Da Krugman sul New York Times un avvertimento sulla piega che potrebbe prendere la crisi dell’eurozona, che giunta al suo sesto anno si dimostra peggiore della Grande Depressione degli anni ’30, procedendo al rallentatore anche dal lato della politica.
Quando la crisi del 2008 ha colpito, chiunque conoscesse anche solo un po’ di storia ha avuto incubi su un replay degli Anni ’30 – non solo per la profondità della depressione, ma anche per la spirale politica discendente verso la dittatura e la guerra. Ma questa volta era diverso: la crisi bancaria è stata contenuta, la caduta della produzione e dell’occupazione è stata livellata, e la cultura politica democratica dell’Europa moderna si è dimostrata più resistente di quella degli anni tra le due guerre. Tutto chiaro!
O forse no.
In termini economici, una risposta efficace alla crisi è stata seguita da una svolta sbagliata verso l’austerità e, in Europa, da una combinazione di politica monetaria errata e di un sistema valutario che in qualche modo si sta rivelando peggiore del gold standard. Il risultato è che, mentre i primi anni di questa crisi sono stati di gran lunga migliori rispetto agli Anni ’30, a questo punto la performance economica dell’Europa è in realtà peggiore di quanto non fosse nel 1935.
E il quadro politico si sta deteriorando. Una nazione europea ha già raggiunto il punto in cui il suo leader dichiara apertamente la sua intenzione di porre fine alla democrazia liberale; grazie all’austerità, partiti estremisti stanno guadagnando terreno nelle elezioni, con la Svezia (che ha sperperato il suo successo precedente)  come ultimo shock; e, naturalmente, i movimenti separatisti stanno spaventando tutti.
E’ ancora nulla rispetto agli anni ’30, politicamente parlando. Ma ci si inizia a chiedere se l’auto-celebrazione sulla gestione politica della Depressione 2.0 finirà per apparire una sciocchezza, quanto l’ottimismo sull’economia di pochi anni fa.

 

loading...