Si tratta della 25enne Ghoncheh Ghavami, studentessa a Londra in legge, ma con origini iraniane, arrestata a Teheran con l’accusa di aver assistito ad una partita dei mondiali di volley maschile dove era stato esposto uno striscione contro il divieto per le donne di prendere parte a questo evento. La famiglia chiede la liberazione dopo due mesi.

In occasione delle qualificazioni ai mondiali di calcio del 1998, per la prima volta nella storia, l’Iran (dotato di una squadra tutt’altro che da sottovalutare), si giocava l’accesso alla fase finale con lo spareggio. Incontrava l’Australia e, come la storia ricorda, il governo di Tehran, ebbe grosse difficoltà ad affrontare una vittoria completamente inaspettata, soprattutto per una questione di controllo e gestione pubblica: le feste in strada ebbero effetti incontrollabili e, più di tutto, ad esultare senza inibizione erano le ragazze, le donne, alle quali per questioni ovvie manifestazioni di questo tipo erano interdette. Non fu il primo, né certamente ultimo caso in cui una forte voglia di maggiori diritti civili venne manifestato in Iran da parte delle donne.

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E circa 16 anni dopo, a fare eco a questa storia sembra essere quella di Ghoncheh Ghavami, ventinciquenne iraniana che si trova, secondo quanto denunciato dai suoi genitori, in carcere da circa due mesi, per aver commesso un reato che forse noi facciamo anche fatica ad interpretare come tale: ha tentat di vedere la partita di pallavolo maschile della World League Italia-Iran, disputatasi il 20 giugno scorso. La ragazza, di origini inglesi, è dunque reclusa e i suoi parenti stanno prepotentemente manifestando per poter ottenere il suo rilascio. Studia legge a Londra e la sua condanna corrisponde esattamente a quanto su detto: essere andata allo stadio dove era stato esposto uno striscione per protestare contro il divieto alle donne di assistere ai mondiali di pallavolo di Teheran. Il giorno stesso in cui l’arresto si verificò, la ragazza venne rilasciata nell’immediato, il fermo effettivo è avvenuto quando si è recata di nuovo a ritirare i propri effetti personali, trattenuti in commissariato. La denuncia della famiglia cerca sponde internazionali e megafoni ovunque, mentre nel frattempo si stanno propagando diverse azioni spontanee in suo favore, come la pagina Facebook che ne chiede la liberazione

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