Un applauso «coreano», lo ha definito lo stesso giornalista Giani Riotta che antirenziano di certo non è – seduto accanto a Renzi sul palco di Cernobbio.

Lunghi minuti di applausi, «qualcuno si è spellato le mani» commenta con sarcasmo un imprenditore milanese. Come se il Pil non si fosse inchiodato. Come se l’ltalia non avesse un problema di debito pubblico stellare che imporrà lacrime e tasse.

Saranno il caldo sotto il grande gazebo che ospita il pranzo all’aperto (i veri vip però sono stati attovagliati nella sala da pranzo interna, con l’aria condizionata) ma la platea di villa d’Este sembra avere visto tutto un altro film mentre il gran maestro Renzi dirige l’orchestrina del Titanic bianco, rosso e verde che continua a suonare in mezzo agli iceberg.

Di poteri forti, a dire il vero, ieri non se ne sono visti. A farsi notare oltre al «Renzicottero» e alla security sugli acquascooter è stato la squadra di guardie del corpo del Nobel Shimon Peres che ormai è un habitué della kermesse comasca.

Folta la carica degli ex, come l’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, abbronzatissimo e rilassato – «erano anni che non mi facevo un mese di ferie» mentre oggi dovrebbe arrivare il suo successore Jean Pierre Mustier, al suo debutto all’Ambrosetti.

«Se togliamo carabinieri, giornalisti, comunicatori, portaborse, camerieri e staff dell’organizzazione, di poteri forti ne restano ben pochi», è la battuta maligna raccolta prima che risuoni il gong del coffee-break. Di certo, facendo un sondaggio fra i presenti, con il taccuino in mano, la reazione è unanime: piace il «non piangiamoci addosso» renziano, apprezzato il passaggio sulla cultura del fallimento che va accettata perché dagli errori «si impara a rialzarsi», e il senso si appartenenza a un Paese «in cui si respira già un’aria diversa, al netto dei dati congiunturali».

E poi «Matteo è bravo a divertire con battute e aneddoti». Lo storytelling insomma, funziona. Anche se la storia raccontata è sempre la stessa. Poi, quando viene posata la penna e i microfoni si spengono, qualcuno si lascia andare a commenti diversi, rigorosamente anonimi, «ma questo non lo virgolettiamo, vero?».

E allora ecco che spunta – un Renzi «un po’ stanco, non corre più i cento metri ma usa metafore da fondista, ha parlato di maratona. Quello che ci serve però sono risposte concrete e rapide», dice un manager di una grossa azienda lombarda.

Chi non frena la lingua è, invece, Renato Brunetta: «Renzi ha fatto un imbroglio, come suo solito. Ha raccontato una storia che non è una storia vera», commenta il capogruppo di Forza Italia alla Camera all’uscita dell’intervento del premier.

«Ha affabulato finanzieri, grand commis dello Stato nominati da lui, banchieri, pochi industriali» che alla fine hanno fatto «un applauso corale», ma si è trattato «di uno spettacolo credo irresponsabile, non da primo ministro che avrebbe il dovere della verità e di non raccontare favole».

Anche nel momento delle domande dal pubblico, c’è chi ha alzato la palla affinché Renzi schiacciasse. Come il fondatore di Algebris, nonché finanziatore delle Leopolde, Davide Serra che anche quest’anno come nell’edizione 2015 ha alzato la mano per domandare al premier un incalzante «Se passa il Sì al referendum, quali saranno le sue priorità?». Nessuna bacchettata. Soprattutto dai manager presenti parecchi – nominati dallo stesso premier nelle aziende pubbliche. Suonala ancora, Matteo.

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