Il magazine austriaco Kurier ha intervistato il sociologo tedesco Klaus Dörre in merito ai recenti dati sul basso livello di disoccupazione in Germania e la loro correlazione con la riforma Hartz IV. L’analisi del professore dell’Università di Jena mette evidenzia ancora una volta quelle che sono le caratteristiche principali della riforma del lavoro tedesco – presa come esempio da imitare per tutti i Paesi del Sud Europa. L’Hartz IV non ha un impatto diretto sulla disoccupazione ma, al contrario, va a creare un crescente substrato di sottoccupati; una dinamica che alimenta fenomeni di pregiudizio ed emarginazione sociale, e che rende quasi impossibile il reinserimento reale sul mercato del lavoro.

traduzione di Stefano Solaro

Di Anita Staudacher, 03 Agosto 2016

In Austria l’industria e una parte del Partito Popolare reclamano con forza misure che aumentino la pressione sui disoccupati, ricalcando il modello della riforma tedesca Hartz IV (vedi spiegazione sotto). Il sociologo tedesco ed esperto del mercato del lavoro Klaus Dörre, dell’Università di Jena, ha esaminato gli effetti sociali dell’Hartz IV. Il suo giudizio è devastante.

In Austria aumenta la disoccupazione mentre in Germania diminuisce. Qual è il segreto dei tedeschi?

Il miracolo del lavoro tedesco ha un lato oscuro. In Germania la soglia dei lavoratori a basso salario oscilla costantemente tra il 22 e il 24% del totale degli occupati (in Austria corrisponde a circa il 9%).
Il calo della disoccupazione è raggiunto attraverso la crescita di un’occupazione sempre più precaria, in quanto mal pagata e scarsamente riconosciuta. La disoccupazione cala, certo, ma solo a livello statistico, mentre la tendenza è piuttosto quella di una piena precarizzazione – invece che la tanto conclamata piena occupazione. L’Hartz IV rappresenta a tutti gli effetti una misura che esercita una pressione immensa sugli inoccupati, che vengono spinti ad accettare mansioni lavorative poco sicure, malpagate e scarsamente riconosciute.

 Qual è il ruolo dell’Hartz IV nei recenti dati sulla bassa disoccupazione in Germania?

A livello diretto non ha quasi nessuna influenza sull’occupazione. Un parte importante in questa tendenza è senza dubbio da imputare al fatto che molti dei baby boomers stanno andando in pensione in questi anni. L’effetto dell’Hartz IV è invece assai ridotto sullo zoccolo duro dei disoccupati e su quelli che lo sono da lungo tempo. Sugli anziani, invece, ha avuto un impatto enorme. Le persone che usufruiscono del sostegno al reddito rimangono dipendenti più a lungo dall’assistenza sociale rispetto al passato. L’effetto non è sostenibile.

Una delle filosofie alla base dell’Hartz IV è “qualsiasi lavoro è meglio di nessun lavoro”. Si trova d’accordo con questa affermazione?

Un qualsiasi impiego di solito non è di lunga durata. Al contrario, si torna rapidamente a dipendere dal sostegno al reddito. Se questa dinamica si protrae per un lungo periodo e lo status sociale non migliora, vi è inevitabilmente un effetto sulle persone che la subiscono. La precarizzazione del lavoro dequalifica, rende malati e porta alla rassegnazione, in quanto molto difficilmente si riesce a uscirne.

 Una volta Hartz IV, per sempre Hartz IV?

Più della metà di coloro che fanno il loro ingresso nell’Hartz IV erano già parte di questo sistema in precedenza. Si chiama mobilità circolare. La sensazione che si prova è simile a quella di correre su una ruota per criceti. Quanto più a lungo dura la corsa, più energie si bruciano, ci si ammala e si perde la motivazione. Le persone finiscono per rassegnarsi e per loro diventa sempre più difficile ricominciare a lavorare. Proprio ciò che l’Hartz IV voleva prevenire.

