“Dati a confronto sui giovani all’estero: AIRE e la risposta dell’attrice Giulia Chianese”-
da Redazione. Di questo Paese paralizzato da burocrazia e nepotismo non se ne può più! “E’ questa la consueta affermazione che caratterizza le interviste fatte alla gente da nord a sud. Sembra quasi scomparso l’orgoglio di essere italiano, di appartenere ad una nazione che ha dato i natali ai grandi della storia, della pittura, della letteratura, della scultura, della scienza e della civiltà, ormai rimasta un puro simulacro del passato. Di questi tempi buona parte della gente, di giovani e meno giovani alla ricerca di una prospettiva, stanchi delle promesse, dei proclami di ottimismo, ritenuti alcune volte persino beffardi, inizia a muoversi per proprio conto e passa ai fatti.

Si cambia prospettiva abbandonando il paese e cercando altrove di vivere meglio e realizzarsi. Lo stanno facendo molti giovani, ormai delusi dalla mancanza di meritocrazia, dal nepotismo e dall’incalzante disoccupazione. Lo stanno facendo i meno giovani ovvero i 50enni che vogliono continuare a lavorare senza avere come “socio” uno Stato che –tra tasse e burocrazia- assorbe il 60 per cento dei loro guadagni. Ed infine lo stanno facendo anche i pensionati per godersi in un altro paese la pensione (erogata al lordo se residente in altro Stato) che consente di vivere bene e non al limite della povertà.

In pratica la fuga è da anni iniziata e tutte le statistiche parlano chiaro. Ad esempio il Rapporto italiani nel mondo elaborato da “Migrantes”, la fondazione della Conferenza episcopale italiana, sui dati dell’Aire (Anagrafe italiana residenti all’estero) non lascia spazio a dubbi: è in atto un progressivo abbandono del nostro Paese. Solo lo scorso anno più di 107mila italiani si sono trasferiti all’estero, meta preferita Germania, poi Svizzera, Francia, Belgio e Regno Unito. I trasferimenti hanno riguardato i residenti di tutt’Italia con punte massime nel sud dove 31mila, di cui oltre 5mila solo in Puglia, hanno trasferito la residenza altrove. In totale nel 2016 sono circa 5milioni gli iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero. Una cifra che cresce vertiginosamente. Negli ultimi dieci anni la mobilità italiana è aumentata del 50 per cento, un dato che il presidente Mattarella ha commentato così: “I flussi talvolta rappresentano un segno di impoverimento”. Detto dagli stessi che definiscono i migranti dall’Africa come “risorse”.

Di sicuro questo impoverimento e questa fuga di risorse è destinata ad aumentare in assenza di un vero piano di sviluppo del Paese e di una presa di coscienza di una classe politica subordinata ad altri interessi che non quelli della propria gente.
Stando così le cose è difficile non condividere la scelta di andar via. Certo non è facile lasciare l’Italia, la propria città per trasferirsi all’estero, ma se lo si fa per vivere meglio diventa tutto più semplice. Il Paese è isaturo di ogni tipo di corruzione, dalle tangenti, dal malaffare, dagli sprechi e dalle inefficienze ed a pagare il costo è la gente onesta che vede assottigliarsi sempre di più il welfare”.

Giovani, giovanissimi, preparati e colti, cercano altrove, all’estero, la realizzazione della loro identità professionale. La chiamano fuga di cervelli. Modo di dire che, ad esempio, per la 25enne Giulia Chianese, attrice diplomata all’Accademia Fondamenta di Roma e laureatasi al Dams con il massimo dei voti con una tesi sul linguaggio delle immagini nel cinema di Massimo Fagioli, lo psichiatra dell’Analisi collettiva recentemente scomparso, ora a Los Angeles per seguire il corso di recitazione al Lee Strasberg Theatre and Film Institute, l’unica scuola al mondo per apprendere Il Metodo scoperto, approfondito ed insegnato dal suo ideatore, non piace affatto. Un caso che conosciamo e testimonia come la fuga dei talenti riguarda tutti.

