I posti all’università non sono per i cervelli ma per il nepotismo della casta. Sono assegnati per censo come tutti i posti alla guida di imprese importanti sono per i figli e così l’Italia arranca in tutto sempre di più perchè non viene riconosciuto il merito ma solo la casta di appartenenza. La politica sinistroide di questi ultimi anni ha spento sempre di più la possibilità di salire la scala sociale.

In Italia lavoravo gratis, in Francia sono come un prof associato. E non voglio tornare indietro”: la sfanculata di questa ragazza italiana alla nostra politica

Roberta Zarcone ha 31 anni ed è laureata in Ingegneria edile-architettura. In Italia le avevano offerto soltanto impieghi sottopagati e tirocini senza futuro. Così ha deciso di partire. Ha vinto un concorso pubblico e oggi insegna all’Ecole nationale superieure d’architecture et de paysage di Lille. “In Francia si chiedono perché così tanti italiani qualificati non sono in grado di trovare spazio nel loro Paese”..

Roberta Zarcone è un fiume in piena. La sua è una storia di coraggio e di tentativi, alcuni falliti, altri andati a buon fine. Laureata a Palermo in Ingegneria edile-architettura, a 31 anni può vantare un curriculum che tanti colleghi ben più grandi di lei potrebbero invidiare. In questo percorso, però, di porte chiuse ne ha trovate tante. Al punto da volersene andare in Francia. “Dopo la laurea ho cominciato a seguire alcuni progetti nello studio di un mio professore, senza essere retribuita – racconta a ilfattoquotidiano.it -, dopo qualche mese mi convoca nel suo ufficio e io tra me e me penso: ‘Forse mi vuole parlare del bando per il dottorato appena uscito’”. E invece no: “Voleva propormi l’ennesimo lavoro gratis – ricorda – e inoltre mi sconsigliò vivamente di partecipare al concorso”.

Roberta resiste un’altra settimana, poi fa le valigie per trasferirsi a Roma: “Avevo vinto una borsa di studio di tre mesi presso il ministero degli Esteri – racconta -, dove mi dedicai a uno studio sui costi delle case del personale consolaree alla fine tutti mi fecero i complimenti, ma poi mi dissero che non c’era posto per me”. Roberta è costretta a tornare a Palermo, dove si iscrive a un master: “E intanto per mantenermi lavoravo tutte le mattine in un call center – ricorda -, dove se riuscivi a fissare almeno 30 appuntamenti venivi pagato 250 euro al mese”.

Quando attraverso il master le viene offerta la possibilità di fare un tirocinio a Milano, non ci pensa su due volte: “Anche quella, però, fu una grossa delusione. Mi misero a pulire e ricontrollare i file da mandare ai clienti, con un rimborso spese di 200 euro al mese”. Finita quest’esperienza Roberta fa ritorno in Sicilia e dopo un periodo di stallotrova un impiego per una ditta che si occupa di fotovoltaico: “Dopo 10 giorni mi hanno spedito in Brasile per tre mesi, dove giravo alla ricerca di terreni adatti per gli impianti – ricorda -, mi piaceva il fatto che fosse un lavoro che mi permetteva di viaggiare, ma non era quello per cui avevo studiato”.

Di lì a poco, però, qualche raggio di sole inizia a fare capolino: “Avevo vinto una borsa di studio di sei mesi con l’università di Palermo per fare ricerca all’estero – ricorda –, così ho dato le dimissioni e ho mandato la mia candidatura presso una scuola di architettura parigina, la Paris Malaquais”. Nel novembre 2012 comincia la sua avventura francese e a parte qualche piccolo inconveniente (che risponde al nome di un appartamento di 9 metri quadri, al sesto piano senza ascensore) il vento inizia a girare per il verso giusto: “Finalmente mi sono sentita parte di un vero progetto e dopo due mesi dall’inizio del mio lavoro di ricerca il mio professore mi ha chiesto: ‘Vuoi fare lezione?’ – ricorda -. Io accettai, ovviamente, pensando che intendesse farmi fare da assistente, invece mi trovai a insegnare tutta la parte di esercitazioni del suo corso, senza sapere ancora bene la lingua”. Quello con l’insegnamento è stato un colpo di fulmine: “Ho capito che era quello che volevo fare nella vita”. Così continua a darsi da fare: “Ho vinto il dottorato, ma i primi due anni non ho ricevuto fondi, quindi per mantenermi mi dividevo tra le lezioni e qualche lavoretto negli studi di ingegneria. Appena c’erano finanziamenti, però, l’università mi faceva qualche contratto extra per seguire dei progetti”.

In primavera Roberta discuterà la sua tesi, ma nel frattempo il suo sogno è diventato realtà: “L’anno scorso il mio professore mi disse che c’era il concorso pubblico per insegnare nelle scuole di architettura e mi suggerì di provare comunque, anche se ero poco conosciuta. Io decisi di fare domanda a Lille, perché c’erano più chance rispetto a Parigi”. La strada sembrava tutta in salita: “Per la mia classe di insegnamento ci presentammo in 60, ma arrivammo solo in due all’orale – racconta -. Non pensavo di avere possibilità, perché lui era francofono e laureato nella migliore scuola di ingegneria della Francia e invece hanno preso me”. Ora Roberta è maître-assistant – ruolo paragonabile a quello del professore associato in Italia – presso l’Ecole nationale superieure d’architecture et de paysage di Lille e non potrebbe essere più felice.

Ma non è l’unica connazionale ad aver fatto questa scelta: “Nel 2009 il ministero francese pubblicò un rapporto sullo stesso concorso a cui ho partecipato io, in cui la giuria s’interrogava sulla presenza massiccia di italiani, chiedendosi perché pur essendo così qualificati non fossero in grado di trovare spazio nel nostro Paese”, racconta.

Quando viveva ancora in ItaliaRoberta si era anche iscritta nelle liste per gli insegnanti di terza fascia: “Passai giornate intere a capire per quali discipline potevo propormi con i miei crediti, ma non mi hanno mai chiamato fino a quando non è uscito il piano della ‘Buona Scuola’ – racconta -, ora invece ricevo spesso mail per insegnare sostegno, io che non ho alcuna competenza in questa materia e ogni volta che leggo quelle comunicazioni mi chiedo quanti accettano questo ruolo pur essendo privi di qualsiasi nozione di pedagogia o psicologia”, aggiunge.

Quando le chiedi di Palermo, risponde così: “È una città difficile, ma quando sono partita non escludevo di tornare un giorno”, ammette. L’esperienza francese, però, ha cambiato le carte in tavola: “Ora che ho conosciuto un nuovo modo di vivere non potrei mai tornare a quello vecchio”. E la sua voce è quella di un’intera generazione: “Non siamo cervelli in fuga, siamo semplicemente persone che in Italia sono impossibilitate a trovare il loro posto”.

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