Il racconto di Peter Curtis, giornalista Usa prigioniero di Al Qaeda per 22 mesi. “Uno dei miei aguzzini ha vissuto nel vostro Paese per anni”.

«Theo! Theo!». Al telefono si era raccomandato di non chiamarlo Peter. «Quando lavoro sono Theo Padnos». Il nome Peter Curtis è solo per le cronache che raccontano la sua liberazione, avvenuta due settimane fa, dopo ventidue mesi di prigionia nelle mani dei terroristi di Al-Nusrah, il fronte siriano di Al Qaida, separatosi dall’Isis per contrasti interni fra i due leader che ora si odiano, Al Joulani da una parte e Al Baghdadi dall’altra.

Appare sulla porta in camicia bianca, pantaloni chiari, occhi vispi, capelli arruffati e concitato quanto basta. «Ciao, comme stai? Tutto bene?». Questo italiano «broccolino» mi aveva incuriosita già al telefono, ma ancor di più lo aveva fatto la risposta alla domanda sul perché parlasse un po’ la nostra lingua: «L’ho imparata durante la prigionia – aveva detto. Uno dei miei carcerieri era un marocchino di Casablanca che prima di combattere ad Aleppo era stato qualche anno in Italia, dove ci sono ancora il fratello, la moglie e un figlio. Credo a Roma. Non è un bel ricordo», aveva aggiunto.

Adesso era lì, davanti a me, su un pianerottolo di un metro quadro sorridente e preoccupato, a dettarmi le «condizioni d’uso», sforzandosi di accogliermi in italiano, dicendo che sua mamma Nancy ama moltissimo l’Italia, che la sua famiglia in qualche modo è legata al nostro Paese e per questo e per gli ostaggi italiani in mano ai terroristi siriani aveva accettato di parlarmi, ma niente riprese, niente telecamere. Entriamo e attraversiamo la cucina fresca del pranzo domenicale, prima di raggiungere la terrazza dove la famiglia in un tipico quadretto americano sta consumando quel che resta di una macedonia. È la sua seconda domenica a casa dopo due anni.

La mamma è felice per la visita insolita, la cugina un po’ meno. Le fa da filtro col mondo. Si affretta a dire che ci sono centinaia di giornalisti che vorrebbero parlare con Theo, ma non è il caso. Non capisce come le sia sfuggito il controllo, ma si adegua e non si allontana mai.

La casa è una di quelle a due piani, rivestite di legno, con i tetti rossi e spioventi, colorate tutte diverse, tanto che a un primo sguardo distratto parrebbe un sobborgo di Londra e invece è Boston, distretto di Cambridge, nell’America che ha dichiarato guerra al terrorismo da ormai 13 anni esatti e lui da quasi altrettanti va avanti e indietro dal Medio Oriente per raccontare le storie di vittime della follia della propria gente, è il suo mestiere, fa il giornalista.

Quella volta, ottobre 2012, quando l’hanno rapito, era ad Aleppo, non ad Antakia, in Turchia, come si è detto. «Sono rimasto per sei mesi con i vestiti che avevo addosso quel giorno, senza lavarmi, neanche i denti. Adesso ho qualche problema, vado dal dentista. Il mio spazio vitale era di un metro per due. In fondo ai piedi avevo un buco per i bisogni, a destra e a sinistra altri prigionieri, come me. Li sentivo ma non potevamo parlarci né vederci perché tra uno e l’altro avevano tirato su dei muri fatti di blocchi e non volevano che comunicassimo».

loading...

Theo Padnos dev’essere un uomo forte, che per attitudine abbraccia la vita, a cui la diversità non fa paura, ma adesso ogni due per tre dice «sono crudeli, godono nel vederti soffrire, nel metterti a disagio». «All’inizio ero sempre ammanettato, mani e piedi. Gli chiedevo di liberarmi per andare in bagno e la risposta era sempre no. Una volta era estate e io in una baracca in mezzo al deserto con la porta chiusa. Ho chiesto di aprirla un po’ per respirare. No!…Non costava loro nulla, ma l’idea di provocare dolore gli piace».

Fa un caffè espresso e ci accomodiamo in salotto. Sul tavolino alle mie spalle una bandiera americana ripiegata per bene e su una poltrona, a mo’ di cimelio, strappata e stropicciata, quel che avanza della sua prigionia, la bandiera dei terroristi: «Sai, quella bianca e nera che sventolano in televisione». Perché, guardavi la televisione? gli chiedo. «Si, ho visto anche il video di James Foley (il giornalista decapitato il 19 agosto, cinque giorni prima della sua liberazione, ndr )». «Mi dicevano, domani ti liberiamo, fra tre giorni ti uccidiamo.

E poi non succedeva mai niente. Due volte mi han detto: vai, scappa, sali in macchina, ma non l’ho fatto. Credo fosse una trappola». Anche lui è comparso in qualche video, in uno aveva un fucile puntato alla testa. «In realtà quella è stata l’unica volta in cui non ho temuto di venire ucciso, altre invece…».

La mamma Nancy in questi mesi di prigionia non ha mai guardato la tv, né letto i giornali, è diventata amica di Diane Foley, la madre di James, cui ha scritto una mail per avvisarla della liberazione di Theo, prima che lo facesse la stampa. In lei resta il rammarico per questi due figli che sarebbero potuti diventare amici date le tante affinità in comune e invece è andata diversamente, «ma le scriverò una lettera», aggiunge.

«Ho creduto che sarei stato liberato solo quando ho visto gli uomini dell’Onu e mi sono seduto in macchina con loro», aggiunge Theo Padnos. La cugina guarda l’orologio e dà segni che la macedonia si sta raffreddando. Continuo, voglio sapere di donne e di ostaggi italiani. «Donne, sì, ne ho viste una…due…tre! Ostaggi anche loro. Siriane. Una era una massaggiatrice, una terapista, di Aleppo. Un carattere fortissimo, gli teneva testa. Un’altra era con il padre. Un giorno li hanno riempiti di botte».

Non parla di sesso. Si informa di chi siano gli ostaggi italiani. Conosce di fama padre Dall’Oglio. Sulla dinamica del rapimento di Greta e Vanessa, dice spesso, «come me», rapite ad Aleppo, non in mano all’Isis. Si offre di collaborare alle indagini qualora il governo italiano lo richieda. «So molte cose, parlo arabo e conosco Al Joulani. Loro non sono come l’Isis, hanno bisogno di soldi per comprare armi e pagare i soldati», anche lui è figlio di una trattativa passata per il Qatar.

ilgiornale.it

loading...