questi enti sono in Campania, 28 in Calabria e 25 in Sicilia. Diciassette i comuni che hanno dichiarato bancarotta nel primo periodo del 2017, confermando un trend in netto aggravamento. Basti pensare che gli enti in crisi sono passati da 3-5 all’anno del periodo 1999-2009 a 18-24 degli ultimi 4 anni.

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Tra le new entry eccellenti Benevento e Acri (Cs), Viareggio, Castellamare di Stabia, Vibo Valentia, Milazzo, Augusta, Bagheria, e poi le amministrazioni provinciali di Caserta e Vibo. In 16 casi su 106 analizzati dall’associazione dei commercialisti si parla di situazioni di doppio dissesto. Casi in cui, cioè, l’ente non ha ancora concluso la prima procedura e già si trova costretta ad aprirne un’altra. La situazione è delicata.

I casi di Torino, Roma e Napoli

Il capoluogo piemontese avrebbe ricevuto sollecitazioni dalla Corte dei Conti affinché metta in atto adeguate misure per far quadrare i numeri, Roma si dibatterebbe col debito enorme dell’Atac, Napoli avrebbe problemi a soddisfare i piani di rientro siglati nel 2012.

Per Torino “la Corte dei Conti ha analizzato i bilanci del 2015 e il previsionale del 2016 redatti dalla giunta Fassino ed ha riscontrato miglioramenti ma anche elementi di squilibrio come le ricorrenti anticipazioni di tesoreria. Negli anni scorsi inoltre – secondo i magistrati contabili – la spesa è stata plasmata su entrate sovrastimate e ora va ridotta”. La sindaca Appendino ha già detto di non voler fare tagli drastici. “Tagliare 200milioni in un anno significherebbe non poter più garantire servizi essenziali ai cittadini”, ha spiegato.

Entro il 30 settembre il comune di Roma deve approvare il primo bilancio consolidato di Roma Capitale. Il campidoglio vanta oltre 250 milioni di euro di crediti non riconosciuti e contestati verso la società partecipata Ama che gestisce i servizi dei rifiuti e l’Atac. “La decisione di ricorrere al concordato preventivo per Atac (1,3 miliardi i debiti) rischia di ingarbugliare tutto. Se all’interno del concordato Atac il comune dovesse essere costretto a svalutare i 429 milioni di crediti che vanta verso Atac l’impatto sul bilancio sarebbe pesantissimo”, spiega il quotidiano.

Il comune di Napoli, gravato da un’eredità pesantissima, si trova in stato di predissesto dal 2013. Il piano per rientrare da tale situazione è stato rivisto più volte nell’ultimo decennio. La Corte dei Conti a metà luglio ha individuato altri 2,2 miliardi di euro di possibile ulteriore buco nel biennio 2015-2016.

Bianco: “Disciplina da rivedere”

Insomma la vita di molti comuni italiani non è facile. Questo è sicuro. Previsioni? “Non so se la situazione stia peggiorando. Certamente però non sta migliorando”, afferma  su la Stampail primo cittadino di Catania, Enzo Bianco, che presiede il Consiglio nazionale dell’Anci e da tempo segue le trattative col governo su questi temi. Ad avviso di Bianco “la disciplina degli enti in dissesto e predissesto è vecchia, risale a prima della riforma del bilancio e dei criteri di finanza locale ed andrebbe rivista”.

In definitiva si parla di un “tema delicato che abbiamo già posto all’attenzione del governo ed in parte già affrontato positivamente: occorre infatti superare definitivamente il paradosso in base al quale a causa di una serie di formalismi i Comuni in predissesto che stanno attuando comportamenti virtuosi sono più penalizzati di quelli in dissesto. Per questo serve una revisione organica della materia che da un lato obblighi i Comuni spendaccioni a cambiar strada ma al tempo stesso consenta di aiutare gli enti che stanno cambiando strada rispetto agli errori del passato. Spero tanto che prima che si chiuda la legislatura si possa trovare una soluzione”.

Fonte: qui

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