Cosa non si fa per un Sì. Prendiamo il caso del Cnel, il Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, che oggi viene esibito da Renzi come uno dei quesiti referendari più qualificanti della sua campagna ultramediatica in vista dell’appuntamento del 4 dicembre.

Andiamo con ordine. La maggior parte degli italiani pensava, in effetti, che l’organo costituzionale fosse già stato chiuso due anni fa, quando lo stesso Renzi cantò il de profundis in tv esibendo una delle famose slides che servivano a pompare le delibere prese dal Consiglio dei ministri.

Tra queste c’era, appunto, il «via libera» alla chiusura di quella che, prima di Porta a porta di Vespa, veniva pomposamente chiamata «la terza Camera» e che, invece, costava moltissimo per non produrre nulla, o quasi, in tema di lavoro e materie simili (le leggi proposte dal Cnel si contano sulle dita di una mano).

Ma proprio perché, sul suo scioglimento, tutti i partiti erano d’accordo, non sarebbe stato assolutamente necessario il referendum confermativo: bastava solo che il provvedimento venisse stralciato dal pacchetto delle altre riforme e approvato dai due rami del Parlamento con la maggioranza qualificata dei due terzi. Un semplice stralcio e basta, ma la richiesta in tal senso, avanzata da parlamentari grillini e da alcuni esperti del settore, non venne affatto accolta dal governo, a cominciare dalla Boschi.

Qualche ingenuo potrebbe ora chiedersi per quale motivo quell’istanza – che avrebbe fatto risparmiare milioni di euro alle casse dello Stato – fu allora rigettata, ma la ragione è molto semplice: nei progetti di Palazzo Chigi l’abolizione del Cnel sarebbe diventata il gol vincente dei renziani nella partita referendaria.

Perché l’importante è vincere, costi quel che costi. È chiaro, comunque, che, in caso di successo del No al referendum, si dovrà subito ritornare alla vecchia strada della maggioranza qualificata. La situazione, insomma, è kafkiana con il governo Renzi che sbandiera la soppressione di un organo che avrebbe potuto chiudere benissimo i battenti già da tempo, con un conseguente risparmio di soldi pubblici. Bastava solo un stralcio in Parlamento.

Del resto, l’ultimo governo Berlusconi si era reso conto già nel 2010 che il Paese non poteva più permettersi il lusso di buttare dalla finestra tanti milioni di euro. Per mettere ordine nei conti, l’esecutivo del Cavaliere scelse un nuovo segretario generale che, per la prima volta, venne reclutato dai ranghi della magistratura e che si trovò quasi subito a combattere contro i mulini a vento delle rendite di posizione, soprattutto tra i consiglieri che erano pure sindacalisti.

Ma Berlusconi fece ancora di più: quasi dimezzò, nonostante l’opposizione interna, il numero dei membri del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro che frequentavano (si fa per dire: il numero delle sedute in programma è davvero limitato) Villa Lubin, nella splendida cornice di Villa Borghese.

Furono, così, accesi i riflettori della stampa sul modo in cui venivano spesi i 20 milioni di euro l’anno che il Tesoro assegnava come budget di funzionamento. Dopo le dimissioni di Marzano, si sono succeduti due presidenti ad interim. L’ultimo ha un cognome altisonante, Delio Napoleone, ma il Cnel ha già avuto la sua Waterloo. E pensare che il primo presidente dell’ex «terza Camera», Meuccio Ruini, la definì: «Un luogo di incontro e di distensione tra le opposte forze economiche e politiche».

Fonte: qui

loading...