È sera e Piazza della Rinascita a Stepanakert, capitale del Nagorno Karabakh è illuminata dalle luci del Palazzo Presidenziale e da quelle degli alberghi e dei ristoranti circostanti. Chioschi che vendono dolciumi e palloncini per i bambini, famiglie che passeggiano, capannelli di ragazzi che chiacchierano, giovani in divisa e uomini della polizia che ridono insieme. È una sera di normale tranquillità nel Paese che non c’è, ma che esiste. Nessuno Stato al mondo infatti ha riconosciuto la Repubblica del Nagorno Karabakh, ma la nazione ha una sua frontiera con l’Armenia, dove il passaporto viene controllato e timbrato, una linea del fronte con l’Azerbaijan, dove si combatte e si muore, e poi la piccola Repubblica caucasica ha la sua gente. È un luogo dove la dimensione dell’io non ha confini stabiliti, nessuno si limita ad essere soltanto un individuo col suo carico di vita interiore, ogni uomo e ogni donna in Nagorno Karabakh è il riflesso della sua terra, dell’intero popolo e della guerra che da oltre vent’anni affligge la regione.

Ecco allora che se in quella che era chiamata piazza Lenin gli abitanti mettono in scena una piéce di quiete e fiducia nel futuro, dietro le quinte del Nagorno Karabakh, ben oltre l’apparenza mostrata sul proscenio di Stepanakert, ciò che invece si scopre è una guerra incessante, ritornata prepotente a infilarsi in ogni angolo della società, penetrata nell’intimo di ogni cittadino. Unconflitto totalizzante, rispetto al quale, la vita del singolo è oggi un’elegia imminente da inserirsi nelle pieghe di una tragedia che non vede vie d’uscita. ”C’è una storia che molti amano ripetere in Nagorno Karabakh. A un giornalista straniero che gli aveva chiesto di quanti soldati potesse disporre, il presidente della piccola repubblica secessionista Bako Sahakyan, avrebbe risposto: ”150.000 persone, tutta la popolazione del mio Paese”. In effetti dopo tanti anni la guerra, per gli abitanti di questa regione contesa, è divenuta come una seconda pelle”. È con queste parole che Simone Zoppellaro, giornalista e uno dei massimi conoscitori italiani della regione caucasica, apre il capitolo inerente al Nagorno Karabakh nel suo libro Armenia oggi. Drammi e sfide di una nazione vivente edito da Guerini e Associati. Ed è proprio una seconda pelle, una mimetica cucita addosso, quella che portano gli abitanti di questo territorio abituati a condividere il contingente tra tank e missili Grad, mine anti uomo e Ak-47.

La storia della terra caucasica é quella di un conflitto tra l’Armenia democratica e cristiana e l’Azerbaijan regime nelle mani della famiglia Aliyev dal ’69 e di fede islamica. La regione, con un’ ampia maggioranza di popolazione armena, era stata assegnata da Stalin all’Azerbaijan per creare una roccaforte della rivoluzione socialista nelle terre musulmane dell’impero sovietico. Coesistenza pacifica fino al 1988 tra le genti del Nagorno Karabakh, poi la popolazione incominciò a chiedere indipendenza e l’annessione con la Repubblica Armena. Baku da un lato a difendere il suo territorio, Yerevan dall’altro a sostenere il suo popolo, ed ecco che scoppiò la guerra che vide i volontari armeni trionfare contro le truppe azere nel 1994. Il bilancio finale fu di oltre 30mila morti, un accordo di pace mai siglato e un cessate il fuoco mai rispettato. Vent’anni dopo infatti nelle trincee e nei camminamenti tra Azerbaijan e Nagorno Karabakh ancora insiste il conflitto, e la ripresa più dura delle violenza dal ’94 ad oggi si è verificata proprio il 4 aprile 2016 con un’invasione azera a cui hanno fatto seguito quattro giorni di scontri, un’allerta che perdura ancor oggi e il timore tangibile che col domani, una concreta guerra, possa ritornare a infiammare la terra caucasica.

La strada che conduce da Stepanakert alla prima linea è una via crucis della simbologia della violenza. Come corone di un rosario, tra i campi dorati e le verdi colline, si susseguono con impietosa ritualità macerie e blindati. ”Stiamo andando a Talish, è lì che c’è stata la prima avanzata azera ad aprile. Hanno assaltato il villaggio, i civili sono stati evacuati altri però sono stati uccisi e mutilati. Gli azeri hanno attaccato le postazioni militari e i villaggi in piena notte, e al loro attacco ha fatto seguito la nostra reazione”. A parlare, a bordo di una vecchia Lada mentre tiene a portata di mano un Ak47, è un ufficiale dei servizi segreti che, mentre la vettura si arrampica verso i paesi coinvolti negli scontri e verso le trincee, prosegue raccontando: ”Hanno cercato di testare il loro potenziale bellico. Hanno utilizzato cluster bombs, artiglieria da 152mm e persino droni kamikaze di fabbricazione israeliana”. Non è il solo a parlare dell’impiego di armi non convenzionali da parte dell’esercito azero. Anche l’Ong Halo Trust aveva denunciato l’utilizzo di bombe a grappolo da parte di Baku e inoltre lo stesso stato d’Israele ha confermato la vendita a Paesi non specificati di droni kamikaze che hanno un’autonomia di 600 miglia e sono imbottiti con 15 chili di esplosivo. Ma per comprendere il dramma del conflitto che ha provocato più di 200 morti in 4 giorni basta varcare la soglia del Paese fantasma di Talish.

