Il Presidente della Repubblica italiana continua nella sua opera benefica di cantore dell’Unione Europea e del nuovo ordine mondiale,dovrebbe occuparsi dei cittadini italiani e della Costituzione,lui è il garante,invece,ama pistolettare su questa inesistente Unione Europea e su ponti che fanno cadere giù nel baratro.Il senso di questo continuo turquilopio fastidioso sempre rappresentato dalla troika di presstitutes Rai,Mediaet,Sky.
Di fatto la nostra Costituzione non esiste più,con il fiscal compact non esiste più,e il Mattarella non vede l’ora di sciogliersi nella nuova riforma renziana per legittimare anche formalmente le scelte già fatte.
Complimenti Presidente sta palando come chi l’ha preceduta e le dirò leggendo le sue parole si può denotare che lei non rappresenta l’Italia ma rappresenta altro.
Un altro che non ha niente a che vedere con i cittadini,con la Costituzione e con l’umanità.
Bisognerebbe scegliere il Presidente,bisognerebbe farsi rappresentare da un devoto del suo mandato e non da un trasgressore,da chi confonde il suo ruolo con favori a chi di dovere.
Allego per i coraggiosi l’intero discorso del Mattarella.
Alfredo d’Ecclesia
Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Convegno “L’Europa luogo di superamento dei conflitti” in occasione del centenario dell’Unione di Gorizia all’Italia
Desidero ringraziare il Presidente della Repubblica di Slovenia, Borut Pahor, per le sue significative parole – che riflettono l’amicizia che lega Slovenia e Italia e i nostri personali sentimenti di amicizia – e per aver accolto l’invito ad essere qui, oggi, in un momento così importante per la vita della città di Gorizia.
Vorrei inoltre rivolgere un saluto e un ringraziamento al Presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, ai Sindaci di Gorizia, di Nova Gorìza e al Professor Meyr.
Nei loro interventi è stato possibile cogliere aspetti diversi – ma egualmente rilevanti e fra loro complementari – di questo centenario.
Una ricorrenza ancor oggi ricca di significato, perché i contrasti di un tempo ormai lontano hanno ceduto il posto a una collaborazione crescente e proficua, che costituisce uno dei risultati più positivi di quel percorso di progressiva integrazione fra Stati e popoli del Continente il cui sessantesimo anniversario celebreremo a Roma il 25 marzo del 2017.
E’ infatti proprio l’Unione Europea che ha cambiato le “regole del gioco”, facendo tacere le armi e parlare i popoli, facendo recedere i nazionalismi e avanzare il dialogo. Facendo sempre più scoprire i tanti aspetti che uniscono, le tante affinità, l’identità di desideri di pace, di serenità, di collaborazione, di progresso per le singole persone e per le comunità.
E’ a questo progetto politico e sociale, prima ancora che economico, che dobbiamo il più lungo periodo di pace che l’Europa abbia mai sperimentato.
E questo “primato della pace” non va rimosso nelle riflessioni, e men che mai, dimenticato, proprio perché desideriamo fortemente che esso sia irreversibile.
Troppe volte – nella dialettica interna e internazionale – l’Unione viene criticata, le sue regole trattate come l’esempio di una burocrazia complessa e, a volte, addirittura oppressiva, come un limite rispetto a un passato esclusivamente nazionale che taluno vorrebbe raffigurare come una sorta di “età dell’oro”.
Questo giudizio non rispecchia le straordinarie conquiste di un modello di convivenza e crescita unico al mondo – visto in altri continenti come esempio cui ispirarsi – e non riflette la verità più profonda che emerge dalle vicende storiche vissute dal nostro Continente.
Qui, in questa città, in queste terre, abbiamo esperienza e concreta testimonianza di un passato che ha portato con sé lutto, distruzione e privazioni.
Gorizia, lo ha ricordato il Sindaco – medaglia d’oro benemerita del Risorgimento italiano – è stata una città martire, confermata nei suoi valori patriottici dalla medaglia d’oro al valor militare nella Guerra di Liberazione, quando ebbe a subire dure occupazioni.
Oggi Gorizia guarda, meritatamente, ad un futuro che corrisponde alla sua vocazione internazionale, sulla spinta di strumenti previsti in ambito europeo.
Nelle battaglie della Grande Guerra intere generazioni di giovani e valorosi hanno combattuto e si sono sacrificati, mentre sono stati milioni coloro, popolazioni comprese, che hanno patito l’orrore della guerra.
Giovani di queste contrade schierati su fronti diversi.
Giovani di queste contrade mandati a combattere su fronti lontani, dalla Galizia alla Russia.
A tutti va il nostro pensiero commosso.
Eppure, i lutti di quell’Europa, di quegli anni, non sono stati sufficienti, allora, per spingere a costruire un assetto continentale equilibrato e duraturo.
Abbiamo dovuto patire una nuova grande tragedia mondiale, ulteriori devastazioni, nuove sofferenze, seguite da una tanto innaturale quanto lunga e pericolosa divisione del Continente, per riuscire a elaborare e costruire un progetto che potesse raccogliere tutti gli Europei in una comune prospettiva. Ancora troppo di recente la regione dei Balcani ha dovuto vivere momenti drammatici.
