Presidente Ennio Doris, a “La Gabbia” su La7, ha detto: «Se fossi inglese, avrei votato per la Brexit». Lo diceva anche prima del referendum o lo afferma adesso, dopo i buoni dati britannici?
«Lo dicevo anche prima del referendum del 23 giugno. Pensavo che qualche conseguenza immediata di carattere negativo ci sarebbe stata perché i cambiamenti e l’ incertezza generano negatività. E anche per il pessimismo che si era diffuso, ad esempio sono convinto che una serie di imprese abbia rinviato di mesi decisioni importanti».

Lei è forse l’ unico, almeno in Italia, a pensarla così nel mondo dei banchieri e della finanza. È lei che ama andare sempre controcorrente o sono gli altri che stanno sbagliando tutto?
«Le racconto questo episodio: subito dopo il referendum inglese ero in Spagna, a un incontro con le principali case d’ investimento mondiali. Ho parlato con uno strategist di una grande casa, la persona adatta, immaginavo, per comprendere la Brexit. Gli ho chiesto: cosa prevede dopo il voto di Londra?

E lui: “calo del Pil britannico intorno al 4-6%”.
Ho provato a rispondere che avevo letto le stesse catastrofiche previsioni anche quando la Gran Bretagna era rimasta fuori dall’ euro: si diceva che gli investimenti multinazionali avrebbero preferito l’ Eurozona e che fosse minacciata la leadership londinese come mercato finanziario. Poi però è successo il contrario. Controreplica dello strategist: “Si sono salvati perché hanno svalutato”. Bene, allora dico io, ma anche adesso hanno svalutato la sterlina…»

E lo strategist?
«A quel punto ha farfugliato…»

Come mai lei era sicuro di questo esito?
«C’ era una tale pressione contro la Brexit, da parte dell’ Europa e degli enti finanziari, come non avevo mai visto. Io, che istintivamente mi fermo quando tutti vanno in un’ unica direzione, ho quindi letto con spirito critico le dichiarazioni dei vari Juncker e Schäuble, capendo che si trattava prevalentemente di messaggi elettorali: la Germania esporta 100 miliardi nel Regno Unito… »

Messaggio elettorale? Ma qua si gioca con i soldi e il lavoro di centinaia di milioni di persone…
«Le dico di più: è un discorso di democrazia. Per conquistare la sovranità in casa propria tanta gente ha dato la vita. Io sono europeista convinto, fin da bambino, ero innamorato di Schuman, De Gasperi, Adenauer. Sono del 1940, la guerra me la ricordo bene, e una volta finita anch’ io capivo che c’ era il desiderio di dire basta.

Basta confini, creiamo un’ unica comunità. Poi un giorno ho incontrato la Thatcher, che non mi piaceva tanto perché era anti-europeista: mi sono innamorato perché parlando di democrazia e sovranità disse: “Non accetterò mai che un ente esterno all’ Inghilterra, che non ha ottenuto il suffragio del popolo, possa imporre leggi contrarie ai nostri usi e alle nostre regole. La UE deve essere rispettosa delle peculiarità dei singoli Stati».

Detto questo l’ economia non va nemmeno meglio…
«L’ Italia ha un virus, ha la febbre. Quando si ha l’ influenza le medicine sono due: la tachipirina, che abbassa la temperatura ed è anti-infiammatoria, ma non basta a guarire, e quindi servono anche gli antibiotici. Per intenderci: la tachipirina sono i tassi di interesse, gli antibiotici sono invece le tasse».

La tachipirina c’ è, la dà Draghi
«Sì, ma la si usa male. La stessa cura viene data per abbassare la temperatura a tutti, così la Bce compra titoli italiani e tedeschi, solo che la febbre italiana era a 38, mentre la Germania non ce l’ aveva. La tachipirina funziona, noi scendiamo da 38 a 37,5, ma in Germania da 36,5 crollano a 35,5. Fa male anche la temperatura così bassa, cioè i tassi negativi. Allora la Germania dice: basta tachipirina, ma vuole toglierla a tutti, noi però abbiamo ancora la febbre…»

L’ Unione Europea è al servizio dei tedeschi…
«Stiamo mantenendo il vantaggio a favore della Germania. Allora l’ Inghilterra dice, le medicine me le scelgo io. E l’ economia non potrà che andare meglio».

Noi cosa possiamo fare?
«Forse l’ uscita dell’ Inghilterra potrebbe favorirci, la Spagna ad esempio è stata graziata sul deficit-Pil alto. Ma bisogna battere i pugni sul tavolo a Bruxelles…».

Per battere i pugni bisogna essere forti…
«Sì, ma forti in Italia. Ci vorrebbe un governo forte, che lavori per cinque anni. Come prima cosa bisognerebbe tagliare 10 miliardi di spesa pubblica e conseguentemente 20 miliardi di tasse, cioè gli antibiotici di cui dicevamo prima. Allora potremmo battere i pugni. Renzi ha detto bene: ci prenderemo quello che ci serve…»

Ma uscire dall’ euro, no?
«È difficilissimo, però o l’ Europa cambia o le cose possono precipitare, il rischio che salti l’ euro c’ è. Quando si stava aderendo all’ euro, io, da europeista, ero contro, perché lo ritenevo un pericolo per l’ Europa unita… Concordavo con Antonello Zunino, autore del libro L’ insostenibile pesantezza dell’ euro che diceva: quando è nato l’ euro la Baviera quanto il Veneto sono diventate regioni di tutti ma con leggi diverse, senza più le rispettive valute che facevano da cuscinetto».

Renzi, referendum. Lei vota Sì?
«Il problema non è il referendum, sono le medicine da dare all’ economia. Ci vuole subito una riduzione delle imposte ai lavoratori, per stimolare i consumi e ridare fiducia. Poi una cosa radicale: riduzione fiscale alle imprese, così partono gli investimenti. Nel breve aumenta il deficit, ma solo nel breve.

Due esempi: l’ Irlanda negli anni ’80 avevano debito-Pil peggio del nostro, poi hanno tagliato tasse e spese e sono arrivati quasi al 25%. Secondo esempio: a inizio anni ’80 l’ aliquota familiare negli Usa era al 71%, quando arrivò Reagan il primo provvedimento fu ridurla al 50% e nel secondo mandato al 28%. Ebbene, da lì è partito il grande sviluppo americano fino al 2001. La crescita si fa con meno tasse, non tagliando il debito».

Fonte: qui

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