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Una strada dissestata pattugliata da soldati in divisa conduce al villaggio. Come muti santuari del conflitto si susseguono i ruderi e le macerie del borgo. Tutto è stato raso al suolo: la scuola, dove tra i calcinacci e i muri azzannati dalle schegge compaiono ancora i lavoretti e i disegni degli alunni; la sala da ballo, dove un tavolo da biliardo e bottiglie di un ultimo brindisi rimangono statuari, come laici altari di un desiderio di pace violato. Nulla è stato risparmiato. A raccontare la furia di quei giorni è Alik Sarghisian, il comandante della postazione 116 sulla linea del fronte di Martakert. Trincee, camminamenti, feritoie. Nel cuore del Caucaso il tempo sembra essersi arrestato alla Grande Guerra, ed è proprio in trincea, tra il filo spinato e le montagnole di terra che Sarghisian, circondato dalle sue truppe inizia a parlare. ”Loro ci hanno assaltato con carri armati e fanteria. I miei uomini che hanno solo 18, 20 anni, hanno resistito e li hanno respinti. Questa è la nostra patria e noi lottiamo per lei. Loro ci hanno invasi, è evidente che vogliono continuare a farlo, ma noi non concederemo terreno. I miei uomini hanno dimostrato di essere disposti a morire per il Nagorno Karabakh e la sua gente”.

L’enfasi marziale trasuda dalle parole di Sarghisian che poi si arresta, e da una feritoia indica le postazioni del nemico: ”Quelle che vedi laggiù, a 150 metri, sono le postazioni dei loro cecchini. I tiratori azeri ogni giorno sparano contro di noi. E sai perché i campi qua intorno sono tutti incolti? Perché Baku, se vede un contadino del Nagorno Karabakh lavorare nella sua terra, gli riserva un proiettile in fronte”. Prosegue a parlare, e mentre lo fa, accenna anche alla presenza dei miliziani dell’Isis tra le fila azere. È salmodiato in ogni dove, dagli uffici militari alle piazze dei borghi di montagna, il fatto che l’Azerbaijan ad aprile avesse nei suoi ranghi dei combattenti legati al Daesh. Prove concrete non ce ne sono, quello che c’è, invece, sono i video di unvolontario armeno di 19 anni decapitato e sfregiato da militari azeri e foto di soldati e civili del Nagorno Karabakh mutilati. ”A Talish, e nei confronti dei nostri uomini caduti sul fronte, – spiega l’ufficiale – mercenari assoldati dall’Azerbaijan hanno commesso gli stessi orrori che i guerriglieri dello Stato Islamico compiono in Siria e in Iraq. Noi sappiamo che ci sono foreign fighters azeri che sono confluiti nel Daesh e crediamo che da Raqqa siano tornati per combattere qua contro di noi. Ma non abbiamo timore”.

Il bilancio del conflitto di aprile ha visto in ogni caso il Nagorno Karabakh perdere parte della frontiera, inoltre sono emerse anche delle frizioni tra l’Armenia e Mosca, storica alleata di Yerevan, accusata ora di doppiogiochismo per la vendita di armi anche agli azeri. La vicinanza poi tra l’Azerbaijan e Israele e il riavvicinamento tra Baku e Teheran stanno mettendo sempre più in una posizione di isolamento il Nagorno Karabakh che adesso, alle spalle, ha una quanto mai fragile Armenia in piena crisi economica e politica e sconvolta dalle violenze in corso nella capitale. Connubio di fattori che non stanno facendo altro che far riemergere un nazionalismo irredentista che non concede spazio alla pietà. ”Mio figlio ha fatto due anni di servizio militare e ad aprile è tornato a combattere come volontario qua a Martakert. L’hanno ferito ad un piede ma poi ha chiesto di essere comunque rimandato in prima linea. Io ero un guerrigliero volontario negli anni ’90 e sono fiero che mio figlio oggi abbia deciso di sacrificarsi per la sua patria”.

A parlare è Saro e lo fa nel giorno in cui a Martakert sono in corso le celebrazioni della liberazione della città, avvenuta il 27 giugno di 23 anni fa. Ci sono autorità col microfono in mano, soldati di leva sull’attenti e col Kalashnikov ben saldo, veterani degli anni ’90 a commuoversi sulle note dell’inno nazionale e madri che depongono fiori alla memoria di quei figli morti a 20 anni nel ’93 e di cui oggi permane soltanto una foto. È celebrata la memoria, ovunque, con rigore e con forza, e per paradosso non si muore mai in Nagorno Karabakh perchè il ricordo di chi è caduto, giorno dopo giorno, diviene sempre più granitico ed esemplare. Ma non si vive nemmeno più in Nagorno Karabakh perchè la promiscuità con una guerra endemica ha reso gli uomini sempre meno consapevoli della sbalorditiva bellezza di essere vivi.

Fonte: Qui

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