Un colosso da 24,4 miliardi di utili nel 2015: questi i numeri di J.P. Morgan. Un gigante dalla presenza ingombrante, giocatore di punta in molte partite politico-finanziarie che si sono tenute e si terranno nel nostro Paese. Mps, tanto per fare un nome, che era un suo cliente; al quale la banca d’affari ha fatto da consulente e per il salvataggio della quale si è prodigata. Oppure il salvataggio dell’Ilva, per finire con la riforma costituzionale che sarà oggetto del referendum del prossimo 4 dicembre.

J.p. Morgan, dunque, influenza le scelte politiche nel nostro Paese?Atteniamoci ai fatti: lo scorso martedì 4 ottobre, su La Repubblica è apparsa una lettera aperta al Presidente Emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, da parte di Salvatore Settis, archeologo e storico dell’arte. Tre domande su punti inerenti la proposta di modifica della Costituzione che arriva dal Governo.

In una delle domande, Settis ha fatto notare all’ex Presidente che quando era ancora in carica, e più precisamente l’1 aprile 2014, Marzio Breda, un accreditato commentatore politico, intitolava così un articolo sul Corriere della Sera: “Da Napolitano un segnale sul percorso delle riforme”.
Nell’articolo Breda citava una nota del Quirinale: “La riforma per lui (il Capo dello Stato) è importante, anzi improrogabile” e va “associata alla legge elettorale”.
L’autore notava che sarebbe bastato andare a rileggersi un rapporto datato 28 maggio 2013 ad opera della J.P. Morgan che indicava nella “debolezza dei governi rispetto al Parlamento” e nelle “proteste contro ogni cambiamento” quelli che Settis ha definito alcuni vizi congeniti del sistema italiano. Nel suo rapporto, la banca d’affari accusava le Costituzioni dei “Paesi della periferia meridionale, approvate dopo la caduta del fascismo”, di avere “caratteristiche non adatte al processo di integrazione economica” perché risentono di “una forte influenza socialista” e sono “ancora determinate dalla reazione alla caduta delle dittature”. Viene espressa, fra gli ostacoli allo sviluppo, la tutela dei diritti dei lavoratori.
Nelle sue conclusioni, il documento si augura che le Costituzioni siano oggetto di modifiche, indicando nell’Italia il “test essenziale”.
Nel suo articolo, Settis ha ricordato che proprio J.P.Morgan venne condannata al pagamento di una multa da 13 miliardi di dollari, sei mesi dopo aver stilato il rapporto. La sanzione le venne comminata per aver piazzato, presso i suoi investitori, prodotti finanziari altamente deteriorati; dando così un determinante contributo alla crisi finanziaria mondiale del 2008, come emerso dall’inchiesta aperta dalla procura di New York e pubblicata in un articolo del Washington Post del 19 novembre 2013.
La domanda che l’autore ha girato a Napolitano è stata la seguente: “Citando il rapporto J.P. Morgan in appoggio al Suo segnale sul percorso delle riforme, Breda ha forzato la mano? Quell’analisi della banca americana può valere, come alcuni vorrebbero, come un argomento per riformare la Costituzione?”.
Napolitano ha replicato con una lettera, ma non ha risposto alla domanda.

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C’è da dire che il premier Renzi troverebbe un valido aiuto nella proposta degli americani che sposerebbero gli argomenti da lui sostenuti per la riforma. Senza dimenticare il reciproco rispetto fra l’ex premier britannico Tony Blair che oggi lavora per J.P.Morgan e il nostro attuale Presidente del Consiglio.
Assodate le considerazioni e l’analisi della situazione, cosa propose la banca d’affari? Modificare la Costituzione (in funzione della sua impronta socialista); bipolarismo nelle leggi elettorali; assoggettare il Parlamento al Governo.
L’atteggiamento di Napolitano fa riflettere, soprattutto in un momento in cui si stanno intensificando i rapporti fra Palazzo Chigi e i banchieri americani: a luglio Jamie Dimon, Amministratore delegato di J.P. Morgan Chase, era nel nostro Paese per i festeggiamenti del centenario di attività della banca. E’ stato accolto dal Governo con tutti gli onori.
Forse per ringraziarlo di quel rapporto che di fatto accusava l’Europa e la sua incapacità di risolvere la crisi, additando come colpevoli i partiti di sinistra e le Costituzioni antifasciste e, come un anatema, prevedeva un lungo periodo di austerity nel Vecchio Continente.

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