L’Italia, con il ristagno economico è diventata la palla al piede dell’Europa e ne rallenta la ripresa. Però Renzi insiste nella medicina sbagliata, che ci propina da quasi due anni.

Quella di deficit nelle spese correnti e di bonus fiscali mirati alla popolarità e al potere. Ha cominciato con gli 80 euro in busta paga che non sono serviti alla ripresa, ha proseguito con gli sgravi contributivi per i nuovi contratti di lavoro a tempo indeterminato che non hanno dato un contributo alla crescita della produttività, né al rilancio della domanda tanto è vero che siamo giunti alla crescita zero.

Ora, per la legge di Stabilità per il 2017, chiede nuova flessibilità per un deficit al 2,4% anziché dello 1,4% come era stato stabilito l’anno scorso. Non gli basta, per il 2017, lo aumento del deficit allo 1,8% concesso da Bruxelles nel frattempo. Lo vuole al 2,4% per continuare nella politica dei bonus per il recupero di consensi, ora in calo, nella corsa verso il referendum, spostato a fine novembre, dopo l’approvazione in prima lettura della Stabilità contenente i nuovi regali.

Se si rispettasse l’obiettivo dello 1,8% ci sarebbe un sostanzioso alleggerimento del rapporto debito pubblico-Pil che sta crescendo in misura pericolosa, a causa del semi ristagno del Pil, ma la manovra correttiva dovrebbe essere di un 1% del Pil ossia di 17 miliardi. La manovra salirebbe a 20-22 miliardi con i bonus in progetto fra cui spiccano, ora, i prepensionamenti e, a quanto sembra, la quattordicesima mensilità ai pensionati con meno di mille euro mensili.

Ci sarebbe forse una limatura dell’aliquota dell’imposta sulle società, che per altro non riguarderebbe quella del 2017, che si riferisce all’imponibile del 2016. Riguarderebbe l’imponibile del 2017, la cui aliquota si paga nel 2018. Con l’aumento del deficit al 2,4% la manovra correttiva si dimezzerebbe da 22 a 11 miliardi. Infatti ne occorrerebbero 6,5-7 per ridurre il deficit del 2017 e altri 4-5 per i nuovi bonus.

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Una manovra di 10-11 miliardi non è piccola. Renzi non intende tagliare le spese correnti, in quanto ciò comporterebbe operazioni impopolari presso i centri di consenso che gli interessano. Punta soprattutto all’eliminazione di sgravi fiscali e alla vendita di quote di imprese pubbliche, come le Poste.

I nuovi bonus, insomma, sarebbero finanziati con aggravi tributari e con l’alienazione di beni pubblici non destinati a finanziare investimenti. Insomma una politica che non crea crescita e che non alleggerisce il peso del nostro debito pubblico, che comporta aggravi fiscali, diminuzioni del capitale pubblico, ipoteche sui bilanci futuri per riduzioni di tributi.

L’esperienza mostra che sino a ora i bonus di Renzi non hanno generato crescita, ma anzi decrescita sino allo zero del secondo trimestre del 2016. La medicina giusta è un’altra. Renzi dovrebbe chiedere flessibilità per investimenti pubblici in infrastrutture e per sgravi fiscali rivolti a incentivare la produttività delle imprese e del lavoro e dovrebbe alleggerire le regolamentazioni ossessive.

Questa politica riaccenderebbe il motore della crescita del Pil e aumenterebbe l’occupazione perché l’investimento in infrastrutture, svolto in gran parte da imprese del mercato che operano per l’economia pubblica, riguardando in larga misura l’industria edilizia e servizi tecnologici, genera un moltiplicatore di domanda molto maggiore che la spesa per consumi e crea molto lavoro anche con l’indotto.

Inoltre questa spesa di investimento, a differenza di quelle per i consumi correnti, ha una componente di domanda estera modesta, perché mette in moto capacità produttive non utilizzate. La riduzione del debito pubblico eccessivo anche con le privatizzazioni renderebbe più solide le banche, che ne posseggono molto, e riducendo il rischio stimolerebbe l’investimento estero in Italia e aumenterebbe quello delle nostre imprese.

Ciò darebbe crescita. Questa è la terapia per toglierci dalla stagnazione, in cui ci ha portato la cattiva medicina che Renzi vuole continuare a dare all’Italia: per vincere un referendum, mirato al suo potere, non al benessere italiano.

Fonte: qui

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