Si è discusso negli ultimi tempi della cosiddetta “Modern Money Theory” (MMT). Ispirata da alcune intuizioni del finanziere Warren Mosler e sistematizzata in campo accademico da Randall Wray ed altri, la MMT può essere in realtà considerata un caso particolare della teoria Post-Keynesiana. Si tratta di un caso fondato su alcune estremizzazioni teoriche, che danno luogo a risultati peculiari anche sul versante della politica economica. Una delle critiche che possono essere rivolte alla MMT verte sul fatto che, almeno nelle sue versioni più elementari, questa teoria sembra supporre che la semplice flessibilità del tasso di cambio sia in grado di risolvere i problemi derivanti dall’attuazione di politiche espansive a livello nazionale e dal possibile accumulo conseguente di disavanzi verso l’estero. In realtà la storia ci dice che il cambio flessibile non rappresenta uno strumento sufficiente per tenere in equilibrio i conti verso l’estero. In assenza di coordinamento internazionale, una politica espansiva nazionale dovrebbe essere accompagnata da meccanismi di controllo dei movimenti di capitali e, laddove necessario, anche di merci. Una intervista di VoxPopuli a Emiliano Brancaccio (Università del Sannio).

Per un approfondimento, si rinvia anche a Brancaccio, E. (2012). “Dalla crisi della moneta unica alla critica del liberoscambismo europeo. Brevi note sulla MMT”, Intervento alla Conferenza ‘MMT Calabria Europa”, 30 novembre.

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