America First sintetizza l’indirizzo in politica estera ma soprattutto detta la linea alle politiche monetarie che governano i mercati finanziari mondiali.

di Luisanna Deiana.

L’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ha avviato un nuovo corso della politica americana, che secondo la nuova dirigenza risulta troppo esposta sui fronti esterni e “sottoperformante” in casa.

Il primo atto del nuovo presidente americano è stato quello di delineare una nuova strategia di contenimento dei principali antagonisti internazionali con l’obiettivo di garantire per il secondo secolo consecutivo la supremazia politica, economica e militare degli USA.

In controtendenza con la globalizzazione dei mercati e la liberalizzazione delle frontiere, Trump ha annunciato l’introduzione di nuove regole protezionistiche, il contenimento dell’immigrazione verso gli USA e una consistente politica di ricostruzione del tessuto industriale in territorio americano, con l’obiettivo di rigenerare i milioni di posti di lavoro persi con le imponenti delocalizzazioni degli anni ’90 e la successiva crisi finanziaria scoppiata nel 2008.

Il cambiamento di rotta delle politiche espansive degli USA era ventilato già da diverso tempo e si attendeva un rialzo consistente dei tassi FED per rilanciare l’economia americana, cosa che è avvenuta solo in parte e che appare limitata nell’immediato dai contrasti bancari che vincolano il sistema finanziario americano ed europeo. Tuttavia un’importante alternativa sembra delinearsi con le nuove politiche di stimolo fiscale del sistema americano che avrebbero gli stessi effetti di una rivalutazione del dollaro.

“America first” sintetizza l’indirizzo di Trump in politica estera ma soprattutto detta la linea alle politiche monetarie che governano i mercati finanziari internazionali. La revoca del TPP è un chiaro segnale per le corporazioni multinazionali a reinvestire in territorio americano e riavviare quel cospicuo rientro di capitali che all’estero finanziano i mercati emergenti a basso costo di mano d’opera. Ricostruire il tessuto industriale americano implica l’impiego di consistenti investimenti senza aggravare l’imposizione fiscale nazionale che avrebbe l’effetto di ridurre ulteriormente i salari ed i margini economici delle imprese con un effetto a spirale sull’economia.

La ripresa degli investimenti sul territorio americano è quindi realizzabile solo attraverso il rientro dei capitali internazionali.

In tal senso la BAT, Border Adjustment Tax, sottoposta al vaglio dell’Organizzazione Mondiale del Commercio consentirebbe alle imprese con sede negli States di escludere dal calcolo dell’imponibile fiscale i ricavi da esportazioni, mentre non sarebbero più detraibili i pagamenti a fornitori esteri, incluse le controllate. Tale aggiustamento d’imposta produrrebbe un beneficio di bilancia commerciale pari ad un aumento dell’IVA, renderebbe le esportazioni statunitensi più competitive e le importazioni più onerose con l’esito di determinare un apprezzamento del dollaro. L’eventuale rivalutazione del dollaro indotta dalla “tassa di frontiera” comporterebbe una stretta monetaria globale con immediate ripercussioni negative sui mercati emergenti e sulle aziende fortemente indebitate in dollari.

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