Giulia Chianese nel corso di una recita

Fuga di cervelli? Non direi, perché fuga presuppone che si scappi da qualcosa o da qualcuno. Lei non è scappata. Tutt’altro. Ci tiene così a evidenziare la formazione, anche umana oltre che professionale, che si è fatta in Italia, di grande valore e spessore, e che ha saputo cogliere e far sua.
Di certo se così non fosse stato, non sarebbe arrivata dove sta ora. La grande speranza è che la meritocrazia nel nostro paese non sia più una chimera e che un giorno lei possa tornare, nuova, trasformata, nel paese che ama, perché più che cambiare il mondo, bisogna cambiare gli esseri umani.

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Eccola, dunque, la bella, affascinante, storia della brillante attrice. Di lei cui si è occupata, poco più di un mese fa, il settimanale Left pubblicando una sua chiacchierata, non un’intervista classica, con lo psichiatra, ricercatore, artista e regista, Fagioli sulla creazione delle immagini nel cinema e sul loro senso. La chiacchierata con lo psichiatra si concludeva con queste parole di Fagioli: bisogna realizzare questa identità interna che non è il male, la perversione. E’ tutt’altro, è la fantasia dell’artista e del genio.

E’ da qui, da questa chiacchierata, che si può partire, forse, per comprendere il movimento che ha spinto Giulia a lasciare il suo paese e la sua città per andare a cercare la sua identità professionale, all’estero, negli Stati Uniti. E a lei più che del grande sogno americano, quello specificatamente holliwoodiano che aveva da quando era piccola, interessa oggi approfondire, cercare, studiare, ma soprattutto realizzarsi e disporre di un ambiente che lo permette.
La Chianese ha iniziato la propria carriera calcando diversi palcoscenici teatrali. Di rilievo, nel suo carnet, ci sono il ruolo di Dunja che ha interpretato per lo spettacolo Delitto e castigo diretto da Francesco Giuffrè, poi nel 2013 è approdata in televisione con la fiction Le mani dentro la città per la regia di Alessandro Angelini andata in onda su Canale 5 e due anni dopo ha recitato nella serie della Rai Fuoriclasse Off.

Vedi: Youtube.com/Watch
E’ in questo periodo che viene chiamata dal programma televisivo a cadenza settimanale La voce degli scrittori, dove legge e recita brani, scritti e poesie di scrittori, attentamente studiati e interpretati. Un anno fa, nel 2016, ha vinto il bando Torno subito promosso dalla Regione Lazio per finanziare e promuovere la formazione di giovani talenti.
Ma quella che era partita come un’occasione di formazione, si sta rivelando molto più di quanto sperato: Giulia sta terminando a Los Angeles il corso di recitazione al Lee Strasberg Theatre and Film Institute e sente forti le basi di quello che le ha insegnato.

Si tratta di una scuola prestigiosa che le sta offrendo non poche occasioni per arricchire la sua formazione e per concretizzare nella pratica i frutti del lavoro svolto. Tanto che la sua performance teatrale di fronte al figlio del fondatore dell’Istituto, David Strasberg, si è rivelata di grande successo: lui stesso le ha riconosciuto grandi capacità spronandola a continuare a esercitarsi e lavorare.
E questa sfida Giulia non è minimamente intenzionata a mollare, perché, forse, per la prima volta, non l’ha vissuta più come una guerra.
Il mors tua vita mea impregnato di un cattolicesimo tutt’altro che latente in certi ambienti italiani educativi, soprattutto artistici, derivante più che da un metodo difettoso da un retaggio culturale basato sul giudizio, sull’imposizione, sull’idea di un minus originario dello studente che non gli permetterebbe di approcciarsi con libertà e originalità all’oggetto dell’insegnamento, ma, al contrario, andrebbe indirizzato e corretto prima che sviluppi una propria autonomia anche solo di pensiero, viene così superato, sostituito da un ambiente meno costrittivo, più versatile in cui si può rischiare e forse si deve rischiare.
Se non fosse
per la formazione avuta in Italia, e lo ribasce, di grande valore e spessore umano oltre che professionale, ora non si troverebbe a Los Angeles, ma soprattutto perché ancora una volta spera, speriamo, che la meritocrazia nel nostro paese non sia una chimera, e che un giorno possa tornare, nuova, trasformata, nel paese che ama, perché più che cambiare il mondo, bisogna cambiare gli esseri umani.
E altro ricordo indelebile, come diceva spesso qualcuno.. Separarsi costringe ciascuno ad essere se stesso, a realizzare la propria identità, senza confusioni. A rischiare, a cercare sempre qualcosa di nuovo. Da soli. Senza protezioni.

via Controinformazione

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