L’Unione Europea, l’unione dei popoli europei, dei cittadini dei nostri Paesi – lo ha dimostrato anche in questa occasione – è un progetto di grande valore, che va coltivato quotidianamente, anche per rimuoverne le imperfezioni, le contraddizioni, per migliorarlo sulla base di una critica anche severa ma costruttiva, attenta e, soprattutto, di spinte ideali all’altezza dei tempi e della storia.
Al compimento di questo progetto, al suo successo, è intimamente legata la possibilità per gli europei di essere collettivamente protagonisti in un mondo nel quale la globalizzazione ha reso vicini anche problemi e fenomeni un tempo considerati lontani. Un mondo che tende a dare meno spazio a singoli Paesi ma che non può prescindere da un insieme coeso di popoli e Stati europei che condividono gli stessi valori e i medesimi principi e da essi traggono la loro forza, quella che può consentire alla loro Unione di svolgere un ruolo ben più ampio e decisivo sulla scena internazionale, per contribuire autorevolmente alla pacifica convivenza e alla crescita equa in ogni parte del mondo.
Abbiamo ascoltato i Sindaci di Gorizia e di Nova Gorìza.
Pochi luoghi in Europa come quello in cui siamo oggi possono testimoniare così chiaramente la trasformazione avvenuta nelle menti, nei cuori e nella condizione dei cittadini europei e lo straordinario progresso che la comune appartenenza di Slovenia e Italia all’Unione Europea e il loro comune desiderio di pace, di amicizia e di cooperazione hanno prodotto.
Un confine – sino a pochi anni or sono concreto e visibile – si è progressivamente smaterializzato, a tutto vantaggio di una progressiva osmòsi tra le due comunità che costituisce, oggi, un paradigma dello spirito più autentico dell’Unione Europea.
I gerani che delimitano oggi il confine tra Italia e Slovenia ci dicono – cito il prof. Meyr – che i confini possono trasformarsi in ponti che uniscono.
Al posto di quel confine – protagonista e testimone di separazioni, dolori e nostalgia – è nata un’area di cooperazione transfrontaliera, tra Istituzioni, società civili, enti di studio e di ricerca e tanti altri attori del nostro vivere in comune.
Una menzione particolare merita, a questo riguardo, lo strumento creato dall’Unione Europea per facilitare le cooperazioni transfrontaliere: il Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale.
E non è un caso che esso sia stato attivato per la prima volta, a livello continentale, proprio qui, fra i Comuni di Gorizia, Nova Gorìca e Sempeter Vrtojba, in Slovenia.
Auspico che questa collaborazione sia sempre più feconda e che i progetti nei settori del turismo e della sanità, che stanno così tanto a cuore ai nostri concittadini, possano trovare piena e rapida applicazione, consolidando ulteriormente due pilastri della vita dell’Unione: la facilità di movimento e la difesa della salute.
In queste terre, particolarmente prezioso si è rivelato il ruolo svolto dalle identità linguistiche diverse da quella italiana, per le quali la nostra Costituzione ha previsto una specifica tutela. Sono davvero lieto di poter constatare come la comunità slovena in Italia e quella italiana in Slovenia riescano a testimoniare l’orgoglio delle proprie radici, rappresentando, al contempo, un elemento di ancor più stretta unione fra i nostri Paesi; sono veri e propri moltiplicatori di iniziative e di collaborazioni che ci consentiranno – ne siamo certi – di progredire ulteriormente, verso l’accrescimento di un’area di pace e di comune prosperità.
Slovenia e Italia possono ormai essere considerate, a giusto titolo, un modello di cooperazione per l’Europa e il mondo.
Eppure, dobbiamo sempre tenere a mente come i risultati raggiunti sinora non debbano mai considerarsi scontati e, quindi, automaticamente eterni: ciascuna generazione deve saperli rinsaldare e rafforzare.
Ce lo ricorda la cronaca di questi mesi, contrassegnata dalla insistenza con la quale, altrove, si continuano a mettere in discussione i valori fondanti dell’Unione e non soltanto le sue scelte, evocando velleitariamente la costruzione di nuove barriere.
E’ indispensabile, quindi, continuare a lavorare incessantemente, per consolidare i traguardi che abbiamo potuto raggiungere, coltivando la memoria del passato, affinché anche le nuove generazioni possano rendersi pienamente conto del lungo, e spesso doloroso, cammino che i nostri popoli hanno compiuto per costruire insieme il loro futuro.
E’ dovere delle classi dirigenti europee diffondere fra i giovani il senso dei valori sui quali sono costruite le nostre democrazie, e il progetto comune – l’Unione Europea – che i padri fondatori animarono, per non dover più vivere le tragiche esperienze della guerra e delle dittature. Ed è parimenti nostro compito metterci in ascolto dei giovani, delle loro aspirazioni, delle loro idee, delle loro proposte.

E’ un compito impegnativo, al quale nessuno può e deve sottrarsi, con l’obiettivo di consegnare all’Europa di domani una casa comune sempre più salda, prospera e ben realizzata, all’altezza della sua civiltà e delle sfide attuali.

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