Molti dei cittadini che recepiscono l’Hartz IV si sentono stigmatizzati…

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Una persona che riceve Hartz IV non è pienamente riconosciuta dai cittadini di questa società, ma si trova sotto la costante pressione di dover dimostrare di non essere un fannullone. In questo modo la disoccupazione è individualizzata e si alimenta lo stereotipo dannoso degli individui pigri e inadatti al lavoro. In un nostro recente studio abbiamo formulato questa riflessione in modo provocatorio: in Germania chi usufruisce dell’Hartz IV ha uno status simile a chi ha un colore della pelle scuro negli Stati Uniti. Chi è stato per lungo tempo fruitore dell’Hartz IV viene stigmatizzato e screditato, basti pensare alle candidature che è costretto a inviare.

Quali sono le conseguenze di una tale stigmatizzazione?

Nel contesto sociale sorgono pregiudizi che si riflettono sugli interessati. Questi, per vergogna, si muovono spesso solo tra le persone nella loro stessa situazione. Ciò non fa che indebolire ulteriormente le possibilità di rientro sul mercato del lavoro. Certo, a differenza del colore della pelle scura, lo status indotto dall’Hartz IV è modificabile. Riuscirci, tuttavia, è estremamente difficile, perché prima di tutto bisogna combattere contro il pregiudizio e l’esclusione sociale.

In Austria il reddito minimo è spesso solo di poco inferiore allo stipendio offerto. Non mancano forse gli incentivi per il lavoro?

Su questo punto bisogna stare molto attenti. Con lo smantellamento dello stato sociale non si alimenta automaticamente la motivazione alla ricerca di un lavoro. La diminuzione dello stato sociale conduce alla diminuzione del livello dei salari. E, quando i salari sono troppo bassi per sopravvivere, molti sono costretti a sostenersi con il reddito minimo. In generale, ci si trova di fronte a un problema strutturale: non si riesce a creare sufficiente lavoro di qualità. Trovo che sia decisamente problematico individualizzare e polarizzare la disoccupazione. Ciò conduce inevitabilmente a forti divisioni sociali.

Sul tema rifugiati: molte persone non riescono a capire perché coloro che non lavorano debbano guadagnare quasi quanto chi ha un’occupazione.

Questo è un tema estremamente scottante, che al momento si trova anche in Germania al centro della dibattito sulla sospensione del salario minimo per i rifugiati. Una riduzione dei salari significa che coloro che guadagnano meno sono messi in diretta concorrenza con quelli che entrano nel mercato del lavoro. Se si vuole fomentare la xenofobia, questo è esattamente ciò che serve. L’impatto politico diventa devastante.

 Una riduzione del reddito minimo, come ad esempio in Austria, non promuove quindi necessariamente l’integrazione del lavoro?

Ne dubito. I rifugiati hanno una forte motivazione al lavoro, per questa ragione preferiscono trasferirsi nelle città dove sussistono maggiori opportunità. Solo se si sceglie di pagarli di meno si frena questa motivazione. Avrebbe invece senso investire in competenze linguistiche e formazione; dovunque è accaduto i risultati sono impressionanti. Questa è la leva fondamentale.
La finalità non può essere in alcun modo quella di usare i migranti per creare una nuova sottoclasse e, di conseguenza, promuovere il razzismo. Guardate gli Stati Uniti, dove un substrato del 10-15% è considerato non è più economicamente necessario. Si tratta di un tipo particolare di pacificazione che finisce per riempire le carceri.
Questa per me è follia.

Klaus Dörre (59) è professore e ricercatore di sociologia presso l’Università di Jena.
Tra le sue varie specializzazioni vi sono l’impatto delle politiche del mercato del lavoro, il lavoro flessibile e precario. Dörre è anche consulente scientifico per l’organizzazione anti-globalizzazione Attac.

Fonte: Voci dall’Estero

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