Vi prego, andateli a prendere. Andate a prendere i 170 miliardi frutto di attività criminale in Italia. La Cgia di Mestre ha diffuso nei giorni scorsi un report secondo cui l’economia criminale fattura nel nostro Paese ben 170 miliardi all’anno, con conseguente perdita fiscale per lo Stato di circa 80 miliardi. Parliamo di cifre da capogiro: quasi quattro volte il gettito fiscale annuo della vecchia Imu, tre volte il peso di un’intera Finanziaria. Con quei soldi, per capirci, figli di riciclaggio, racket e traffici illeciti, lo Stato potrebbe ripianare le sue casse sfasciate, non porsi più il problema di sforare il tetto deficit/Pil, far ripartire il Paese e soprattutto evitare di tartassare le piccole e medie imprese.

Questo è il punto decisivo, infatti. Non recuperare i soldi sporchi nelle mani di mafie e bande non significa solo dimostrare la propria impotenza nel combattere il fenomeno criminoso (le stesse confische dei beni sottratti alla mafia, da questo punto di vista, si riducono a uno spot, se poi non si intaccano i veri patrimoni da quella posseduti); ma significa anche colpire, per converso, gli imprenditori, gli artigiani, le aziende oneste, cui spetta erogare le tasse che i malviventi non pagano. Ecco il paradosso: i disonesti se la passano liscia e gli onesti devono pagare anche per loro. Ci vorrebbe una ribellione civica, una levata di scudi che proclami la generale elusione fiscale, fino a che lo Stato non tornerà a fare il proprio dovere: sottrarre a chi froda, ruba e delinque e tutelare chi prova invece a concorrere virtuosamente alla crescita economica del nostro Paese.
Le ragioni per cui non si versano tributi, d’altronde, sono molto diverse, dall’una e dall’altra parte. La maggior parte degli imprenditori evade per sopravvivere, salvare il posto ai propri dipendenti, pagare i fornitori e tenere aperta l’azienda: grazie al loro gesto, centinaia di famiglie continuano ad avere un reddito per andare avanti e il tessuto produttivo italiano riesce a non soccombere del tutto. Viceversa i criminali che sottraggono illecitamente soldi allo Stato utilizzano quei denari, già sporchi, per dare vita ad attività ancora più losche. Evadendo, hanno la possibilità di continuare a delinquere in santa pace, in un perpetuo riciclaggio di denaro macchiato di sangue, coca e polvere da sparo.

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Allora non si può restare inerti di fronte allo status quo, accettare che chi truffa e ammazza abbia più soldi e diritti di chi svolge con dignità il proprio mestiere. Non si può accettare che l’economia prodotta dal crimine sia la più ricca e la più sviluppata del nostro Paese, l’unica in grado di resistere alla crisi, capace non solo di dare più posti di lavoro in Italia ma anche di essere la più radicata all’estero. Non si può più accettare insomma che chi evade dopo aver danneggiato, con la sua stessa attività, le imprese sane e le persone laboriose, resti impunito e anzi venga considerato per questo furbo e vincente.

Che Equitalia, l’Agenzia delle Entrate e la Guardia di Finanza comincino col recuperare i soldi che mancano al fisco dagli sporchi fiumi carsici del crimine. Altro che tartassare le imprese, qui si tratta di schiacciare le mafie. Il timore tuttavia è che lo Stato non ne abbia né la voglia, né la forza né gli strumenti. Si sa come vanno le cose nel Belpaese: è molto più facile prendersela con i deboli e con quei «fessi» che chiamano onesti…

L’Intrapendente

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