Il capo dello Stato nel 2008 scrisse lo statuto dei valori Pd: “Non è alla mercé del governo”. “Non si può cambiare la Costituzione a colpi di maggioranza”. Firmato Sergio Mattarella.

Il Pd vuole riscrivere la Costituzione ma farebbe meglio a riscrivere il proprio Manifesto fondativo, approvato dall’assemblea costituente il 16 febbraio 2008. Dove c’è scritto, nero su bianco, che il nascente Pd si impegna a non cambiare mai la Costituzione a colpi di maggioranza. In calce c’è anche la firma dell’attuale capo dello Stato, chiamato da Romano Prodi a redigere la carta dei valori del Partito democratico.

Di tutte le bugie sulle riforme, questa è la più grande. La riforma Boschi tradisce i valori del Pd. E questo spiega lo smarrimento di una parte dell’elettorato dem. «La Costituzione non è alla mercé della maggioranza del momento», si legge a pagina 4 del Manifesto, ben visibile sul sito del Pd, e la Carta scritta nel 1948 resta «la fonte di legittimazione e di limitazione di tutti i poteri. Il Pd si impegna perciò a ristabilire la supremazia della Costituzione e a difenderne la stabilità» e «a mettere fine alla stagione delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza», stagione peraltro inaugurata dal centrosinistra nel 2001 dal duo Massimo D’Alema-Giuliano Amato per strizzare l’occhio all’elettorato leghista, ma questa è un’altra storia…

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Nella commissione fortemente voluta dal due volte ex premier c’erano una dozzina di intellettuali, politici e artisti, da Rita Borsellino a Liliana Cavani, da Michele Salvati a Pietro Scoppola. Tra gli estensori c’erano anche Luciano Violante – che evidentemente oggi ha cambiato idea, visto che è uno strenuo promotore del Sì – e l’attuale capo dello Stato Sergio Mattarella, che dal Quirinale certamente non può esprimersi a favore del «Sì» o del «No», ma che certo si troverebbe fortemente ridimensionato da una riforma che lui stesso, pochi anni fa, non vedeva di buon occhio. E che calpesta, come lui stesso da studioso sostenne con forza otto anni fa, i principi e i valori che i padri costituenti vollero fissare.

Anche la genesi del Manifesto è importante. Venne scritto a caldo dopo che la riforma del centrodestra, la cosiddetta devolution che dimezzava i parlamentari e aboliva realmente i poteri del Senato, fu bocciata alle urne nel referendum del 2006. Quella stessa riforma che oggi Renzi dice, soprattutto a destra, di aver in qualche modo «copiato». Ma dalla quale il Pd nel suo Manifesto fondativo prende espressamente le distanze. A pagina 5 si legge infatti: «La Costituzione può e deve essere aggiornata, nel solco delle grandi democrazie europee, con riforme condivise». E condivise non vuol certo dire approvate con un voto di fiducia e con maggioranze variabili fatte da transfughi del centrodestra (che peraltro si sono pure pentiti di aver avallato il ddl Boschi). No, le riforme, stando al Manifesto Pd, devono essere «coerenti con i principi e i valori della Carta del 1948, confermati a larga maggioranza dal referendum 2006».

Quindi il Pd guidato da Matteo Renzi ha un Manifesto fondativo dove si scrive che tutte le riforme previste dalla cosiddetta devolution approvata dal centrodestra nel 2006, su tutte il superamento del bicameralismo perfetto, sono da considerarsi carta straccia. Come il loro Manifesto fondativo, in pratica. E come il centrosinistra in caso di vittoria del No, come si profila dai sondaggi.

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