I dirigenti pubblici si ribellano alla riforma Madia e si costituiscono in un comitato per salvaguardare le procedure previste dalla Costituzione per l’accesso tramite concorso e la selezione in base a procedure definite.

Chiamatela «rivolta dei mandarini» o dei «boiardi», a seconda della metafora preferita, ma la sostanza è che oltre 35mila figure apicali della pubblica amministrazione si stanno opponendo con determinazione alla «renzizzazione» della macchina statale di cui il decreto Madia approvato a fine agosto è solo l’ultmo passo.

Il Giornale aveva ampiamente anticipato i contenuti della riforma sin dall’anno scorso, ma solo nelle ultime settimane l’opposizione all’atto del governo ha trovato modo di organizzarsi. In buona sostanza, la materia su cui si coagula la protesta è la creazione dei nuovi ruoli della dirigenza pubblica cui le amministrazioni centrali e periferiche dovranno attingere. Basterà aver superato un corso o un corso-concorso annuale per entrarvi, dunque l’accesso sarebbe aperto anche agli «esterni» che ora sono nella dirigenza della pa, a seconda della maggiore o minore vicinanza alla politica.

Gli incarichi avranno durata quadriennale e saranno rinnovabili una volta sola se il manager ha ottenuto una valutazione positiva. Chi resta senza posto viene «parcheggiato» con il solo stipendio di base (senza quindi il trattamento accessorio che pesa dal 40 al 70% della retribuzione) che viene però tagliato del 10% per ogni anno senza assegnazione e può addirittura essere escluso se non partecipa a un minimo di selezioni oppure rimane senza incarico per sei anni.

È previsto, però, il demansionamento: scendere di livello da dirigente a funzionario per conservare il posto pubblico. Per evitare di uscire dalla Pubblica amministrazione, il dirigente potrà però rinunciare alle proprie stelline e farsi inquadrare nel ruolo di funzionario. Dovranno, inoltre, essere fissati i nuovi criteri di valutazione cui sarà legata dal 30 al 40% della retribuzione.

Di qui le proteste dei dirigenti di prima fascia, soprattutto in ambito ministeriale, che dall’anno prossimo potrebbero vedersi rimossi e con lo stipendio ridotto. Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri a fine agosto prevede un pronunciamento di merito del Consiglio di Stato e poi l’invio alle commissioni parlamentari competenti.

L’iter è impervio, ma quello che contesta il Comitato dei dirigenti per il rispetto dell’articolo 97 della Costituzione sulla buona organizzazione della pa cui si accede per concorso. È chiaro, infatti, che dai nuovi ruoli si pescherebbe soprattutto in base a simpatie e antipatie.

La spaccatura è forte anche perché il provvedimento entrò in Consiglio dei ministri senza che fosse collegialmente condiviso. Ora, però, anche il governo sembra prenderne le distanze (soprattutto per mezzo del sottosegretario Luca Lotti, alter ego del premier) lasciando in ambasce la ministra Madia di cui la riforma porta il nome. Un’altra certezza è che si preannunciano ricorsi per i demansionamenti per un valore oggi stimabile in 40 milioni di euro.

Un segnale evidente di una certa improvvisazione, comune anche al dlgs sulle partecipate che fissando le fasce di retribuzione per i manager pubblici potrebbe causare in caso di riduzione degli stipendi la riduzione dei salari dei dipendenti, creando altresì un esercito di 150mila inoccupati a libro paga dello Stato. Cioè di tutti noi.

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