Di Paolo Becchi e Cesare Sacchetti su Libero, 07/02/2017

Il tabù dell’Ue a 27 Stati viene per la prima volta infranto, e a farlo non è un capo del governo del Sud Europa, ma la leader indiscussa dell’Ue a trazione tedesca, Angela Merkel che fino ad ora aveva sempre chiuso la porta a qualsiasi ipotesi di cambiamento delle regole europee. Ora si ventila espressamente l’ipotesi di un’Europa a due velocità, e il giorno nel quale questa ipotesi dovrà essere discussa coinciderà probabilmente con l’anniversario del Trattato di Roma che quest’anno compie sessant’anni. È il secondo dogma che viene infranto nel giro di poche settimane: ad aprire la via era stato Mario Draghi nella sua lettera di risposta a due eurodeputati, Marco Valli e Marco Zanni, nella quale lascia intendere che si può lasciare l’euro ma allo stesso tempo adombrava l’ipotesi di pagare il conto dei saldi Target2 – il meccanismo bizantino del sistema di pagamenti interbancario europeo – che per l’Italia ammonta a circa 358 miliardi di euro. Oggi la marcia indietro, l’euro è diventato di nuovo irreversibile. Stato di confusione mentale o paura che tutto ormai stia crollando?

Al di là della questione dei Target2, e della totale inconsistenza della minaccia di Draghi, il dato che rileva nel romanzo dell’Europa è che siamo ormai ai titoli di coda, e i guardiani dell’euro iniziano a dire che cambiare si può. Sull’ipotesi di separare l’Ue a 27 Stati e di costruire due differenti unioni monetarie si è scritto molto in passato, in particolare da coloro che cercano a tutti i costi di contenere le vistose crepe dell’edificio di Bruxelles e continuare in qualche modo sul cammino dell’integrazione europea.

Considerate le divisioni che attanagliano l’Ue e gli interessi differenti degli Stati che la compongono, sembra davvero poco probabile che si raggiunga un accordo su una questione così complessa che richiederebbe lunghe negoziazioni e dibattiti interminabili, dal momento che gli Stati dell’Ue non si sono messi d’accordo finora nemmeno su questioni di rilievo minore. Dunque se le probabilità che si arrivi ad una simile intesa sono molto scarse, e quelle viceversa di un ritorno alla sovranità degli stati membri dell’Ue siano molto più alte, perché ora la Germania della Merkel avanza questa proposta? Dalle parti di Berlino, sanno bene che i vantaggi dell’euro sono stati sfruttati pienamente dall’economia tedesca, e il consigliere economico di Angela Merkel, Roland Berger, sa altrettanto bene che la Germania del futuro dovrà ripensare necessariamente la sua strategia fondamentale in campo economico, fino ad ora impostata solamente sull’export che da solo rappresenta quasi il 50% del Pil tedesco.

Se la Germania è consapevole che ha utilizzato al massimo la potenza della moneta unica, va da sé che la proposta della Merkel può essere letta come un pretesto per calare il sipario sull’avventura cominciata a Maastricht. Non avete voluto cambiare le regole? Colpa vostra, noi ci abbiamo provato.

Non dovrebbe destare sorpresa una simile conclusione. Del resto il processo innestato con la Brexit e soprattutto con la vittoria di Trump è irreversibile. L’Ue priva del suo punto di riferimento storico, Washington, che in passato ha appoggiato e sostenuto il processo di integrazione europea, non sta in piedi. Le proposte di negare le credenziali al prossimo ambasciatore Usa presso l’Ue, Ted Malloch, per via delle sue dichiarazioni su un imminente crollo dell’Unione appaiono puerili e controproducenti.

Non è certo aprendo una crisi con la presidenza Trump che l’Ue risolverà i suoi problemi. La realtà politica europea va nella direzione di un ritorno agli Stati nazionali, e l’appuntamento elettorale del prossimo maggio in Francia vedrà fronteggiarsi al ballottaggio con ogni probabilità Marine Le Pen e Emmanuel Macron, mentre il candidato della destra gollista Fillon sembra destinato a restare fuori dall’accesso al secondo turno.

Se sarà la Le Pen ad aggiudicarsi la partita, sarà la Francia ad assestare il colpo definitivo all’Ue. Si tornerà agli Stati nazionali, un’eventualità alla quale Berlino è pronta. Il destino dell’Italia invece appare legato a ciò che accadrà fuori dai confini nazionali. Ma l’onda lunga del populismo arriverà anche da noi e non è detto che basti il M5S ad arrestarla.

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